Sorrento e le location delle leggende sulla Regina Giovanna

In altre sezioni del nostro sito si è detto delle leggende e dei resoconti delle storie boccaccesche che si vorrebbero consumate dalla Regina Giovanna a Sorrento. In realtà, ci sono anche molte altre località che si contendono la fama di aver recitato il ruolo di sfondo coreografico per le avventure amorose della insaziabile sovrana.
E, dunque, ad avvalorare l’ attendibilità dei racconti tramandati, contribuisce proprio l’ eterogeneità delle location presso le quali si vuole che la regina di Napoli abbia consumato i suoi riti amorosi.
Di seguito una estrema sintesi che si concentra soprattutto sulla capitale del regno Napoletano

Napoli contende il primato a Sorrento
Tra i luoghi che avrebbero potuto ospitare la Regina Giovanna in occasione delle sue performance erotiche. Primo tra tutti il Palazzo Donn’ Anna, ubicato nella zona di Posillipo, a Napoli. A voler considerare questa ipotesi, però, l’intera leggenda perderebbe di forza. Dal momento che la costruzione fu ideata nel 1600 (ben oltre la data della morte della Regina Giovanna che risale al 1435) per servire al viceré Cosimo de Guzman, come regalo affettuoso per sua moglie, Donn’ Anna Carafa.
Napoli in ogni caso, contende a Sorrento il titolo di località in cui la Regina avrebbe dato libero sfogo alla sua libidine.
Mimmo Liguoro, in ogni caso, pone dei dubbi sulla ninfomania della Regina Giovanna. In questo senso, nel suo “La Regina Giovanna IIUna sovrana al tramonto del regno angioino” (edito nella collana “Tascabili economici NewtonNapoli Tascabile” nel 1997) scrive: “Ma quante di queste voci furono semplicemente un’invenzione fantasiosa di donne e comari sedute nei vicoli, che pensavano alla regina con un misto di ammirazione, paura e invidia? Di sicuro, la regina mostrò sempre a tutti la sua incapacità di star sola, scegliendosi di volta in volta un favorito che fosse per lei di sollievo fisico e di sostegno psicologico.
Lei, debole e priva di acuto senso politico, cercava nell’uomo prescelto l’ amico e il consigliere, tutto concedendo in cambio: oltre se stessa, terre, privilegi, ricchezze, titoli onorifici. Nacquero così le fortune di un Pandolfello Alopo e d’un Sergianni Caracciolo. Ma come nell’immaginario popolare amore e morte erano indissolubilmente legati al nome di Giovanna (gli uomini prima amati e poi uccisi), così, nella realtà, fortuna e tragedia si specchiarono nel destino dei favoriti della regina, ammazzati senza pietà quando la loro stella sembrava all’acme.
Una leggenda incarnata in ingenui versi popolareschi narrava che un giorno la regina uscì per Santa Lucia, seguita dal corteo regale. Mentre i popolani la acclamavano, Giovanna si guardava intorno con i suoi begli occhi da maliarda che «lampe sajettavano d’ammore». Vide un giovane pescatore e lo chiamò. «Portami a Mergellina con la tua barca».
Peppe il pescatore sistemò la regina a prua e in un baleno arrivò la dove «n’ce sta ‘na casa nera e derrupata».Entrarono e si abbracciarono «n’fino a che fuje chiara la matina». Tre giorni e tre notti d’amore.
All’ alba del quarto giorno, una botola si aprì sotto i piedi di Peppe, che scomparve nel buio di una caverna. Giovanna, sazia e cinica, lasciò il palazzo, mentre sulla spiaggia di Santa Lucia la fidanzata del pescatore, Stella, aspettava inutilmente il ritorno del suo uomo. Una leggenda che compendia l’ immagine di donna-vampiro attribuita a madama Joannella. Così come rende ancor più fosca la personalità della regina durazzesca quella memoria leggendaria del coccodrillo che avrebbe divorato, in un antro sotterraneo di Castelnuovo, i malcapitati amanti di una notte, fatti precipitare, al mattino, in una botola.
Probabilmente, come notò Gino Doria, occorre mitigare questo giudizio e, pur salvandone il nocciolo, sfrondarlo di troppe sovrastrutture. Giovanna era, sì, uscita da una gioventù «ricca soltanto di piaceri e di mollezze, amante dell’amore e degli amori», ma forse non è stata la «Messalina della posteriore leggenda».”.
Poi offrendo una chiave di lettura ancora più benevola aggiunge: “Malgrado tutto, le testimonianze storiche ci dicono che nei momenti più drammatici del suo regno, il popolo le fu vicino, vedendo in lei pur sempre il simbolo di una identità comune, di una dinastia ormai radicata e tollerante, aliena dalle inutili vessazioni. Quel popolo intuiva che altre presenze, come quella dei catalani, avrebbero portato condizioni di vita più dure e oppressive per tutti.
A distanza di tanti secoli, è forse possibile deporre sia gli strali del giudizio severo e inappellabile verso Giovanna d’Angiò Durazzo, sia le corone floreali di riabilitazioni postume troppo rischiose. Per capire chi fu Giovanna, occorre inquadrarla nel suo terribile tempo, nel contesto inquieto d’una situazione politico-economica gravemente depressa. E occorre anche guardare alle vicende che la toccarono da vicino, e che trasformavano inesorabilmente ogni atto di debolezza, ogni errore, in macigni inamovibili e fatali. I feudatari, spesso da lei gratificati, in costante rivolta; ricorrenti distruzioni ed epidemie; i suoi due amanti uccisi in modo orribile; il re d’Aragona, da lei adottato come figlio ed erede, pronto a deporla con la forza; i suoi condottieri, tra i più grandi del tempo, morti in circostanze infelici. Sulla bilancia, poche benemerenze (sostegno a chiese e conventi, una riforma dei tribunali) e molte colpe (nessuna spinta alle arti mentre altrove fioriva il Rinascimento, nessuna capacità operativa sul piano economico). Ma, come abbiamo visto, il regno di Giovanna fu come un castello perennemente assediato da nemici feroci e insidiato, all’interno, da faide e congiure”.
E, sempre Mimmo Liguoro, considera ancora “D’altra parte, quando i fiorentini la proposero in moglie al re d’Ungheria, la descrissero donna bellissima e assai piacente. Esageravano per facilitare il matrimonio? Può darsi, ma anche il Sansovino, scrivendo la storia di casa Orsini, la definì molto bella. E se non altro, da ragazza avrà certo avuto la bellezza che promana da ogni giovane donna allegra, spensierata, innamorata dell’amore. Poteva una simile fanciulla non esser contagiata da quell’ atmosfera lieve e gioiosa che caratterizzava, da lungo tempo, la corte di Napoli? No, non poteva. Quell’abitudine alle feste, alle giostre, alle cavalcate, ai giochi d’amore era tipica delle corti medievali e presente a Napoli già ai tempi di re Roberto. In quegli anni la città fu frequentata da Giovanni Boccaccio, che respirò l’aria dei vicoli abitati da donnine procaci e delle case nobili dove il gioco erotico era una delle occupazioni preferite da dame e cavalieri. La corte di re Roberto era brillante e stimolante, piena di vita culturale e di gioiose riunioni serali. Un carattere che negli anni successivi sbiadì sul versante della cultura e del mecenatismo, mentre si acuì su quello del divertimento. Nello stesso tempo, le corti medievali (e quella napoletana in particolare) divennero centri di intrigo e corruzione, dove personaggi avidi e senza scrupoli cercavano di trarre, attraverso piani segreti, congiure e complotti, il massimo dei vantaggi economici. Lontano il popolo nei suoi quartieri cittadini miseri e trascurati, lontani anche i rappresentanti del ceto intermedio, i commercianti, i legulei, i prelati, a meno che – come seppero fare i banchieri toscani – non riuscissero a rendersi indispensabili a supporto della corte, coi loro prestiti ben remunerati per le spese sempre più pressanti da sostenere. Un tale distacco dalle esigenze reali dello Stato, nelle città e nelle campagne, ebbe come contraltare, nell’ epoca del feudalesimo, la violenta ricerca dell’indipendenza da parte dei baroni e delle università, con situazioni ricorrenti di totale anarchia. All’epoca di Giovanna tutte queste condizioni negative (cinismo e voracità dei cortigiani, abitudine alla dissolutezza nella vita di corte, ribellismo dei baroni, tradimenti dei feudatari, scarsa o nulla autorità dello Stato) si mostrarono nella loro peggiore espressione. Per chi guardava dall’esterno la turbolenta vita della reggia con le sue nefaste conseguenze politico-sociali, al centro del vortice c’era lei, la regina, che quella corte, quello Stato, quella realtà rappresentava. E certo dal malcontento, dalla rabbia, dall’indignazione dovette venir fuori quel sottile veleno che poco a poco cementò l’immagine di Giovanna II, bersaglio di maldicenze, pettegolezzi; giudizi astiosi che andavano oltre la sua stessa esistenza sregolata e contraddittoria. Probabilmente, se Giovanna avesse avuto capacità politica e si fosse trovata a guidare un regno prospero e ricco, molte valutazioni impietose sulla vita privata le sarebbero state risparmiate e i suoi quattro mariti, i due amanti ufficiali e le tante avventure occasionali, di cui si vociferava, con i più bei cavalieri del reame o con gli armigeri più prestanti, sarebbero entrati a far parte di una aneddotica più blanda e ammiccante”.
Fabrizio Guastafierro

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