Il culto di Sant’ Agnello Medico (11)

Il culto di Sant’ Agnello  Medico
Come è stato chiarito in precedenza, dall’ epoca della sua morte (VI secolo) fino ad almeno il IX secolo, Sant’ Agnello fu venerato a Napoli come il santo – medico per eccellenza. Unico testimone delle virtù taumaturgiche del Santo è, per noi, il più volte citato Libellus miraculorum S. Agnelli scritto da Pietro suddiacono. Cercheremo ora di analizzare i ventiquattro racconti di guarigioni riferiti da Pietro servendoci della guida di Domenico Mallardo(1) il quale li tradusse dal latino e li commento. I punti verso i quali orienteremo il nostro esame sono: l’ ammalato, la malattia, il miracolo.
L’ ammalato è indicato quasi sempre col suo nome: solo un terzo circa dei miracolati rimane anonimo. Tra i nominati non mancano nomi noti: Maria, badessa di San Gaudioso; Febronia, badessa di San Samona; Giovanni diacono; il vescovo di Napoli Attanasio II. Molto spesso è indicata anche la patria dei miracolati, e non si tratta solo di Napoletani perché essi vengono da tutta la Campania e anche da altre regioni. Tra i miracolati c’è persino un medico.
Nei Miracula di Sant’ Agnello i particolari descrittivi non mancano di vivezza e sono talvolta abbondanti; né si tratta sempre di casi banali e comuni, o di fatti generici. Gli ossessi sono la maggioranza, ed anche la paralisi ricorre varie volte, ma c’è l’ epilessia, il vomito di sangue, il tetano, la sordità.
Gli ammalati hanno spesso sperimentato medicine e consultato uno o più medici, ma sempre inutilmente. Il Mallardo dimostra che ciò non è una novità in racconti di questo genere(2). In altri casi, sono stati inutilmente visitati luoghi celebri per il culto di altri santi.
Il Santo appare quasi sempre di notte. In taluni casi ciò non è detto esplicitamente ma nulla obbliga a pensare che la visio sia avvenuta di giorno. Non sempre il santo appare per guarire, invocato dalle preghiere dell’ infermo o dei suoi parenti; appare, senza essere invocato anche, per ordinare che si vada alla sua chiesa, presso la sua tomba, e quest’ ordine talvolta è dato non all’ infermo ma ad un suo parente. Il tempo preferito per l’ apparizione è la notte tanto che nel caso della paralitica del 2° miracolo, il Santo le appare una prima volta di notte e le annunzia una seconda apparizione per la notte seguente. Nel primo miracolo il Santo appare all’ inferma non dormienti sed clare vigilanti. Quasi sempre, però, l’ ammalato dorme.
L’ apparizione relativa alla guarigione o alla prescrizione della cura avviene sempre nella chiesa, sulla tomba, presso il corpo del Santo. E nella maggior parte dei casi, è nella chiesa del Santo che l’ ammalato dorme.
Non sempre l’ ammalato è guarito, o visitato, nella prima notte del suo arrivo; né sempre egli è solo nella basilica del Santo. L’ inferma Anna trova nella basilica la nobildonna Maria, inferma anch’ essa. La badessa di San Samona, Febronia, trova arrivando alla basilica del Santo, un cieco e uno zoppo. La frase quidam nocte che fa pensare che l’ infermo abbia passato nella chiesa più di una notte ricorre varie volte.
L’ apparizione del Santo è chiamata visita ed il Santo è un medico: egli stesso dice, rimproverando la badessa di San Gaudioso di non aver portato alla sua tomba la sorella inferma: “Perché non avete consultato il medico vicino?”.  A Giovanni di Gaeta, prescrivendogli di venire a Napoli, Sant’ Agnello dice: “A Napoli troverai il medico che ti guarirà”. Lo stesso Pietro suddiacono lo invoca quale medicus venerande Tonantis.
Il Santo appare in veste di monaco, cinto di fulgida luce, la luminosità è un tratto comune alla maggior parte di queste apparizioni, e, come ci assicura il Mallardo(3), è propria di altri Miracula napoletani, come pure alle divinità nella incubazione pagana. Adelferio di Avellino, al vedere Sant’ Agnello, rimase atterrito nimii fulgoris illius magnitudine.
Il metodo di cura non è sempre il medesimo e, qualche volta, non è diretto; Sant’ Agnello rimane, per così dire, dietro le quinte. Alle cure terapeutiche, se così si possono chiamare, vanno talvolta congiunte cure spirituali o addirittura sacramentali; non mancano nelle guarigioni compiute da Sant’ Agnello alcune singolarità.
Quella che colpisce di più è nel racconto di Eufemia. Ella è seriamente malata al capo e il Santo le prescrive di pettinarsi. Il racconto va inteso non nel senso che dal pettinarsi dipenda la guarigione, ma nel senso che il Santo assicuri ad Eufemia che può ormai curare l’ acconciatura dei suoi capelli, perché è sana. Al mattino seguente l’ ammalata sente, e questo è strano, che sbadigliando va via, per la bocca il dolore. La guarigione diventa completa capite sub tumulo imposito.
Altra prescrizione caratteristica è quella di vestire l’ abito monastico e altro tratto singolare è quello di stracciare l’ abito secolare addosso alla donna che l’ aveva ripreso, deponendo l’ abito monastico. Ad un’ ammalata il Santo fa indossare egli stesso l’ abito religioso(4).
Al monaco Giovanni, Sant’ Agnello porge dieci monete, per significare che ritornerà fra dieci giorni e appare in atto di celebrare messa. Questo è un altro particolare caratteristico dell’ agiografia napoletana(5).
Ad una paralitica a cui Sant’ Agnello dà l’ incarico di annunziare alla città di Napoli la prossima assoluzione da una scomunica papale il Santo appare recando il calice consacrato e, dopo averle chiesto se, come le era stato ordinato nella precedente apparizione, aveva deciso di abbandonare il mondo e si era procurata la tonaca monacale, le mette egli stesso addosso quella tonaca e le annunzia che ormai è sana.
Negli altri casi, nulla di singolare nei metodi di cura. Ai paralitici distende le dita delle mani e dei piedi; il vescovo Atanasio è toccato col ferro chirurgico; da una ossessa il Santo caccia il demonio dandole un colpo sulla guancia e intimando al demonio di uscire, l’ uomo inchinato viene asperso, o meglio nel sonno gli pare di essere asperso, di acqua santa; Stefano Ferraro guarisce ungendosi con l’ olio degli infermi. Particolare importanza ha il giorno di domenica. Di domenica sono guariti la paralitica del primo miracolo e l’ ossesso del terzo.
Ci si può chiedere fino a che punto si deve dar credito all’ autore dei miracoli di Sant’ Agnello, Pietro suddiacono. Indiscutibilmente egli concede moltissimo alla retorica, al punto di mettere in bocca ai suoi personaggi lunghi discorsi in versi. Tuttavia secondo il Mallardo(6), la verità del nocciolo dei suoi racconti, cioè il ricorso degli ammalati al Santo e la prassi da essi seguita, non può essere messa in dubbio.
Pietro non ha dunque inventato, né esageratamente caricato le tinte. Egli rispecchia, nel suo stile, le convinzioni dei miracolati. Come abbia potuto raccogliere quella di cui non era stato un testimone, quelle di personaggi non più viventi ai suoi tempi o con cui non poteva mettersi in contatto, non è facile stabilire con certezza.
Ma depone a suo favore il fatto che parecchi dei miracolati o sono molto vicini ai suoi tempi o sono persone ben note e il fatto che egli di essi quasi sempre dà il nome e la patria. Di due miracoli Pietro si presenta addirittura come testimone(7) e per altri fa appello a persone presenti. Scettici e schernitori della credulità nei miracoli dei santi ne troviamo nei Miracula di Sant’ Agnello come in quelli di altri santi. Nei primi, anzi, lo scettico che deve ricredersi è proprio un eccelsiastico. “Diremo che sono delle messe in scena degli agiografi?” si chiede Mallardo(8).
Non si può di certo credere, dalla prima all’ ultima parola, a ciò che scrive Pietro suddiacono; ma non si può assolutamente considerarlo un falsario.
A questo punto, l’ analisi fin qui condotta ci spinge a paragonare la dinamica dei miracoli di Sant’ Agnello(9) con la dinamica dell’ incubazione classica. Quella pratica, diffusa nel mondo mediterraneo antico, permetteva, secondo l’ ideologia greca, a chi dormiva sulla nuda terra di avere sogni premonitori. Nel santuario di Dodona la consultazione dell’ oracolo era fatta da sacerdoti che passavano la notte dormendo sul nudo suolo. Nei famosi santuari del dio medico Esculapio – ad Epidauro, nell’ isola di Cos, e a Roma sull’ isola Tiberina – i malati cercavano la guarigione nell’ intervento del dio che nel sogno rivelava la cura adeguata o semplicemente prometteva il miracolo.
“Che la prassi seguita a Napoli, nei secoli VIII – X. Dagli ammalati che ricorrono all’ intervento del Santo, nella sua chiesa e, quando è possibile, presso la sua tomba, presenti analogie troppo stringenti con l’ incubazione classica, è cosa che non si può mettere in dubbio”(10).
Una sola cosa non è detta esplicitamente, che l’ ammalato è andato alla tomba o alla chiesa del Santo con lo scopo preciso di andare a chiedere un sogno indicatore.
Ma egli ci va di certo per passarvi la notte, anzi, in qualche caso, per rimanervi sin tanto che non sarà guarito, dovessero passare anche dei mesi. L’ usanza era comunque diffusa anche nelle chiese di altri santi-guaritori come ampiamente documenta Mallardo.
Sarebbe ora lungo indagare a quale sistema d’ incubazione siano da avvicinare o casi narrati dai Miracula napoletani, se cioè all’ incubazione dei secoli V e IV avanti Cristo nei templi di Asclepio, o alla incubazione dell’ età romana, nella prima delle quali il caso è risolto, nel sogno, dal miracolo senza che vi siano indicazioni terapeutiche, mentre nella seconda, che è una divinatio per somnium, si cerca la visione iatromantica(11). Tuttavia, “se volessimo dare uno sguardo d’ assieme, diremmo che nella grande maggioranza dei casi, quel che avviene a Napoli nel sogno è la guarigione, non il solo responso oracolare, come in qualche caso”(12).
Un interessante particolare va comunque notato. E’ frequente nei Miracula napoletani l’ intervento, al mattino, dei sacerdotes loci per chiedere all’ ammalato che cosa abbia visto la notte, o che cosa gli sia stato detto o prescritto, o di quali cure sia stato oggetto o, spesso, per spiegargli il significato di quel che è avvenuto la notte. Ora anche negli Asclepieia era il clero locale che al mattino spiegava il sogno al malato(13).
Si può concludere che la Chiesa di Santa Maria Intercede a Napoli, dove Sant’ Agnello era venerato, come tutte le altre chiese di Napoli, era estranea per principio all’ incubazione; è innegabile però che i cristiani di Napoli, dei secoli VIII e X almeno, si sono comportati presso le tombe o nelle chiese dei santi in cui invocavano il patrocinio e l’ intercessione, in maniera che ricorda molto da vicino quella in cui i loro antenati di una decina di secoli prima si comportavano nei santuari dei loro guaritori.
Note:
(1) Domenico Mallardo, L’ incubazione nella cristianità napoletana, in Anal. Boll. LXVII (1949), pagine 475 – 498.
(2) Domenico Mallardo, opera citata nella nota (1), pagina 487
(3) cf. Domenico Mallardo, opera citata nella nota(1), pagina 488.
(4) Miracoli 1° e 2°.
(5) cf. Mallardo, opera citata nella nota (1), pagina 489.
(6) cf. Mallardo, opera citata nella nota (1), pagina 492.
(7) Miracoli 5° e 21°.
(8) cf. Mallardo, opera citata nella nota (1), pagina 494.
(9) E dei miracoli di altri santi studiati dal Mallardo.
(10) cf. Mallardo, opera citata nella nota (1), pagina 496.
(11) cf. L. Th. Lefort, Notes sur le culte d’ Asklépios. Nature de l’ incubation dans le culte, in Le Musée belge, t. X (1906), pagine 21 – 37 – e 101 – 126; J. Gessler, Notes sur l’ incubation er ses survivances, in Mélanges L. Th. Lefort (Louvain 1946), pagina 661 e seguenti.
(12) cf. Mallardo, opera citata nella nota (1), pagina 497.
(13) A. J. Festugiere, le monde greco-romain, t. II (1935), pagina 116.
© Testo integralmente tratto dalla Tesi di Laurea intitolata “Analisi storico – antropologica del culto di Sant’ Agnello”, discussa dalla Dott.ssa Laura Parlato, nell’ anno accademico 1979/1980 presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’ Istituto Universitario Orientale di Napoli. Relatore Prof. Alfonso M. di Nola.
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