Testimonianze del Culto di Sant’ Agnello in Lucca(13)

Testimonianze del Culto di Sant’ Agnello in Lucca(1)
Dall’ epoca della morte di Agnello, fino al mille inoltrato, non troviamo in Lucca notizia alcuna riguardante il nostro Santo. Già, però, nel secolo XI, attraverso l’ onomastica, troviamo tracce del suo culto. In un atto rogato dal notaro Conradus, l’ 11 febbraio 1079(2), leggiamo infatti: “Moro, figlio di b.m. Dominichi, dichiara d’ aver ricevuto a livello per sé e suoi eredi da Leo, Abbate del monastero di San Ponziano, la metà di un pezzo di terra a vigna in Vaccele, vocabolo a Bursa, confinante colla terra Raineri chierico, Agnelli ecc.”
L’ onomastica, dunque, può fornire la prova dell’ affermarsi del culto del Santo. Si sa infatti, che a volte i nomi di battesimo ricordano da un dato periodo storico con i personaggi di una guerra vinta, di una città conquistata, di una famiglia illustre. Così avviene anche per il culto dei Santi: i loro nomi possono ricordare l’ epoca dell’ esaltazione all’ onore degli altari e possono testimoniare l’ affermarsi del loro culto in una data regione.
Sant’ agnello doveva essere conosciuto e venerato in Lucca già nel secolo XI, perché tra la fine di questo e l’ inizio del secolo seguente c’è notizia di un altare dedicato a Sant’ Agnello con altri santi. La notizia è riportata dal codice 124 dell’ Archivio Capitolare di Lucca, all’ inizio del quale sono elencati gli altari del Duomo esistenti tra gli anni 1065-1109. L’ altare di Sant’ Agnello si trovava nella crociera meridionale, verso la sacrestia.
“Gli altari – scrive Monsignor Guidi – si moltiplicarono poi man mano, finchè già prima del 1109 avevano raggiunto il numero di dodici”(3).
Finalmente, in un documento del 1 agosto 1155, conservato anch’ esso nell’ Archivio Capitolare, compare anche una festa che si celebrava in Duomo, in onore di Sant’ Agnello. Traduciamo dal latino: “…io Malregulatus chierico, del fu sopraddetto Angelo figlio, che andrò a Gerusalemme per l’ indulgenza dei miei peccati, tra le altre disposizioni e ordinazioni delle mie cose voglio e giudico, se morrò prima di tornare da Gerusalemme, che i miei eredi in ogni anno nel giorno della festa di Sant’ Agnello per l’ anniversario mo e per la salute dell’ anima mia, diano ai canonici di san Martino, canonici della chiesa episcopale di Lucca, del mio orte in luogo Pulia due soldi lucchesi, denari in pesci o in carne. Se così i miei eredi, com’ è stabilito ogni anno, non lo faranno voglio e giudico che siano costretti di dare ai prefati canonici tre libbre di argento…”(4)
Che già in quei lontani secoli si celebrasse la festa di sant’ Agnello con solennità e splendore e non con la liturgia piana dei giorni feriali è confermato dall’ antico rituale della Cattedrale; codice noto col titolo Ordo, attribuito al secolo XIII e dal cui contenuto è facile intendere che le regole prescritte si praticavano in San Martino, il Duomo di Lucca, ancor prima di essere fissate sulla pergamena. Il Mansi, che si occupò di questo codice, parlando dell’ antico uffizio di Sant’ Agnello in esso stabilito, così scrive: “Si prescrive per la Cattedrale l’ uffizio di nove lezioni; il quale non solevasi cantare de’ Santi Confessori, se non quando se ne faceva maggior solennità dell’ ordinario”(5). Da ciò il Mansi arguiva che, già allora, il corpo del Santo riposasse in Lucca.
Nel secolo XIV, per testamento del vescovo Berengario, fu istituita una cappellania perpetua in Duomo, in onore di Tutti i Santi, all’ altare di Sant’ Agnello. Nel testamento non si fa alcun cenno al titolo della cappellania; esso appare però da un atto successivo, di Ser Fedocco Scortica, del 19 dicembre 1380(6) che si può così riassumere dal latino: “Prete Francesco figlio di Pagano dei Guidiccioni da Lucca viene investito della cappellania perpetua di tutti i Santi istituita da tempo, dal vescovo Berengario all’ altare di Sant’ Agnello nella Cattedrale di San Martino, per rinunzia dell’ ultimo cappellano di detta cappellania, prete Pellegrino di Alessio ora canonico della detta Cattedrale”.
In conseguenza dei lavori di ampliamento del Duomo eseguiti nel secolo XIV nella sua parte posteriore, nel 1389-1392 si demolì l’ altare di Sant’ Agnello(7) collocato, come s’è detto, nel transetto o braccio meridionale della crociera, dandolo a pensare un testamento del 1 aprile 1394, col quale Simone Boccella lasciava 200 fiorini per Messe da celebrarsi ogni settimana all’ altare di Sant’ Agnello con l’ obbligo di dare ai poveri sei staia di pane cotto nella festa sua e nel giorno della Commemorazione dei defunti; inoltre, il Boccella lasciava 100 fiorini per l’ ornamento dell’ altare. Dunque, dal fatto che i canonici di San Martino chiedessero al vescovo una permuta(8) si può dedurre che l’ altare fosse pressoché ultimato in quell’ anno. Esso dovette essere di marmo, come il sepolcro del Santo, di cui ci è pervenuto il coperchio dell’ urna, nel quale l’ architetto e scultore Antonio Pardini, maestro maggiore dei lavori, effigiò in bassorilievo, il Santo Abate giacente, col pastorale nella sinistra.
In quello stesso periodo, la figura di sant’ Agnello fu rappresentata in mezzo busto d’ argento, lavorato a sbalzo da Bartolomeo di Marco Stefanetti, orafo di Paolo Guinigi, come appare dal carteggio di questo signore, dietro compenso di un fiorino d’ oro; ultima rata, a saldo del lavoro, datata 16 marzo 1401(9). Questa testa d’ argento, in cui si custodiva il cranio del Santo, appare pure elencata nei vari inventari antichi della Cattedrale. La prima volta si trova registrata nel 1409 ed è così descritta: “Una testa d’ ariento di Sancto Angnello con ismalti per tucto. Di Peso con la testa drento di Libbre XL, uncie VIIII, con L pietre”.
Da un inventario posteriore di 15 anni (1424) è facile comprendere l’ errore del peso dell’ argento segnato nel precedente. Forse la lettera L non è che I, cui fu troppo allungata l’ asta inferiore, avremo così un peso più corrispondente alla descrizione dell’ inventario successivo: “Una testa d’ ariento di Sancto aniello con septe smalti; peso libbre XI, uncie VIIII. Il compilatore dell’ inventario del 1492 fu, invece, più conciso: “La testa di sancto Agnello tucta di argento”(10).
Nel 1475, fu dato incarico al maestro Pandolfo di Ugolino da Pisa, vetraio, – di lui rimangono le vetrate dell’ abside di San Martino – di una vetrata a colori per una finestra della crociera soprastante all’ altare di Sant’ Agnello. In essa si volle dipinta l’ immagine del Santo in abiti pontificali e, nella lunetta superiore, quella di San Martino, titolare della chiesa. In basso tre armi: quella del comune di Lucca con l’ immagine di San Pietro, quella dell’ opera e quella personale di Iac. Ghivizzani, operaro(11)
Nell’ Archivio particolare del Vicario Generale della diocesi, si conserva la relazione dell’ ultima ricognizione delle reliquie conservate nel Duomo, fatta nel 1841 dall’ Arcivescovo Monsignor Giovanni Domenico Stefanelli. Si riporta qui di seguito la parte di quella relazione riguardante il corpo di Sant’ Agnello:
“Aperta un’ altra cassa di raso e di seta bianco filettata di galloncino d’ oro con bolletto d’ ottone, lunga braccia 1 e mezza larga ed alta once 4 circa, con questa iscrizione in cartellino di pergamena, nella parte davanti a caratteri neri, rossi e cilestri – Corpus S. Agnelli Abbatis et Confessor. – Abbiamo trovato altra cassa di legno della stessa forma ma senza coperchio. Entro di questa vi sta una cassa di piombo; parimente della stessa forma (con l’ iscrizione – Corpus S. Agnelli Abbatis – nella parte superiore. Più un tubo di latta contenente questa iscrizione in pergamena(12): “Corpo di Sant’ Agnello abate fatto oggetto di ricognizione l’ 8 aprile 1682 dall’ eminentissimo e reverendissimo cardinale Giulio Spinola.
Fu traslato dall’ antichissimo altare della Cattedrale, alla presenza dello stesso, in questo Santuario il giorno 11 dello stesso mese del 1682”. Con coperchio saldamente a stagno. Aperto questa è comparsa altra cassa di legno con coperchio senza mezza pialla con piccolo anellino, per quanto sembra d’ argento. Levato questo coperchio abbiamo trovato le Ss. Ossa di questo Santo confessore ed Abbate benissimo conservate. Unitamente alle Ss. Ossa vi abbiamo trovato un tubo di piombo un poco schiacciato e senza coperchio, entro il quale vi stanno tre piccoli cartellini in pergamena. Nel più antico di carattere antichissimo vi è scritto- Yhus. In hac capsa est alia capsa sirico ornata in qua sunt ossa sancti agnelli habbatis et confessor” -.
Nell’ atrio più moderno(13): “Stefano Trenta Vescovo di Lucca, a perpetua memoria del fatto. Essendo questa città di Lucca oppressa da un innumerevole esercito di Fiorentini, per più anni, fino all’ ultimo eccidio, combattendo a favor del nemico la peste e la fame, non rimanendo affatto alcuna speranza di salvezza sulle forze umane, il popolo si rivolse al presidio del Sommo Oratore perché per le preghiere dei Santi si piegasse la divina maestà e onnipotenza.
Chiese il popolo che alcuni Corpi di Santi conservati in questa città fossero portati in solenni processioni per tutta la città con somma umiltà e immensa devozione.
E per i meriti e le preghiere di questi Santi immediatamente dopo le processioni fu liberata da ogni rovina e pericolo, godendo felicissima libertà fino a questi tempi per il corso di venti anni. Tra questi corpi furono portate in processioni le ossa e le reliquie di Sant’ Agnello Abbate.
Conosciuto questo, vedendo lo stesso Stefano vescovo quasi per tutta Italia e attorno a noi da ogni parte in tutte le città, terre e villaggi della Toscana incrudelire la peste, con terribile orrore, e questa città campagna libera, perché per le preghiere degli stessi Santi una seconda volta siamo liberati da ogni timore, col consenso unanime del clero e del popolo, disposi che similmente si portassero in processione alcuni corpi di Santi. E fra questi le ossa di Sant’ Agnello soprascritte furono portate in solenni e devotissime processioni il 5 novembre 1457, perché in avvenire liberati possiamo rendere all’ Altissimo le dovute grazie.
Compiute le processioni quanto più devotamente potei, le riposi in questo suo antico monumento. Questo giorno 17 novembre del soprascritto medesimo anno. A lode di Dio”.
Pergamena terza: Anno D.ni millesimo secentesimo quinquagesimo octavo Pontificatus All. VII anno IIII die XX aug. Em. D. Hieronymus Bonvisius M.D.E.S. Hieronymi Illyrior. P. Cardinali set Eposcopus Lucanus Cathedralis Eccl.se primo visitatione aggressus. Corpora Sanctor. in dicta Eccl.a quiescientia recognovit. Inter quae S. Agnelli Abb. Ossa in arca plumbea utpote dignori recondends mandavit. Solitoque supra arcam monumento posterum memoriae huius notae testificatione cerziora restituit”(14).
Le due processioni ricordate dal Vescovo Trenta, nelle quali si portò il corpo di Sant’ Agnello per le vie cittadine, non furon le sole perché altre ne seguirono. Nelle vite dei Santi del Franciotti, sono ricordate altre due processioni nelle quali si portò anche il corpo del nostro Santo. Una prima processione fu dell’ aprile del 1527, quando la città si trovava in grandi angustie sia per le piogge torrenziali sia per il timore di essere assediata dagli Spagnoli.
Fu così che, per esortazione di frate Zenobi de Medici, domenicano, tutti i cittadini si confessarono e comunicarono. Gli anziani, per muovere maggiormente gli animi, col consenso del Vescovo Giov. Francesco Sforza De’ Riari, decisero che si facesse una solenne processione e che in essa si portasse il Ss. Crocifisso De’ Bianchi e due santi corpi, quelli di San Regolo e di S. Agnello.
Il 27 aprile, il priore del Ss Crocifisso coll’ Abate di San Ponziano e trecento confratelli, con cappa e cero acceso, accompagnarono il Ss. Crocifisso in Duomo, dove era convenuto il Governo della Repubblica, con tutti i cittadini. Collocato il Ss. Crocifisso all’ altar maggiore, tra i corpi di S. regolo e S. Agnello, il vescovo cantò la messa tra le suppliche dei fedeli che imploravano “Misericordia e pace”. Dopo la messa sfilò la processione, con la partecipazione di oltre ottomila persone. Molte di esse andarono scalze e particolarmente quelle con le torce ai lati del Crocefisso e dei due corpi santi(15).
L’ itinerario seguito fu lo stesso della processione del corpus Domini, detto in grande dal popolo per il suo lungo giro, in vigore per molti secoli e fino a pochi anni fa.
La quarta volta, cioè la seconda ricordata dal franciotti, che si portò in processione il corpo di Sant’ Agnello, insieme ai corpi di altri santi fu nel 1531, in segno di ringraziamento per la pace conclusa tra il popolo lucchese e il suo Senato. Si ricordi che il Senato aveva promulgato alcune leggi ritenute dannose agli artigiani della seta, di cui Lucca abbondava in quel tempo.
Il primo maggio di quell’ anno questi artigiani si riunirono dunque nella chiesa di Santa Lucia, loro abituale ritrovo. Essi si erano adunati, quella volta, per protestare e per proporre al Governo della Repubblica agli emendamenti alle nuove leggi. Il numero dei convenuti, in quel giorno e nei seguenti, fu così alto che invase persino la piazza antistante la chiesa. Quei comizi sfociarono in una tragica sommossa che fu detta la sommossa degli Straccioni a causa del sdrucito drappo nero che ne era l’ insegna.
Sedata la rivolta con la forza e, più tardi, col capestro, il Senato venne a patti col popolo e, credendo conclusa la pace, decretò che si facesse una solenne e generale processione di ringraziamento a Dio e ai Patroni della città. Perché l’ omaggio fosse più gradito al cielo, il Vescovo. Il medesimo sopra ricordato, ordinò tre giorni di digiuno in preparazione alla solenne celebrazione e chiamò a Lucca i più valenti oratori per disporre il popolo. Il 26 novembre 1531 si svolsero le solenni cerimonie con un numerosissimo concorso, mai visto prima, e il Beverini scrive che la processione “fu tanto numerosa, che i primi usciti dalla basilica di San Martino, rientrati dopo girata l’ intera città s’ incontravano cogli ultimi che venivano fuori”(16).
La mattina di quel giorno, il gonfaloniere della repubblica con due anziani, preceduto dallo Stendardo della Libertà e seguendo il Clero andò alla chiesa di San Paolino, dove furono prelevati i corpi di questo Santo e quello di Sant’ Antonio Prete Eremita. Di qui la processione si indirizzò alla chiesa del Ss. Crocifisso da dove, collocato sotto un ricco baldacchino il Ss. Simulacro, proseguì per la basilica di San Frediano a prelevare il corpo di Santa Zita; quindi la processione s’ indirizzò al Duomo, dove tutti assistettero al pontificale del Vescovo e ascoltarono la predica. Un particolare interessante di questa processione, che doveva suggellare la pace fra i nobili della città e il popolo, è che furono nominati tre patrizi e tre popolari che alternativamente portarono il Gonfalone della Libertà. Unitamente ai corpi dei già ricordati santi, si portarono anche quelli di San Regolo e di Sant’ Agnello. Il Ss. Crocifisso fu sorretto dal vescovo stesso che lo portò fino a stancarsi; quindi lo consegnò al Protonotario Bartolomeo Arnolfini e questi, a sua volta, lo cedè al decano di San Michele, Marcantonio Gigli, che poi lo diede all’ Arcidiacono Giov. Pietro Tergimi.
Se ancora altre volte si processionasse col corpo di Sant’ Agnello non si può dire(17). E’ certo comunque che il suo culto in Lucca fosse allora molto sentito, confermandolo, una volta di più, il testamento di Iacopo Ghivizzani, rogato da Ser Benedetto Franciotti il 15 dicembre 1496(18). Il detto Maestro Iacopo, col suo testamento, fonda in san Martino una cappellania perpetua in onore di Sant’ Agnello, al suo altare, con l’ obbligo di una Messa quotidiana.
Questo benefizio è stato rivendicato, il 15 agosto 1896, dal Conte Federigo Bernardini, presso l’ ufficio demaniale di Lucca(19).
Se dal secolo XIV al secolo XVII abbiamo riscontrato in Lucca un culto fiorentissimo al nostro Santo, il Seicento segnò il tramonto della giornata gloriosa con la distruzione del suo vetusto altare, mai più ricostruito. Che non prima di quest’ epoca cominci la decadenza del culto a Sant’ Agnello lo prova la testimonianza del Franciotti (c. 16139, “che in Lucca si celebra la sua festa con grande solennità e con gran concorso e devozione”.
Già nel 1521, si era pensato di aprire il muro di levante della crociera meridionale del duomo per costruirvi l’ attuale cappella del Santissimo, dove nel 1477 il Civitali aveva appoggiato il pregevole tabernacolo del Corpo di Cristo voluto dal Bernini. Una costruzione simile fu ideata per il braccio opposto della crociera, dove appunto era l’ altare di Sant’ Agnello. La nuova cappella, detta del Santuario, si cominciò nel 1629 e fu ultimata nel 1637. E’ appunto in questo tempo e per quest’ opera che si distrusse l’ altare trecentesco di Sant’ Agnello, di cui fu risparmiato il solo bassorilievo marmoreo che fungeva da coperchio all’ arca del Santo, collocato, assai più tardi (1835), come paleotto dell’ altare marmoreo della sacrestia. Con l’ altare scomparve anche l’ immagine del Santo dipinta nella vetrata della finestra, che si apriva su di esso.
Anche la messa propria col suo uffizio fu abolita. I SACERDOTI, quindi, celebrando la festa di Sant’ Agnello con l’ uffizio comune degli Abati perdettero la possibilità di conoscere e far conoscere al popolo la vita e i miracoli operati dal Santo. Ne conseguì l’ indifferenza della devozione popolare e, col tempo, l’ oblio.
Nel 1749 si distrusse anche il magnifico simulacro d’ argento che racchiudeva il teschio del Santo(20). Esso insieme a una gran quantità di preziosi oggetti sacri, il cui peso complessivo ammontava a 640 libbre, fu usato per fondere ser grandi candelieri e croce d’ argento per l’ altar maggiore; gli stessi candelieri passati alle soldatesche francesi mezzo secolo dopo.
Le reliquie di Sant’ Agnello sono attualmente collocate nella citata Cappella del Santuario. La festa del Santo si celebra ogni anno in Cattedrale dall’ altar maggiore, dove per tutto il giorno si espone in una teca argentea, fra lumi e fiori, il suo cranio. La sua ufficiatura è stabilito con rito doppio maggiore
Note:
(1) Data la ormai totale decadenza del culto di Sant’ Agnello in Lucca mi sono servita dalle notizie riportate dal Lettieri nel suo esauriente studio.
(2) Archivio d Stato di Lucca, Pergamene del diplomatico, regestate da G. Degli Azzi Vitelleschi, Lucca, 1903, volume I, documento 294.
(3) Guerra – Guidi, Storia Ecclesiastica Lucchese, Lucca 1924, App. pagina 54: cf. anche P. Guidi, Per la storia della Cattedrale in Bollettino Storico Lucchese, 3 (1932), pagina 176 e seguenti.
(4) cf. Guidi-Parenti, Regesta Chartarum Italianeregesto del Capitolo di Lucca, Roma 1912, volume II, documento 1139.
(5) Giov. Domenico Mansi, Diario sacro, Lucca 1753 pagina 341. Una precisa descrizione dei sacri riti stabiliti dall’ Ordo per i santi venerati nella Cattedrale è in M. Giusti, L’ Ordo officiorum della Cattedrale di Lucca in Studi e testi 122, Miscellanea Giovanni Mercati, Città del vaticano 1946, volume II (estratto), pagina 11.
(6) Archivio di Stato in Lucca, Archivio dei Notari, volume 212, anno 1380, Ser Fedocco Scortica.
(7) cf. E. Ridolfi, L’ arte in Lucca ecc., Lucca 1882, pagina 40, P. Guidi, opera citata nella nota (3), pagina 177.
(8) Archivio arcivescovile di Lucca, Libri Antichi, Regesto, Cardella, lib. 45, f. 12.
(9) cf. E. Lazzareschi, Prefazione al carteggio di paolo Guinigi in Memorie e Documenti della Storia di Lucca, Lucca 1925, T. XVI, p.XXI.
(10) Guidi – Pellegrinetti, Inventario del Vescovato della cattedrale di Lucca ecc. in Studi e Testi 34, Roma 1921, fasc. I, pagina 214, 223, 256.
(11) cf. E Ridolfi, opera citata nella nota (7), pagine 47, 215.
(12) Si dà qui la traduzione del latino.
(13) Si dà qui la traduzione del latino.
(14) Archivio riservato del Vicario generale della diocesi di Lucca, cartolario n. 3, quinterno primo.
(15) cf. Franciotti, . pagina 457: cf. anche T. BINi, Storia del SS. Crocifisso De’ Bianchi, Lucca 1885, pagina 52.
(16) B. beverini, La Sollevazione degli Straccioni, trad. di P. Giordani, Lucca 1847.
(17) Così il Lettieri (Anselmo Lettieri, Sant’ Agnello Abate, il suo corpo e il suo culto in Lucca, Lucca 1948) pagina 34.
(18) Archivio di Stato in Lucca, Archivio Arnolfini, Contratti n.2, lett. B, dal 1432 al 1501, vedi a c. 104, c. 326 f.ss.
(19) Archivio arcivescovile di Lucca, Sacra Visita M. Arrigoni, Lucca, carteggio n. 222, 11.
(20) cf. Ridolfi, opera citata nella nota (7), pagina 228.
© Testo integralmente tratto dalla Tesi di Laurea intitolata “Analisi storico – antropologica del culto di Sant’ Agnello”, discussa dalla Dott.ssa Laura Parlato, nell’ anno accademico 1979/1980 presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’ Istituto Universitario Orientale di Napoli. Relatore Prof. Alfonso M. di Nola.
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