Apoteosi e declino dei Vulcano

Dopo aver raggiunto livelli di ineguagliabile fama e prestigio oltre che di incomparabile ricchezza – anche grazie alle fortune di cui godette il cardinale Landulfo di Sant’ Angelo, tanto presso i monarchi angioini, quanto negli ambienti pontifici – la famiglia Vulcano (che, all’ epoca, era ancora conosciuta con il nome di “Bulcano”), mantenne inalterati il suo prestigio e la sua reputazione anche dopo la morte dell’ importante porporato.
Basti dire che un altro Landulfo Bulcano – probabilmente figlio di Ettore o di Bartolomeo, entrambe fratelli del defunto cardinale – oltre ad essere stato considerato come uno stimato giureconsulto, fu consigliere di Re Roberto e, probabilmente (ma non ne abbiamo prova) potrebbe essere divenuto a sua volta cardinale.
Proprio il Re Roberto d’ Angiò, infatti, quando il suo uomo di fiducia – in epoca non precisata – prese le insegne dottorali presso l’ Università di Napoli, volle pronunziare un proprio sermone per rendere ancora più significativo l’ avvenimento.(1)
Sempre lo stesso Re Roberto, inoltre, ad ulteriore conferma della stima e della fiducia risposta negli appartenenti alla casata dei Bulcano – così come si potrà meglio rilevare nel capitolo che sarà specificamente dedicato ad uno dei fratelli del Cardinale Landulfo – il 5 ottobre 1325, dispose che la Zecca, la Camera e l’ archivio angioini fossero trasferiti nelle case della famiglia di Ettore Bulcano a Porta Petruccia(2).
Fatta eccezione per questi due personaggi – che sono riconducibili alle fasi preliminari o immediatamente successive alla morte del cardinale di Sant’ Angelo – non abbiamo elementi certi per poterci soffermare su quanti (sia pure indirettamente) discesero dallo stesso ramo della famiglia dell’ importante porporato.
Se dovessimo fare nostri gli spunti contenuti nelle ricostruzioni proposte da più o meno affermati studiosi, impegnati ad impreziosire le singole casate nobiliari con l’ indicazione acritica e priva di scrupoli di personaggi recanti lo stesso cognome – ma non per questo necessariamente appartenenti allo stesso ramo di una stessa famiglia – potremmo compilare un elenco assai consistente.
Giusto per fare un esempio possiamo affermare che se dovessimo sposare le informazioni forniteci da Bernardo Candida Gonzaga (il quale, peraltro, non cita l’ esistenza di un cardinale Landulfo Vulcano elevato a tale dignità da Celestino V, ma sostiene che un suo omonimo, ovvero il vescovo di Cassano di cui parla l’ Ughelli(3) – sui cui ci soffermeremo in seguito -, dopo avere guidato la diocesi pugliese fin dal 1333, avrebbe, in seguito, assunto il porporato nel 1350) dovremmo sostenere che, sempre durante il regno di Roberto d’ Angiò, sarebbero esistiti un Giovanni Vulcano che sarebbe stato mandato a Genova – nel 1313 – per comprare armi per l’esercito del Re Roberto, un Rinaldo Vulcano, “Capitano mandato con altri baroni in difesa della Calabria nel 1324”, per timore di uno sbarco minacciato dai Turchi ed un Tommaso Vulcano governatore di Capua.(4)
In questo senso si deve rilevare che anche Scipione Mazzella cita questi stessi personaggi – attribuendogli le stesse credenziali – aggiungendo che, in seguito, esistette un Raimondo Vulcano che fu maggiordomo del Re Ladislao ed al quale il monarca “donò la terra di Cerreto in Apruzzo, e le robbe devoluti al Rè per la ribellione di Renzo Pagano da Lucera nel 1390 & ultimamente nel 1392, gli fe dono di cento onze l’ anno sua vita durante”. (5)
Non meno interessanti, poi, sarebbero le notizie (ancora più cospicue) da considerare leggendo gli spunti forniti da Vincenzo Donnorso, sempre a proposito della stessa famiglia (6), e da quanti si interessarono della causa intentata dai fratelli Cesare e Filippo Vulcano per ottenere la reintegra agli onori del Sedile Nobiliare di Nido a Napoli.(7)
Purtroppo, però, nonostante lo scrupolo al quale abbiamo ispirato le nostre ricerche e nonostante gli sforzi profusi nell’ arco di circa dieci anni, dobbiamo ammettere – nostro malgrado – che, allo stato attuale, non possiamo disporre di un albero genealogico che sia in grado di restituirci, in maniera chiara, incontrovertibile e soddisfacente la successione dei parenti più prossimi del cardinale Landulfo Bulcano.
Per questa ragione abbiamo avvertito l’ esigenza di circoscrivere il raggio delle nostre indagini ad una cerchia di persone che, in una qualche misura, potessero ragionevolmente essere considerate parenti del cardinale di Sant’ Angelo.
In questo senso, dunque, l’ unico possibile punto di riferimento che abbiamo individuato è stato quello di seguire, in un certo senso, le vicende ereditarie del cardinale Landulfo.
Una cosa è certa: gli smisurati beni patrimoniali in possesso di questo porporato, dopo la morte, si dispersero in “mille” diversi rivoli.
Tuttavia abbiamo ritenuto utile, per le nostre ricerche, individuare il maggior numero di persone appartenenti alla stirpe dei Vulcano che hanno potuto vantare il possesso del cespite immobiliare più prestigioso delle immense fortune appartenute proprio a Landulfo Bulcano: la celebre – anche se ormai scomparsa – Torre d’ Arco di Napoli.
Quest’ ultima, anche dopo la sua demolizione (risalente ad epoca Cinquecentesca), fu oggetto di numerose ed insistenti attenzioni da parte di studiosi ed appassionati della storia di Napoli.
Al riguardo è bene sottolineare che nessuno (o quasi) ha dubbi: essa – se non fu fatta edificare personalmente dal cardinale Landulfo di Sant’ Angelo (unanimemente riconosciuto appartenente alla famiglia Vulcano) – fu certamente fatta da lui ristrutturare e non solo fu motivo di orgoglio e di vanto per lui stesso, ma rappresentò l’ immobile più prestigioso delle sue pur immense fortune (8).
Per questa ragione non è dubitabile il fatto che i Vulcano che in seguito ne detennero la proprietà, sicuramente appartennero al ramo principale della sua famiglia e devono considerarsi come suoi più diretti discendenti.
Prima di procedere oltre – e di fornire qualche elemento di dettaglio su questo cespite considerato monumentale per la realtà partenopea, (anche perché – come vedremo in seguito) – ospitò addirittura la Regina Giovanna I – ci sembra opportuno fornire qualche ulteriore riferimento bibliografico circa gli uomini che sono stati ritenuti – a torto o a ragione – appartenenti alla stirpe dei Vulcano, facendo rinvio alle note proposte al termine di questo testo.(9)
Unitamente a ciò aggiungiamo qualche spunto di riflessione di carattere genealogico.
A tal riguardo, infatti, non può essere trascurato il fatto che, agli inizi del Trecento, certamente esisteva un altro Landulfo – che sembra legittimo considerare Vulcano perché ufficialmente dichiarato nipote del cardinale Landulfo di Sant’ Angelo – il quale (a dispetto del fatto di essere stato ignorato dai più accreditati genealogisti e dagli esperti di storia ecclesiastica come appartenente alla stirpe dei Bulcano) fu Arcivescovo di Bari almeno dal 1310 al 1328.(10)
Su tale personaggio riteniamo di dovere precisare che non abbiamo elementi certi per affermare con certezza – in questa fase – il fatto che questo arcivescovo barese fosse figlio di Ettore o Bartolomeo Vulcano (fratelli del cardinale Landulfo), ma l’ ipotesi – ancorchè non supportata da prove certe – deve essere considerata più che plausibile.
Sebbene l’ Arcivescovo Landulfo di Bari (divenuto tale agli inizi del XIV secolo), negli atti ufficiali, non venga mai indicato con il suo cognome, egli viene qualificato come “nipote del cardinale Landulfo di Sant’ Angelo”.
Questo rapporto di parentela consente lo sviluppo di un ragionamento assai elementare: a parte l’ esistenza di Giovanna Bulcano che fu madre-badessa del convento della Trinità di Sorrento, non si ha notizia di altre sorelle dello stesso cardinale.
La qual cosa costringe, quasi implicitamente, a pensare che la qualifica di “nipote” derivasse da una discendenza maschile, piuttosto che femminile (e, dunque, il cognome dell’ Arcivescovo Landulfo di Bari, doveva essere lo stesso – ovvero Bulcano – piuttosto che quello acquisito per effetto del matrimonio tra una appartenente a questa stessa casata ad un’ altra famiglia).
A prescindere da queste considerazioni, in ogni caso, si deve rilevare che, quasi negli stessi anni, ci fu anche un altro Landulfo Bulcano che, nel 1333, divenne vescovo di Cassano e che Ferdinando Ughelli – esperto in storia ecclesiastica – riconduce alla figura del cardinale Landulfo di Sant’ Angelo, qualificando il primo (per l’ appunto vescovo di Cassano) come “iuniore” ed il secondo (il cardinale) come “seniore”(11).
ma su questo personaggio ci soffermeremo più diffusamente in seguito.
In questa sede è difficile dire a quale dei due – o ad un eventuale ulteriore Landulfo Bulcano – spetti il vanto di essere dichiarato dottore potendo vantare, in tale circostanza, un sermone del Re Roberto in persona (così come evidenziato in precedenza).
A prescindere dalla identità dell’ ecclesiastico in questione, in ogni caso, balza evidente agli occhi che la casa reale napoletana continuò ininterrottamente a manifestare affetto e a dedicare attenzioni agli appartenenti alla stirpe dei Bulcano.
Appena pochi anni dopo – nella prima metà del Trecento – l’ esempio del Re Roberto (e prima di lui quello dei Re Carlo I e Carlo II) anche la Regina Giovanna I, finì con il risultare strettamente legata a questa nobile casata.
Finita al centro di complesse vicende dinastiche che l’ avevano costretta in “esilio” (perchè sospettata dell’ assassinio di suo marito Andrea d’ Ungheria, suo parente e figlio del re di quella nazione), la sovrana riuscì a fare ritorno a Napoli.
Il suo rientro nella capitale partenopea, però, fu tutt’ altro che agevole dal momento che essa era ancora occupata proprio dalle truppe ungheresi inviate dalla famiglia del defunto marito, figlio del sovrano magiaro.
In particolare, in quella occasione la sovrana, trovando i castelli ed i palazzi considerati “reali” ancora presidiati dagli stessi ungheresi, decise di prendere alloggio nella Torre d’ Arco che, all’ epoca, apparteneva a Messere Ajutorio (o come indicato in varie opere Aiutore, o Aiutoro, o Aitoro, o anche Aggiutorio) Vulcano, indiscutibilmente appartenente, per via ereditaria, al ramo principale della famiglia del cardinale Landulfo(12).

Il ritratto delle Regina Giovanna I proposto nella edizione del 1601 dell’ opera di Scipione Mazzella intitolata “Descrittione del Regno di Napoli”

Il ritratto delle Regina Giovanna I proposto nella edizione del 1601 dell’ opera di Scipione Mazzella intitolata “Descrittione del Regno di Napoli”

Era la fine del mese di agosto del 1349.
I vincoli di amicizia e di cordialità esistenti tra la sovrana napoletana e questa nobilissima famiglia furono così sfacciati da non sfuggire al popolo.
La plebe, infatti, in uno dei tanti periodi di turbolenza che caratterizzarono proprio il regno della Regina Giovanna, nel rivoltarsi contro di lei, per farle un affronto, non si creò scrupoli nell’ assassinare Simoncello Vulcano “reo” della sola colpa di essere appartenente ad una famiglia considerata intima della sovrana.
Successivamente la stessa Regina Giovanna I – sempre al centro di rocambolesche vicende -trovò asilo nelle case di Marino Vulcano – che abbiamo tutte le ragioni per ritenere quel Marino Vulcano che (come vedremo in seguito) sarebbe divenuto a sua volta cardinale nel 1378 ed a cui la stessa sovrana non mancò di provare la sua riconoscenza.
Ma, ancora una volta, procediamo con ordine.
Il Dizionario Enciclopedico degli Italiani, al suo riguardo dice: che proprio Marino BulcanoÈ ricordato per la prima volta nelle fonti per il 1364, quando la regina Giovanna I nominò il Bulcano, “doctor in utroque“, priore di S. Nicola di Bari, annullando, perché arbitraria, l’ elezione di altra persona fatta in precedenza dal capitolo barese. Come priore di S. Nicola (dignità che probabilmente conservò fino alla morte), il Bulcano riuscì ad ottenere dalla casa regnante numerosi privilegi per la sua chiesa”(13).

Un  ipotetico ritratto del Cardinale Marino Bulcano

Un ipotetico ritratto del Cardinale Marino Bulcano

In realtà le cose non stanno proprio così.
Prima di ottenere la benevolenza della Regina Giovanna nel 1364, infatti, Marino Vulcano (o, meglio Bulcano), non solo seguì la Regina Giovanna I nelle sue peregrinazioni fuori del Regno di Napoli, che, come già abbiamo ricordato, fecero seguito all’ assassinio di suo marito Andrea d’ Ungheria (ed agli effetti del sospetto che lei stessa potesse essere la mandante del crimine), ma – come suo funzionario – (probabilmente prima della fine del mese di gennaio del 1348) fu arrestato ad Aix(14).
Successivamente lui stesso – in un nuovo periodo di crisi per la sovrana – ospitò la regina Giovanna I nella sua casa (che immaginiamo essere la Torre d’ Arco di Napoli alla quale si è fatto riferimento in precedenza) nel 1350(15).
Circa quindici anni dopo la nomina di Priore di San Nicola di Bari, probabilmente nel 1378, Papa Urbano VI (con il quale proprio Marino Vulcano era verosimilmente imparentato perché annoverato tra i suoi “cardinali nipoti” e che, in ogni caso, conobbe quando il Sommo Pontefice era arcivescovo di Bari) nominò proprio “il “magister Marinus Bulcanus canonicus Neapolitanus” suo cappellano (Arch. Segr. Vat., Arm. 53, vol. 8, f. 70v; Bibl. Apost. Vat., cod. Vat. lat. 6330, f. 129r; ricordiamo che il Santamaria nega l’ identità tra questo canonico e il Bulcano) e nell’ estate dello stesso 1378, poco prima dell’ inizio dello scisma, suo cubiculario. Nell’ ottobre del 1381 il Bulcano fu inviato a Carlo III di Durazzo come ambasciatore pontificio; e il 25 giugno 1383 venne nominato da Urbano VI tesoriere generale “in regno Siciliae, et terra citra farum” come successore di Ludovico Brancaccio, stretto parente del papa (Arch. Segr. Vat., Arm.33, vol. 12, f. 47v).
Nel successivo conflitto tra Urbano VI, e la monarchia napoletana il Bulcano e la sua famiglia fecero parte del gruppo ben definito di nobili napoletani che si schierarono a favore del papa anche a prezzo dell’ esilio e che in seguito ottennero un grande influsso nella Curia. Nella fase più acuta della crisi, il 17 dic. 1384, Urbano lo nominò cardinale diacono di S. Maria Nova (fu investito solo il 20 nov. 1385 a Genova: Arch. Segr. Vat., Instr. Misc. 3362, f. 7r) e più tardi (prima del 29 nov. 1385) camerlengo, nonostante che questa carica fosse considerata non cumulabile con la dignità cardinalizia. Come camerlengo, il Bulcano diresse l’ amministrazione pontificia durante la sede vacante del 1389 e preparò il conclave da cui uscì eletto, col nome di Bonifacio IX, il napoletano Perrino Tomacelli. Il nuovo pontefice conservò il Bulcano nella carica di camerlengo, particolare, questo, molto significativo, poiché per lo più con il pontefice cambiava anche il titolare di detto ufficio”(16).
Prima di passare a miglior vita, lo stesso cardinale Marino Bulcano riuscì a far “affidare a suoi parenti uffici dell’ amministrazione pontificia e cariche curiali: un Antonio Bulcano (“consanguineus” di Urbano VI secondo Gobelinus Persona) fu podestà d’ Amelia negli anni 1390-1393, un Ugurello Bulcano fu “familiaris” di Bonifacio IX nel 1393 (Reg. Lat. 28, f. 141r) e un Paolo Bulcano fu castellano di Trevi presso Sezze nel 1403; nipote del Bulcano era, poi, il cardinale Francesco Renzio d’ Alife”(17).

La tomba del cardinale Marino Bulcano come si può ammirare ancora oggi nella Chiesa di Santa Maria La Nova a Roma

La tomba del cardinale Marino Bulcano come si può ammirare ancora oggi nella Chiesa di Santa Maria La Nova a Roma

La casata dei Bulcano aveva ormai raggiunto l’ apoteosi.
I suoi appartenenti potevano schierarsi indifferentemente a favore dei sovrani della dinastia Durazzo – D’ Angiò, così come a fianco del Papa – che vi si contrapponeva -, senza, per questo, accusare alcuna perdita di prestigio e, viceversa, traendo vantaggi da ogni genere di circostanza.
Lo stesso Marino Bulcano, dopo essere stato al fianco della regina Giovanna I – nell’ assumere sempre nuovi e prestigiosi incarichi con Papa Urbano VI – si staccò da lei per assumere, poi, una posizione di netta ostilità rispetto a Carlo III.
Ma le cose andarono bene fino a quando gli aragonesi non presero il sopravvento, conquistando il regno di Napoli.
Poco prima che Alfonso d’ Aragona spodestasse Renato Durazzo d’ Angiò dal trono del Regno di Napoli e ne assumesse il dominio, ritroviamo ancora un Ulisse Vulcano che, nel 1415, fu Presidente della Regia Camera (18).
Non abbiamo elementi sicuri per affermare che egli visse fino agli inizi della seconda metà del XV secolo, ma fatto è che proprio fu proprio un Ulisse Vulcano a determinare la sventura ed un repentino declino dell’ intera famiglia.
Fatto è che proprio con un Ulisse Vulcano proprietario della cosiddetta Torre d’ Arco di Napoli e, dunque, sicuramente discendente del cardinale Landulfo si determinarono le condizioni per il crollo delle “quotazioni” della sua stessa famiglia.
Accusato di gravissimi reati contro la corona (secondo alcuni fu accusato di “fellonia”, secondo altri del delitto di “lesa maestà”) lo stesso Ulisse Vulcano si vide confiscato ogni bene e, tra questi, fu spogliato anche della proprietà della già più volte richiamata Torre d’ Arco che, successivamente, fu donata dal Re Ferrante d’ Aragona a Gioviano Pontano, prima di essere demolita nel 1564 per volontà della marchesa del Vasto (o per accondiscendere ad un presunto desiderio del popolo che riteneva che quella torre fosse “infestata da spiriti”), mentre restava in piedi l’ annessa casa.
In questo senso è interessante leggere quanto proposto nel secondo volume proprio a proposito della storia della Torre D’ Arco, con impliciti riferimenti alla famiglia Bulcano che, nel corso dei secoli era divenuta definitivamente famiglia Vulcano. In questa pubblicazione, infatti, si legge testualmente: “Come la prima pubblicazione di quest’ anno, che rientri nel giro dei nostri studii, ci si presenta la Strenna della R. Tipigrafia Giannini (anno IV 1892) dove sono pubblicati due importanti studi di tipografia napoletana, che giova riassumere.
Nel primo intitolato La Torre d’ Arco e la casa del Pontano in Napoli (pp. 97 – 104), BARTOLOMMEO CAPASSO narra le vicende di una casa appartenuta al più famoso dei nostri umanisti, Giovanni Pontano, e che è propriamente quella segnata col numero civico 368 della Via Tribunali.
Nel quadrivio formato da questa via colla strada Atri e col vico Nilo, sorgeva, sopra quattro archi, una torre di opera laterica, antico monumento della Napoli greco-romana. Alta e quadrangolare, domina quella nobile regione della città, detta di arco cabredato nei tempi ducali, o di arco semplicemente nei tempi successivi, e ne prendeva il nome.
La torre di arco era attaccata pel suo angolo meridionale ad una casa, che sin dal secolo XII apparteneva alla famiglia Vulcano, nobile in Napoli ed in Sorrento.
Ivi ai 27 agosto 1349 fu accolta la Regina Giovanna I colla sorella Maria e col marito Luigi di Taranto, e vi dimorò fino a quando i castelli della città non furono sgombrati dagli Ungari, che nell’ anno antecedente avevano invaso il regno.
La casa passò poi al Fisco nel 1457, verisimilmente pel delitto di fellonia, commesso da Ulisse Vulcano, Presidente della Regia Camera della Sommaria e da Ferdinando I fu concessa insieme colla torre, nel 20 aprile 1469, a Giovanni Pontano. Questi la ricostruì e ce ne ha lasciato una descrizione in vari luoghi delle sue opere. “Avea portici, giardini, il pozzo nel mezzo del cortile, un emiciclo con poggi da sedere, e dirimpetto un altro portico ed una piccola piazza innanzi l tempietto da lui edificato nel 1492”. E la descrizione è animata dai ricordi della sua vita famigliare, evocati opportunamente dal Capasso, dal ricordo in ispecial modo dell’ accademia, che riunivasi appunto in quei portici e che conserva tuttora il nome del grande umanista.
Come e quando la casa e la torre passassero, dopo la morte del Pontano, avvenuta nel 1503, nel dominio di un’altra famiglia, non si conosce. E’ certo che nel 1540 l’ una e l’ altra possedevansi da un Francesco Guevara, e che nel 1564 la torre fu demolita.
Volle il magistrato municipale, che ne ordinò l’abbattimento, rendere più libero l’ aspetto della Marchesa del Vasto, che sorgeva ivi daprresso? O inchinarsi alla volgare opinione, che credeva la torre abitata dal monaciello? Probabilmente l’ una e l’ altra cosa: lo scrittore che riporta la prima ragione, il Summonte è tanto autorevole quanto l’ altro che riporta la seconda, G.C. Capaccio.
La casa restò in potere dei Guevara fino allo scorcio del secolo XVI, quando fu acquistata dal Reggente Scipione Rovito, che morì nel 1636.
Dagli eredi di lui passò agli Spinelli di Tarsia, e poscia ai Caracciolo di Baragiano, e in fine ai Mirelli di Teora, che l’ hanno tenuta fino ai tempi nostri”(18).
Non meno interessanti poi, anche se non molto dissimili dalle notizie appena riportate, sono le informazioni forniteci da Carlo de Frede nel libro intitolato “Il Decumano Maggiore da Castelcapuano a San Pietro a Maiella: cronache napoletane dei secoli passati”.
Sempre a proposito della celebre Torre d’ Arco di Napoli, infatti, lo studioso dedicando attenzioni alla casa ed al tempietto del Pontano ha scritto: “Quando la regina Giovanna I, che durante l’ invasione ungherese seguita all’ assassinio del marito si era rifugiata in Provenza, trovò ancora occupati i castelli, e pertanto dovette accontentarsi di prendere dimora in una casa che stava nella strada di Capuano, situata poco dopo l’ ultimo incrocio, presso la Torre dell’ Arco: casa che era appartenuta fin dal secolo XII alla famiglia Vulcano, la quale avea anche altre proprietà nella zona, tanto da dare il suo nome al vico poi detto di San Nicola a Nilo. La regina, col secondo marito Luigi di Taranto, la sorella e forse una piccola corte, rimase in questa casa fino al 17 gennaio 1349, e questo è quanto possiamo ricordare della storia di Giovanna I avente un rapporto con la strada Capuano.
Ma quella casa (o palazzo che fosse), dopo altre vicende di poca importanza, nel 1457 fu confiscata ai Vulcano per lesa maestà e passò alla Regia corte. Così dodici anni dopo, il re Ferrante d’ Aragona, con privilegio dato a Nola il 20 aprile 1469, potè donarla a Giovanni Pontano, già allora segretario della cancelleria e alla casa, allora semidistrutta, aggiunse anche la Torre d’ Arco.
L’ edificio, l’ umanista fece ristrutturare, in modo che esso, così come si rileva dal suo dialogo Aegidius, ebbe sulla strada un portico, dentro, una corte con emiciclo munito di sedili e, dietro, un giardino. La famosa Accademia fondata dal Panormita e poi continuata dal Pontano, almeno negli ultimi decenni del secolo XV, si riuniva appunto sotto questo portico, nella strada di Capuano e propriamente nel tratto che chiamiamo Purgatorio. E pure in questa casa il Pontano, durante l’ occupazione francese nel 1495, dovette ospitare, in base al diritto del vincitore, un francese, il prevosto di Parigi, che per fortuna era un uomo di alta qualità”(19).
Questi infatti, oltre a perdere tutti i suoi averi fu privato anche dei proventi che precedentemente gli derivavano da varie gabelle. Soffermandosi sulla figura di Nicola Toraldo – che fu cavallerizzo maggiore del Re Ferrante – Carlo de Lellis ha avuto modo di evidenziare che egli, nel 1460 ottenne da questo monarca la “gabella delle barattarie, pene di giuochi e delle meretrici della città di Napoli, devoluta ad esso Re, per la d’ Ulisse Vulcano, e Luigi & altri di Morisco, o sia d’ Aldemorisco” (20).
A margine di questi resoconti dobbiamo formulare una puntualizzazione.
Abbiamo ragione di credere infatti che l’ accusa precisa mossa ad Ulisse Vulcano fosse quella di essersi macchiato del delitto di lesa maestà.
Se si fosse trattato di fellonia, infatti, i beni a lui confiscati sarebbero stati restituiti ai suoi discendenti dopo la sua stessa morte.
Detto questo dobbiamo registrare un ulteriore “colpo di grazia” alle fortune dei Vulcano.

A distanza di circa un secolo dalla data in cui il ramo principale dei discendenti del cardinale Landulfo, fu spogliato di tutto il suo patrimonio, anche un ramo cadetto – quello dei Vulcano Baroni di Melito – conosceva una vera e propria sciagura perché destinato ad estinguersi.
Stefano Patrizi, infatti, a tal riguardo evidenzia “La fine di questa famiglia, che poi divenne Signora del feodo di Melito si vide verso l’ anno 1517 in Gio: Antonio Vulcano. Egli dal matrimonio, che fece con Ippolita Piscicelli, Dama Napoletana, non ebbe che una sola figliuola Bernardina; la di cui casa passò con essa in quella della Tolfa de i Conti di Serino”.(21)
Dalla seconda metà del Quattrocento, insomma, gli appartenenti alla famiglia Vulcano si ritrovarono in una condizione di emarginazione che fino a qualche anno prima sarebbe apparsa impossibile.
Fino al punto che i discendenti di questa stessa casata, per rivendicare la loro dignità nobiliare a Napoli – ed implicitamente il diritto a godere degli onori e dei privilegi derivanti dall’ appartenenza al Seggio di Nido – dovettero intentare diverse cause.
Nel frattempo, però, gli stessi Vulcano persero molti dei diritti di jus patronato su numerose cappelle ubicate nelle principali chiese della Città di Napoli.
Queste nel passare nelle mani di altre famiglie nobili furono stravolte e sicuramente persero una parte dei loro connotati originali. Come quelli, ad esempio, relativi alla presenza di tombe o di lapidi che ricordavano una parte della storia della famiglia Bulcano.
Unitamente a questi fenomeni se ne determinò uno ancora più grave: quello che procurò una progressiva cancellazione delle memorie relative alla figura del cardinale Landulfo Bulcano, vissuto tra la seconda metà del Duecento e gli inizi del XIV secolo (oltre che quella di un, per ora, solo ipotetico suo omonimo, vissuto poco dopo di lui). Ciò fino a permettere, quasi passivamente, che il suo posto, per effetto di alcuni clamorosi abbagli, a cui dedicheremo un apposito capitolo – venisse preso da un personaggio inesistente: il cardinale Landulfo Brancaccio.
A quest’ ultimo la vera storia – nello stesso periodo considerato – può riconoscere solo la dignità di vescovo di Aversa e niente di più.
Fabrizio Guastafierro
La pubblicazione di questa pagina è stata preceduta da quelle intitolate:
Il cardinale di Sorrento Che assolse i templari
 Cominciamo a fare chiarezza
E sarà seguita da quella della pagina intitolata
Gli autori dell’ abbaglio
ed altre ancora

© Nessuna parte può essere riprodotta o trasmessa in qualsiasi forma o con qualsiasi mezzo elettronico, meccanico o altro, senza l’ autorizzazione scritta dell’ autore.

Note:
(1) Tra le pubblicazioni che riportano la notizia si vedano:
Vittore Branca – “Tutte le opere di Giovanni Boccaccio” – Pubblicato a Milano da Arnaldo Mondatori Editore, nel 1964 – Pagina 695 del primo volume
Walter Ingeborg, nel 13° volume del “Dizionario Enciclopedico degli Italiani” edito a Roma nel 1971 dall’ Istituto dell’ Enciclopedia Italiana “Giovanni Treccani”
Walter GoetzKönig Robert von Neapel (1309 – 1343) – Pubblicato a Tübingen nel 1910 a pagina 67
Julius FickerUrkunden zur Geschichte des Roemerzuges Kaiser Ludwig des Baiern und der Italienischen verhaeltnisse seiner zeit – Pubblicato ad Innsbruck nel 1865 – pagina XVI
Giovanni Boccaccio – “La caccia di Diana e le rime con avvertenza e note di Aldo Francesco Massera” – pubblicato a Torino nel 1914. Nota 4 a pagina 25.
(2) Tra le pubblicazioni che riportano la notizia si vedano:
Antonio Spinelli – “Degli Archivi Napoletani – Ragionamento” – Pubblicato a Napoli nel 1845 a pagina 26.
Francesco Trinchera – “Degli Archivi Napolitani a S.E. il Ministro della Pubblica Istruzione” – Pubblicato a Napoli nel 1872 – pagina 3.
Jole Mazzoleni – “Paleografia e diplomatica e scienze ausiliarie” – Pubblicato a Napoli dalla Libreria Scientifica Editrice nel 1970 – Pagina293.
Jole Mazzoleni – 1265 – 1434. “Storia della ricostruzione della cancelleria angioina” (XXXVII Volume della collana “I Registri della cancelleria angioina ricostruiti da Riccardo Filangieri con la collaborazione degli Archivisti napoletani, presso l’ Accademia 1950 – 2010” – Pubblicato a Napoli dall’ Accademia Pontaniana nel 1987 – pagina 2.
(3) Ferdinando Ughelli – “Italia Sacra sive de episcopis Italiae et Insularum adjacentium”. Nella colonna 347 dell’ ottavo tomo dell’ opera nella edizione del 1721.
(4) Bernardo Candida GonzagaMemorie delle famiglie nobili delle province dell’ Italia Meridionale”, pubblicato a Napoli nel 1879. Volume V alle pagine 229 e 230.
(5) Scipione Mazzella – “Descrittione del Regno di Napoli” si veda la edizione stampata a Napoli nel 1601 (e riproposta in versione anastatica da Arnaldo Forni Editore nel 1997) da pagina 742 a pagina 744.
(6) Vincenzo Donnorso – “Memorie istoriche della fedelissima ed antica città di Sorrento”, pubblicato a Napoli nel 1740. Da pagina 159 a pagina 161.
(7) Su questo aspetto si vedano i numerosi gli spunti contenuti in:
Stefano Patrizi – “Per l’ illustre Piazza di Nido contro i magnifici fratelli D. Cesare e D. Filippo Vulcani della Città di Sorrento”, pubblicato a Napoli dopo il mese di settembre del 1752.
Giuseppe Aurelio – “Per D. Cesare, e D. Filippo Vulcano nella causa della reintegrazione agli onori del Sedile di Nido” – pubblicato a Napoli dopo il mese di ottobre del 1752 (ed oggi consultabile su internet ricorrendo utilizzando il seguente url:
https://books.google.it/books?id=90jVFo9R7XMC&pg=PR23&lpg=PR23&dq=cesare+filippo+vulcano&source=bl&ots=xGKU5PYWx7&sig=87hbrtLSDRRQQGVj50KaWm873-4&hl=it&sa=X&ei=pBODVZ_nM6L7ygPYs7ngBw&ved=0CCEQ6AEwAA#v=onepage&q=cesare%20filippo%20vulcano&f=false
Stefano Patrizi – “Per l’ illustre Piazza di Nido contro i magnifici fratelli D. Cesare e D. Filippo Vulcani della Città di Sorrento in risposta della di loro seconda voluminosissima scrittura” pubblicato a Napoli dopo il mese di dicembre del 1754.
(8) A proposito della Torre d’ Arco e – in qualche caso – del possesso vantato su di essa da parte del Cardinale Landulfo Vulcano è disponibile una copiosa bibliografia anche se i cenni proposti per questa struttura sono assai scarni ed essenziali. Tra le altre opere consultabili si vedano:
Cornelio Vitigano – “Cronica del Regno di Napoli”, pubblicato a Napoli nel 1595. Pagina 20
Giovanni Antonio Summonte – “Historia della città e regno di Napoli”. Edizione pubblicata a Napoli nel 1675 (che fu la seconda della stessa opera). Pagina 433 del secondo tomo.
Giuseppe Rosselli – “Memorie istoriche antiche e moderne del Regno e città di Napoli”, pubblicato a Napoli, nel 1824. Pagina 188.
Giuseppe Maria Fusco – “Sulla greca iscrizione posta in Napoli al lottatore Marco Aurelio Artemidoro”, pubblicato a Napoli nel 1863. Pagina 50.
Bartolommeo Capasso – “La Torre d’ Arco e la casa del Pontano a Napoli”, in “Strenna Giannini” pubblicata a Napoli nel 1892. Dalla pagina 97 alla pagina 104.
Carlo de Frede – “Il Decumano Maggiore da Castelcapuano a San Pietro a Maiella: cronache napoletane dei secoli passati”, ristampato a Napoli nel 2005. Pagina 13.
– “Napoli Nobilissima” edizione ristampata a Napoli nel 1979. Primo Volume (terzo fascicolo). Pagina 31.
Più interessanti delle altre, però, sono le notizie contenute negli atti che accompagnarono la causa intentata da Cesare e Filippo Vulcano per ottenere la reintegra agli onori del Sedile napoletano di Nido. In questo senso si vedano i copiosi spunti contenuti in più parti delle seguenti pubblicazioni:
Stefano Patrizi – “Per l’ illustre Piazza di Nido contro i magnifici fratelli D. Cesare e D. Filippo Vulcani della Città di Sorrento”, pubblicato a Napoli dopo il mese di settembre del 1752.
Giuseppe Aurelio – “Per D. Cesare, e D. Filippo Vulcano nella causa della reintegrazione agli onori del Sedile di Nido” – pubblicato a Napoli dopo il mese di ottobre del 1752 (ed oggi consultabile su internet ricorrendo utilizzando il seguente url:
https://books.google.it/books?id=90jVFo9R7XMC&pg=PR23&lpg=PR23&dq=cesare+filippo+vulcano&source=bl&ots=xGKU5PYWx7&sig=87hbrtLSDRRQQGVj50KaWm873-4&hl=it&sa=X&ei=pBODVZ_nM6L7ygPYs7ngBw&ved=0CCEQ6AEwAA#v=onepage&q=cesare%20filippo%20vulcano&f=false
Stefano Patrizi – “Per l’ illustre Piazza di Nido contro i magnifici fratelli D. Cesare e D. Filippo Vulcani della Città di Sorrento in risposta della di loro seconda voluminosissima scrittura” pubblicato a Napoli dopo il mese di dicembre del 1754.
(9) Su questo aspetto, oltre alle indicazioni contenute nelle precedenti note n° 3, 4, 5, 6 e 7 si vedano anche:
Vittorio Spreti – “Enciclopedia Storico – Nobiliare Italiana” ristampato per la prima volta a Milano nel 1932. Da pagina 968 a pagina 969 del VI volume dell’ opera.
G.B. Crollalanza – “Dizionario Storico Blasonico” a pagina 111 del 3° volume dell’ opera
Gaetano Canzano Avarna – “Cenni storici sulla nobiltà sorrentina” pubblicato a Sant’ Agnello di Sorrento nel 1880 e riproposto a Sorrento nel 1992 (in versione anastatica) dalla Associazione studi storici sorrentini, presieduta dall’ avvocato Antonino Cuomo
Biagio Aldimari – “Memorie Historiche di diverse famiglie nobili, così napoletane come forastiere”, pubblicato a Napoli nel 1691. Da pagina 752 a pagina 755
(10) Domenico Vendola – “Documenti tratti dai registri vaticani (da Bonifacio VIII a Clemente V”, pubblicato a Trani nel 1963, da pagina 173 in poi.
Più generiche – e senza riferimenti alla parentela con il cardinale Bulcano – sono le indicazioni fornite da Michele Garruba in “Serie critica de’ sacri pastori baresi” pubblicato a Bari nel 1844 da pagina 263 a pagina 266.
(11) Ferdinando Ughelli – “Italia Sacra sive de episcopis Italiae et Insularum adjacentium”. Nella colonna 347 dell’ ottavo tomo dell’ opera nella edizione del 1721.
(12) Stefano Patrizi – “Per l’ illustre Piazza di Nido contro i magnifici fratelli D. Cesare e D. Filippo Vulcani della Città di Sorrento”, pubblicato a Napoli dopo il mese di settembre del 1752. Pagina 6.
Archivio storico per le province napoletane, pubblicato a Napoli nel 1890. a pagina 394 del 15° Volume.
Mario Gaglione – “Converà ti que aptengas la flor – Profili di sovrani Angioini, da Carlo I a Renato (1266-1442)”, pubblicato a Milano nel 2009 in una edizione fuori commercio a pagina 405 riferendosi al 1349 – afferma testualmente: “Il 28 luglio, Giovanna e Ludovico si imbarcarono a Nizza giungendo a Napoli il 17 agosto, ma furono costretti ad approdare sulla spiaggia nei pressi del ponte Guizzardo poiché il porto era ancora controllato dalle truppe ungheresi. Nei pressi della chiesa del Carmine i rappresentanti della città, i nobili e i mercanti fiorentini, senesi, lucchesi, genovesi e provenzali vestiti con robe di velluto, e ricchi drappi di seta e di lana, vennero ad accoglierli con grandi feste. Giovanna e Ludovico, il 27 del mese, presero dimora nel palazzo della famiglia Vulcano, noto anche come ospizio di messer Aiutorio nella piazza di Nido, sempre perché tutti i castelli e le residenze reali della città erano ancora occupati dagli ungheresi”.
Carlo de Frede – “Il Decumano Maggiore da Castelcapuano a San Pietro a Maiella: cronache napoletane dei secoli passati”, ristampato a Napoli nel 2005. Pagina 13.
– “Napoli Nobilissima” edizione ristampata a Napoli nel 1979. Primo Volume (terzo fascicolo). Pagina 31.
(13) Esch – “Dizionario Enciclopedico degli Italiani” edito a Roma nel 1972 dall’ Istituto dell’ Enciclopedia Italiana “Giovanni Treccani”. Volume 15°
(14) Mario Gaglione – “Converà ti que aptengas la flor – Profili di sovrani Angioini, da Carlo I a Renato (1266-1442)”, pubblicato a Milano nel 2009. Edizione fuori commercio a pagina 401.
(15) Mario Gaglione – “Converà ti que aptengas la flor – Profili di sovrani Angioini, da Carlo I a Renato (1266-1442)”, pubblicato a Milano nel 2009. Edizione fuori commercio a pagina 412.
(16) Esch – “Dizionario Enciclopedico degli Italiani” edito a Roma nel 1972 dall’ Istituto dell’ Enciclopedia Italiana “Giovanni Treccani”. Volume 15°.
(17) Esch – “Dizionario Enciclopedico degli Italiani” edito a Roma nel 1972 dall’ Istituto dell’ Enciclopedia Italiana “Giovanni Treccani”. Volume 15°.
(18) “Napoli Nobilissima” edizione ristampata a Napoli nel 1970. Primo Volume (terzo fascicolo). Pagina 31.
(19) Carlo de Frede – “Il Decumano Maggiore da Castelcapuano a San Pietro a Maiella: cronache napoletane dei secoli passati”, ristampato a Napoli nel 2005. Pagina 13.
(20) Carlo de Lellis – “Discorsi delle famiglie nobili del Regno di Napoli”, pubblicato in Napoli nel 1671 a pagina 179 della parte terza. La stessa notizia è riportata anche da Salvatore Di Giacomo in “La prostituzione in Napoli nei secoli XV, XVI e XVII: documenti inediti”, pubblicato a Napoli nel 1899° pagina 6, infatti, si legge: “…et post decessum dicti Alfonsi, Ferdinandus de Aragona, etiam nostri Regni Siciliae detentore t occupator” aveva privato dell’ officio della gabella gli Aldemorisco, tale Ulisse Vulcano et nonnulli alii cognominati De Morisco, ob eorum notoriam rebellionem….
(21) Stefano Patrizi – “Per l’ illustre Piazza di Nido contro i magnifici fratelli D. Cesare e D. Filippo Vulcani della Città di Sorrento”, pubblicato a Napoli dopo il mese di settembre del 1752. Pagina 3.

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