21) I sorrentini: popolo di… Cavalieri crociati

Molti sono gli argomenti ed i fatti che, pur offrendo copiosi spunti per dar lustro alla storia della Terra delle Sirene, sono stati – a nostro avviso – ingiustificatamente trascurati fino ad oggi.
Tra questi spiccano quelli relativi al coraggio manifestato dalle famiglie locali in occasione delle  Crociate e quelli relativi alla loro sensibilità verso gli ordini cavallereschi che nacquero in quei tempi.
E dire che proprio il coinvolgimento delle famiglie sorrentine, in questo contesto, fu sorprendente anche se si registrarono “picchi” in ben precisi momenti storici.
Testimonianze utili e significative, in questo senso, più che dai libri di storia, sono ricavabili dagli scritti di alcuni celebri araldisti che, per la verità, si sono rivelati più esperti nelle ricerche di tipo genealogico che nelle descrizioni di tipo blasonico.
SCHIERATI IN PRIMA LINEA CONTRO SALADINO
Grazie agli studi cui si è appena fatto riferimento è possibile stabilire che un cospicuo contingente sorrentino fu impegnato nella sfortunata sequenza di eventi iniziata con la sconfitta delle truppe cristiane ad opera delle orde di Saladino, ad Hattin, e sostanzialmente culminata con la perdita del controllo di Gerusalemme.
Bernardo Candida Gonzaga (nel suo “Memorie delle famiglie nobili delle Province Meridionali d’Italia”), parlando della famiglia D’ Alessandro, scrive: “Si ha notizia di un Guidone che fu tra i baroni che nel 1187 partirono per la Terra Santa”.
Tesi questa ripresa da Goffredo di Crollalanza nel suo “Dizionario storico-blasonico delle famiglie nobili e notabili italiane estinte e fiorenti” .
Lo stesso Candida Gonzaga, sottolineando l’appartenenza di Ammone Ammone alla omonima famiglia sorrentina (da cui proveniva e con la quale manteneva strettissimi rapporti) puntualizza: “Trovandosi tra’ Baroni del contado di Tricarico, come possessore di un feudo offre tre militi e dieci serventi per la spedizione in Terra Santa in Tempo di Guglielmo il Buono”.
Secondo Biagio Aldimari (in “Memorie historiche di diverse famiglie nobili così napoletane come forestiere”), diversi appartenenti alla famiglia Capece “nel 1187 andarono in Terra Santa
”.
Relativamente più incerto è, invece, il periodo in cui Cornelio Vulcano ebbe modo di distinguersi alla guida di una parte dell’esercito crociato.
Scipione Mazzella (in “Descrittione del Regno di Napoli”), ad esempio, soffermandosi sulla sua figura ha scritto: “A’ tempi dell’ Imperatore Federico II, essendo da questi molto amato, fu fatto condottiero degli huomini d’arme nell’ impresa in Terra Santa contro gl’ infedeli, il quale essendo poi ritornato in Napoli hebbe dall’ Imperatore in ricompensa del suo valore il contado di Noja”.
Secondo questa ipotesi, l’impegno di Cornelio Vulcano andrebbe inserito nell’ambito delle attività della sesta crociata. Ma si tratta di una “eventualità” poco attendibile.
Questo sia perché il più alto riferimento militare dello “Stupor Mundi” in Terra Santa, fu Riccardo Filangieri e sia perché in cambio del valore dimostrato in una circostanza sì incruenta (come fu, per l’appunto quella della sesta crociata), ma anche così fortunata (visto che si ottenne diplomaticamente il recupero del controllo di Gerusalemme), la concessione del feudo di Noja sarebbe stata ben poca cosa.

Più verosimile, invece, è la possibilità che l’ appartenente alla famiglia sorrentina, come hanno accertato alcuni storiografi pugliesi nel ricostruire le vicende di Noja (oggi Noicattaro), abbia ricevuto l’investitura (con il titolo di Conte) nel 1188, dunque all’indomani della sconfitta di Hattin.
Il che, peraltro, potrebbe lasciar supporre che la carica di “condottiero degli huomini d’arme” a cui si riferisce il Mazzella (rapportandola erroneamente ad un’ epoca storica successiva) debba essere riferita al comando delle truppe inviate dalla Terra delle Sirene.
Esse, in quel frangente, malgrado l’infelice esito finale degli scontri con gli uomini di Saladino, si sarebbero distinte per valore e coraggio. Al punto di far meritare al loro condottiero, l’investitura di un piccolo feudo in provincia di Bari.
L’ IMPORTANZA SIMBOLICA DELLE CONCHIGLIE DEI VULCANO E DEI PELLEGRINO
Sempre rimanendo nell’ambito degli appartenenti alla famiglia Vulcano, infine, va rilevato un particolare di tipo araldico. La loro ultima arma, infatti, viene così descritta: “Azzurra alla rete d’oro al capo, del medesimo, caricato da tre conchiglie di rosso”. Una peculiarità, quest’ultima che ha precisi significati simbolici.
Secondo le indicazioni contenute in “Araldica – Storia, linguaggio, simboli e significati dei blasoni e delle arme” (scritto da Giovanni Santi Mazzini) “La conchiglia richiama il mare, e questo i viaggi d’ oltremare, ovviamente (siamo in pieno Medio Evo) in Terra Santa e in altri luoghi di devozione con accessorie intenzioni di conquista: non deve dunque sorprendere l’ abbondanza di conchiglie negli stemmi di più antica origine, alcune in ricordo delle Crociate (le coste palestinesi infatti abbondavano di Pecten), altre alludenti al pellegrinaggio al Santuario di San Jago di Compostela, patrono della Spagna.
Secondo Crollalanza l’araldica si è servita di tre diverse conchiglie per identificare la devozione del proprietario dell’ arme: 1) ORECCHIUTA E MOSTRANTE LA PARTE CONVESSA ESTERNA, ricordo delle crociate:bivalve del genere Pecten (jacobaeus e maximus), la prima delle quali così detta perché usata dai pellegrini diretti a San Jago (Giacomo) per decorare i loro mantelli (in francese si chiama infatti coquille de Saint-Jacques, pélerineo manteau), inquantochè questa conchiglia era stata presa come emblema da San Giacomo Maggiore; secondo Bombaci se ne ornavano anche i palafrenieri; 2) PRIVA DI ORECCHIETTE, e sempre vista dorsalmente, è detta conchiglia di San Michele (probabilmente una Chama) uno dei patroni di Francia. Qui si rileva una evidente contraddizione giacchè nel collare dell’ Ordine di San Michele compaiono delle conchiglie orecchiute; l’ ordine era stato istituito da Luigi XI nell’ agosto del 1469 in ricordo della provvidenziale apparizione dell’ Arcangelo Michele sul ponte di Orléans, assediata dagli inglesi nel 1428. 3) MOSTRANTE LA PARTE INTERNA CONCAVA: conchiglia di San Giacomo, con una seconda contraddizione e confusione di termini (ma in un MS francese del 1312 è detta jacobin). Devono infine essere ricordate due conchiglie estremamente rare a vedersi negli stemmi: la c. fusiforme (probabilmente un Murex), e la c. maggiore, data per buccino (Triton)
”.
Stante questi significati, dunque, è possibile immaginare che i Vulcano, nel modificare il proprio stemma durante il XIV secolo, abbiano voluto ricordare la partecipazione di almeno tre diversi appartenenti alla loro famiglia alle imprese militari dei cristiani in Terra Santa.
Di Cornelio si è già detto in precedenza, ma – per ora – restano anonimi e “senza tempo” gli altri due cavalieri crociati appartenenti alla prosapia della Città del Tasso.
Un ulteriore indizio delle attenzioni rivolte dai sorrentini al fenomeno culminato con l’impegno militare dei cristiani sul fronte crociato – prescindendo da una precisa collocazione storica – può essere ricavato dalla presenza della famiglia Pellegrino tra quelle considerate nobili in ambito locale.
Di questa, purtroppo, non si hanno particolari notizie se non relativamente alla descrizione blasonica del loro stemma (fornita da Vincenzo Donnorso in “Memorie Istoriche della fedelissima ed antica Città di Sorrento”) che sarebbe stata caratterizzata da “una fascia d’oro, che dalla destra calava alla sinistra con tre conchiglie d’argento in campo azzurro”.
Anche in questo caso le considerazioni appena formulate in merito al significato simbolico delle conchiglie sembra essere eloquente, ma nel caso dei Pellegrino anche lo stesso cognome può offrire una precisa chiave di lettura.
Durante il periodo compreso tra la fine dell’ XI secolo e l’inizio del 1300 i cavalieri crociati venivano anche detti “pellegrini” e alcuni di essi finirono con il cognomizzare proprio questa loro condizione.
Sui Pellegrino l’unico autore che aggiunge qualcosa alle notizie blasoni che fornite da Donnorso è Bartolommeo Capasso. Questi, in “Il Tasso e la sua famiglia a Sorrento”, infatti, sostiene che essi furono reintegrati al Sedile di Porta nel 1520.

© Testo integralmente tratto da “Lo stemma della Città di Sorrento, origine e significato, certezze ed ipotesi, note araldiche e cavalleresche” di Fabrizio Guastafierro, pubblicato a Sorrento nel 2005 da Edizioni Gutenberg ’72 Sorrento