Eremo, Chiesa e Monastero di Sant’ Agnello a Guarcino (15)

Eremo, Chiesa e Monastero di Sant’ Agnello a Guarcino
L’ Eremo dove soggiornò Sant’ Agnello abate si trova abbarbicato alle dirupate pendici del monte Costa dell’ Airola, ora dedicato al nome del santo. L’ eremo vero e proprio è un’ ampia grotta, alta circa tre metri, profonda 17 metri e larga 11. Ancor oggi conserva l’ originario squallore, lo stesso che vi trovò Sant’ Agnello allorché vi si stabilì.
Accanto alla grotta vi sono una chiesa e un piccolo monastero addossati alla roccia. La data della loro costruzione è sconosciuta, ma è verosimile che sia posteriore alla santificazione di Agnello e quindi si possa fissare intorno ai primi anni del secolo VII. La tradizione, tramandataci anche dal manoscritto conservato nell’ archivio della parrocchia di San Nicola(1), ricorda come, nell’ alto medioevo, l’ intero popolo di Guarcino contribuì ad innalzare la fabbrica per trasformare la grotta in un luogo di culto. Il lavoro fu difficoltoso poiché a quel tempo, per accedere all’ eremo non c’ era alcuna strada.
E’ probabile che i monaci, i quali vissero in quel monastero, siano stati seguaci della regola di San Benedetto, come ritengono il Gargiulo (2) e il Kehr(3). Il monastero di Sant’ Agnello si affermò ben presto, come testimoniano i molti beni che esso venne a possedere, tra i quali l’ antico monastero di San Luca, fondato da San Benedetto.
La sua importanza religiosa è testimoniata dalle occasioni in cui viene ricordato nei documenti di diversi Pontefici. La bolla più antica è quella di Alessandro III che conferma l’ appartenenza al convento dei beni già posseduti e stabilisce norme per l’ elezione del priore, emanata in Fermentino nel 1175(4).
Una bolla di Papa Lucio III del 1182 conferma l’ appartenenza dei beni già riconosciuti da Alessandro III.
Nel secolo XIII, si trovano due bolle di Papa Onorio III, nella prima delle quali sono dettate alcune norme di vita monastica; in entrambe si desume l’ appartenenza del convento di San Luca ai monaci di Sant’ Agnello(5).
Il monastero di Sant’ Agnello non fu sempre in possesso dei monaci benedettini; nel corso del secolo tredicesimo, vi abitarono i monaci celestini(6) fondati da Pietro da Morrone il quale fu Papa col nome di Celestino V e morì nel 1294 nella rocca di Fumone.
Il monastero fu quasi distrutto dal terremoto del 1350 che sconvolse la zona per quindici giorni consecutivi. La vicina e antichissima chiesa, dedicata, fin dai primordi del cristianesimo, ai santi apostoli Filippo e Giacomo, andò completamente distrutta. Il monastero fu abbandonato e i monaci furono accolti, a valle, in quello di san Luca.
Paolo, vescovo di Alatri, al fine di ricostruire il monastero, con due bolle del 3 aprile 1350 e 20 maggio 1354, concesse indulgenze a tutti quei pellegrini che si fossero recati a pregare nel santuario e avessero donato un obolo. Solo dopo quattro secoli, però, tra il 1748 e il 1750, i Guarcinesi ricostruirono la chiesa e riattivarono alcune stanze del vecchio convento per ospitare gli eremiti.
Le spese incontrate per la ricostruzione assommarono a circa duecento scudi romani, oltre il pane e il vino dato agli operai a spese della fabbrica(7).
Gli eremiti del convento costituivano una singolare istituzione: venivano scelti tra i Guarcinesi o tra i forestieri dal capitolo della colleggiata di San Nicola e dalle autorità comunali e poi approvati dal vescovo della diocesi. L’ eremita viveva delle elemosine dei Guarcinesi scendendo in paese per la questua ogni sabato e girando nei campi all’ epoca del raccolto(8). Tra le poche cose risparmiate dal terremoto vi era l’ antichissima immagine affrescata di Sant’ Agnello e risalente a prima del mille. Essa venne staccata dalla parete e colocate sull’ altare ricostruito. A tutti questi avvenimenti si volle dare un carattere di solennità consacrandoli in due istrumenti notarili attestanti uno le grandi virtù ed opere di Sant’ Agnello(9) e l’ altro lo spostamento dell’ antico affresco dalla parete al ricostruito altare(10).
Finiti, nel novembre del 1750, i lavori di ricostruzione della chiesa e delle stanze, nel dicembre una grossa frana, staccatasi dalle rovine della superiore chiesa di San Giacomo e Filippo, precipitò sull’ edificio demolendolo nuovamente.
La nuova ricostruzione non si fece attendere ed in essa molto si dovette al canonico Bacci, promotore della prima stampa dell’ effige del Santo(11), il quale sostenne, insieme alla confraternita dello Spirito Santo, le spese relative, e all’ iniziativa dell’ arciprete don Francesco Antonio Tricca che si mise a capo del comitato per la ricostruzione dell’ eremo. Questa volta si costruì anche una strada per accedere al santuario al quale si arrivava, dal secolo VII, per impervi sentieri. Alla costruzione della strada concorse gratuitamente il popolo guarcinese sotto la direzione dell’ arciprete Tricca.
Dal 1894 al 1896 il canonico Antonio Giansanti diresse la riparazione della strada e la rese più ampia e pianeggiante. Durante gli scavi per la sistemazione del piazzale antistante la chiesa, vennero trovate molte ossa che, probabilmente, dovevano essere quelle dei monaci ed uno degli scheletri portava una grossa medaglia di Alessandro IV, pontefice dal 1254 al 1261.
Un comitato di devoti fece intagliare la statua del Santo da uno scultore di Ferentino. Qualche anno più tardi, Monsignor Trajetto Carafa, nunzio apostolico a Napoli, donò una bella pianeta portante il proprio stemma.
In questo secolo, la chiesa fu danneggiata dal terremoto del 1915 e i danni furono riparati, nel 1931, grazie alle generose offerte dei Guarcinesi emigrati in America(12); l’ acqua fu portata fino al monastero per iniziativa del potestà Giovanni Floridi di Aristide. Durante l’ ultima guerra, gran parte della popolazione di Guarcino trovò rifugio nell’ eremo dalla furia nazista, che al momento della ritirata dinanzi alle truppe alleate, minò gran parte del paese per ostruire la via Subiacense.
Note:
(1) Vincenzo Panefresco, Vita e culto di Sant’ Agnello patrono di Guarcino, manoscritto-dattiloscritto del secolo XIX, conservato nell’ archivio della Collegiata di San Nicola di Guarcino, pagina 122.
(2) Mons. F. Bonaventura Gargiulo, Vescovo di Sanseverino, il glorioso Sant’ Agnello Abate, studio storico critico con appendici, Napoli 1903, pagina 56 e seguenti.
(3) P. Kehr, Italia pontificia, II, pagina 151.
(4) cf. Giuliano Floridi, Le pergamene dei monasteri di San Luca e Sant’ Agnello di Guarcino, Roma 1967, pagina 143.
(5) cf. Floridi, opera citata nella nota (4), pagine 147-141.
(6) cf. Panefresco, opera citata nella nota (1), pagina 123.
(7) cf. Floridi , opera citata nella nota (4), pagina 76, n° 16.
(8) cf. Panefresco, opera citata nella nota (1), pagina 124.
(9) cf. Floridi, opera citata nella nota (4), pagine 76, n° 19.
(10) cf. Panefresco, opera citata nella nota (1), pagine 125-130.
(11) Panefresco, opera citata nella nota (1), pagina 131; Sacchetti-Sassetti, Guarcino durante la Repubblica Romana, Alatri 1934, pagina 4.
(12) Panefresco, opera citata nella nota (1), pagina 131.
© Testo integralmente tratto dalla Tesi di Laurea intitolata “Analisi storico – antropologica del culto di Sant’ Agnello”, discussa dalla Dott.ssa Laura Parlato, nell’ anno accademico 1979/1980 presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’ Istituto Universitario Orientale di Napoli. Relatore Prof. Alfonso M. di Nola.
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