Il miracolo dei Vulcano

Quando si parla della storia della famiglia Vulcano di Sorrento, non si può fare a meno di rilevare che essa fu affascinante, oltre che ricca di prestigio, di pagine gloriose, di antichi fasti e di intriganti leggende.
Tra queste ultime la più suggestiva – anche se, evidentemente, assai più vicina alla condizione di favola piuttosto che a quella di verità storica – è quella secondo la quale il ramo della casata dimorante a Sorrento, avrebbe ricevuto poteri taumaturgici, se non addirittura miracolosi, per intercessione del Patrono della Città del Tasso: Sant’ Antonino Abate, cui, peraltro, la stessa famiglia era particolarmente devota.
Di questa leggenda esistono almeno tre versioni diverse eppure, al tempo stesso, simili tra loro.
Per quanto ci risulta il primo a parlare dell’ argomento è stato Gaetano Canzano Avarna nel 1883.
Questi, infatti, nel libro intitolato “Leggende popolari sorrentine”, nel paragrafo dedicato a “La virtù chirurgica dei Vulcani”(1) ha scritto: “Fin dai più remoti tempi una tradizione costantemente serbata presso il buon popolo Sorrentino, attribuiva a gl’ individui della nobilissima casa, Vulcano la potestà di acconciare le ossa umane, per accidente, uscite dalla loro naturale positura.
Volge circa un secolo che cotesta famiglia non fa più sua dimora in Sorrento al cui patriziato appartenne da tempi vetustissimi; non pertanto ogni Sorrentino ancora ricorda avere ascoltata dai suoi maggiori tale tradizione, così noi giudichiamo conveniente narrare la leggenda che spiega la ragione per la quale quei gentiluomini avessero acquistata virtù tanto utile all’umanità; ed ecco per qual circostanza sarebbe ciò avvenuto.
AI principiare del settimo secolo dell’ Èra presente, un monaco di santa vita, inviso e perseguitato dalle orde Longobarde che infestavano Ia Campania, si trasse nelle inospite solitudini del monte Aureo presso Stabia, ed ivi, trovando rifugio e pace, menò vita di contemplazione e di preghiera. L’ altissima fama delle sue singolari virtù, sparsasi bentosto nelle circostanti contrade, mosse i Sorrentini a mettere in mezzo ogni insinuazione e preghiera affine d’ indurlo a venire nella loro Città, per così giovarsi delle opere e dell’ esempio di un tanto uomo, e quel pio, annuendo finalmente alle tante pratiche dei medesimi, vi si recò prendendo stanza presso l’ Oratorio di S. Agrippino, ove, dopo non lungo tempo, per morte, dell’ Abate Bonifacio, titolare di quel Sodalizio, fu eletto suo successore.
Quest’ uomo di cristiana perfezione ebbe nome Antonino, ed è quel medesimo che per la sua grande santità elevato alla venerazione degli altari, fu prescelto eccelso patrono della penisola Sorrentina.
Narrasi adunque che il Santo Abate Antonino, nel suo vivente, già innanzi negli anni, ma operossisimo sempre (e della sua operosità lasciò monumento nelle porte dell’ Oratorio di S. Martino da lui edificato e nella vigna accanto alla Basilica, tutta piantata e coltivata dalle sue mani) un giorno che per minuta pioggia il sentiero era divenuto malagevole, recandosi per la Città a compiere quegli atti caritativi, che formarono della sua esistenza la più diletta occupazione, nella via del Borgo, detta altresì Borgo di Porta, e proprio ove al presente sorge la casa dei Maresca, sdrucciolò, e mancatogli l’ equilibrio cadde, e nel cadere abbandonando tutta la stanca persona su di un Iato, riportò grave sconcio ad un piede.
ln quel medesimo istante, per caso, trovossi a transitare ivi presso un gentiluomo dei principali della Città, i cui discendenti, allorchè vennero in uso i cognomi, furono appellati Vulcano. Costui come vide per terra il santo Abate, che per acerbezza di dolore era inabile a qualunque movimento, incitato da grande sollecitudine e pietà, mosse repente in soccorso di lui, e sussidiato da taluni suoi familiari, coi maggiori riguardi e con profonda riverenza il condusse nella sua dimora, come, più prossima di quella del Santo, e colà prodigandogli le più diligenti cure e la più amorosa assistenza, in breve tempo il fece tornar sano.
Il Sant’ uomo rimase siffattamente grato alla benevolenza dimostratagli, che nel lasciare il letto ospitale, benedisse quel gentiluomo, e memore del sommo refrigerio che aveva tratto dalle cure del medesimo, impetrò dall’ Onnipotente, per esso lui e per tutta la sua discendenza, la virtù di poter trasfondere pari refrigerio e facilità di guarigione a tutte le membra slogate e sconce, e che d’ allora gli individui della detta famiglia acquistarono la potestà di sanare mali siffatti.
Fino a quando i Vulcano abitarono in Sorrento si mantenne viva questa credenza nel popolo, che ad ogni slogatura di ossa si ricorreva ad essi loro,di guisa che le loro case come quelle dei valenti chirurgi, vedevansi sempre affollate di sofferenti, e sia volere divino, sia perizia negl’ individui di quella prosapia, sia entusiasmo di fede nei pazienti, la tradizione accerta che gli addolorati traevano grande sollievo e pronta guarigione dalle cure dei Vulcano”.

Sant' Antonino Abbate, Patrono di Sorrento

Sant’ Antonino Abbate, Patrono di Sorrento

Sullo stesso argomento, appena una decina d’ anni dopo (nel 1890), Gaetano Amalfi – in “Tradizioni ed usi nella Penisola Sorrentina”, richiamando esplicitamente la già citata’ opera di Canzano Avarna, ha scritto: “In Sorrento si racconta, che un giorno, Sant’ Antonino transitando per la via del Borgo di Porta, (proprio dov’ è ora la casa Maresca), sdrucciolò e cadde, riportando una grave storta. Si trovava a passare uno della famiglia, poi detta de’ Vulcano; lo soccorre, lo conduce nella propria abitazione, e lo cura con ogni amorevolezza. Il Santo per gratitudine ottiene al suo benefattore e discendenti la virtù di poter guarire le membra slogate e sconce. Così molti sofferenti accorrevano a quella volta (V. Canzano, Leg. pop. sor., S. Agnello, 1883, II, La virtù chirurgica dei Vulcani)”(2).
Di eguale tenore, anche se espressa in diversa forma, è la versione che ci tramanda Monsignor Federico De Martino, nel 1901 con il libro intitolato “Vita di Sant’ Antonino Abbate”(3).
Qui si legge: “Narrasi ancora (e ne è tuttora viva e costante la tradizione presso i sorrentini), che il santo Abate Antonino, già innanzi egli anni, ed operosissimo sempre, recandosi un giorno per la città a compiere uno di quegli atti caritativi, che formarono della sua vita la più diletta occupazione, non appena fu giunto alla via del Borgo, detta altresì Borgo di Porta, sdrucciolò in modo che cadde a terra, e nella caduta riportò grave sconcio all’ osso del piede. Trovossi per caso in quell’ istante a transitare ivi presso un gentiluomo dei principali della città, i cui discendenti allorché vennero in uso i cognomi, furono appellati Vulcano. Costui come vide per terra il santo Abate, che per l’ acerbezza del dolore era inabile a rialzarsi incitato da grande pietà e sollecitudine, mosse repente in soccorso di lui, e sussidiato da taluni suoi familiari con riverente premura sollevollo da terra, ed il condusse a ristorarsi nella vicina sua casa, ove prodigandogli la più amorosa cura ed assistenza, in breve tempo il rese confortato e sano. Il santo vecchio, alla vista di tanta benevolenza dimostratagli da quel vero gentiluomo, non solo volle esprimergli la più sentita gratitudine col ringraziarlo e benedirlo di tutto cuore, ma nel partir si da lui, a pegno di perenne riconoscenza gl’impetrò ed ottenne dal Signore, anche per tutti i suoi discendenti, il dono speciale di guarire immediatamente in qualunque persona le ossa slogate e sconce. E difatti da quell’ epoca in poi, fino a quando i Vulcano dimorarono in Sorrento (cioè fino a circa un secolo indietro) per qualunque slogatura di ossa ricorrevasi alla casa dei Vulcano, e si aveva per loro mezzo immediato risanamento. – Per questo singolarissimo favore ricevuto dal Santo, e per l’antica relazione avuta col medesimo in sua vita, i Vulcano nutrirono sempre la più grande devozione per S. Antonino, ed in Napoli edificarono e dedicarono a lui una Cappella di loro patronato nella Chiesa di S. Domenico Maggiore; nella quale Cappella fecero dipingere su tavola, nel principio del secolo decimoterzo, un’immagine di S. Antonino, che è assai rinomata ed espressiva, anzi dal Caracciolo è detta la più celebre di tutte (omnium celeberrima), e dal Donnorso è detta anche miracolosa.
Sono questi tra i tanti miracoli operati dal Santo alcuni pochi, che qui abbiam riferiti, sia perché ci rivelino la mirabile possanza comunicatagli da Dio a premio delle sue virtù e della sua sublime santità, sia perché ci valgano di stimolo ad essergli maggiormente devoti: e ciò anche pel riflesso che se egli era così potente e generoso nel beneficare gli altri, mentre era tuttora viatore quaggiù in terra, molto più il sarà ora che regna beato e glorioso in cielo”.
In una nota pubblicata a margine della pagina in cui termina il racconto della leggenda, lo stesso De Martino aggiunge: “Ci duole che questa così bella immagine del nostro Santo sia totalmente negletta ed abbandonata nella detta chiesa. Speriamo che i sorrentini facciano pratiche, affin di acquistarla per la chiesa del Santo. E per meglio indicare il sito, ove trovasi la detta immagine, aggiungiamo che, entrando dalla porta principale nella chiesa di san Domenico Maggiore in Napoli, essa è nella navata a destra di chi entra, e precisamente nella 5a cappella, dedicata ora a S. Carlo Borromeo.
Nei restauri di quella chiesa, fatti al 1852, fu sopravvanzato un nuovo muro all’ abside di quella cappella, e così dietro quel muro rimase inconsultamente nascosta la tanto famosa immagine”.
Fin qui si è detto di una leggenda – non l’ unica – riguardante la famiglia Vulcano ed alla quale non riteniamo che si possa attribuire gran credito, non solo in considerazione del fatto che essa si riferisce ad epoche evidentemente troppo remote, ma anche perché essa sembra essersi materializzata dal nulla solo alla fine dell’ Ottocento.

Per quanto è stato possibile accertare, infatti, non risultano scritti o pubblicazioni antecedenti al libro in cui Gaetano Canzano Avarna, per primo, – nel 1883 – ha riportato i prodigiosi eventi che pure avrebbero visto interessato un avo dei Vulcano, quale beneficiario della benevolenza di Sant’ Antonino.
Ciò nonostante la leggenda – se non commissionata da uno degli ultimi appartenenti alla nobile famiglia sorrentina – potrebbe avere origini in racconti popolari nati in seguito alla fondazione, risalente alla fine della prima metà del XIV secolo, di un Ospedale a Sorrento (di fatto ubicato quasi in corrispondenza di quello attuale) ad opera di uno degli appartenenti alla casata dei Vulcano.
Fermi restando gli approfondimenti che dedicheremo a questa struttura in seguito, sembra plausibile che le guarigioni registrate proprio presso questo “nosocomio”, a qualcuno, possano essere apparse miracolose al punto da inventare, per l’ appunto, un diretto coinvolgimento di Sant’ Antonino, il quale – in segno di riconoscenza per l’ assistenza ricevuta – avrebbe conferito ai proprio Vulcano le virtù delle quali si è detto in precedenza.
Pur non ritenendo che la leggenda abbia alcun fondamento, abbiamo ritenuto di riportarla al solo fine di rendere tangibile l’ alea di mistero che avvolge le origini della casata nobiliare che si vuole essere “nata” a Sorrento.
Ad onor del vero – e per completezza di informazione – dobbiamo sottolineare che non si tratta dell’ unico evento prodigioso che ha visto interessata questa famiglia.
Fu proprio un uomo di casa Vulcano, infatti, che a distanza di circa un millennio dall’ epoca del “miracolo” che vide interessato San’ Antonino, – ovvero alla fine del XVII secolo – finì al centro di un’ altra vicenda che potrebbe definirsi, a dir poco, sconcertante.
Grazie agli studi condotti da Antonino Fienga, infatti, in epoche recenti è stato dato alle stampe il contenuto di un prezioso volumetto intitolato “Caso successo nella Casa de’ P.P. Gerolomini in Napoli a IV del mese di maggio 1696
Si tratta di una sorta di cronaca delle vicende che videro interessato un novizio di 19 anni: Carlo Vulcano “cavaliere della Città di Sorrento, ed anco Nobile di questa Città di Napoli, godendo il Sedile di Nido e di altri Sedili della suddettà Città”. (4)
Si tratta delle “vicissitudini di un giovane novizio, la cui vocazione viene messa a dura prova nientedimeno che da Satana in persona, il quale, ricorrendo a paradossali espedienti, fece di tutto perché egli gettasse la tonaca alle ortiche abbandonasse la rigida vita conventuale per ritornare a godere i privilegi di un’ esistenza agiata e brillante, così come all’ epoca poteva auspicare chi, come lui, apparteneva ad una famiglia di nobili origini ed antiche tradizioni.
L’ intera comunità Oratoriana, e non solo quella, si trovò coinvolta in impressionanti ed incredibili manifestazioni diaboliche. A nulla valsero continui esorcismi e preghiere. I fenomeni si arrestavano per poi riprendere più intensi di prima. Fu un susseguirsi di misteriosi apporti, terrificanti apparizioni, comparsa di enigmatiche scritte sui muri, crolli e sorprendenti ricostruzioni di soffitti, e interminabili colloqui tra i Padri ed un’ invisibile entità che, esplicitamente, affermava di essere il “diavolo dell’ inferno”.(5)
Ma anche questa è tutta un’ altra storia.
Fabrizio Guastafierro

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Note:
(1) Gaetano Canzano Avarna in “Leggende Popolari Sorrentine” stampato presso la “Tipografia all’ insegna di San Francesco” di Sant’ Agnello nel 1883,dalla pagina 23 alla pagina 26.
(2) Gaetano Amalfi – in “Tradizioni ed usi nella Penisola Sorrentina”, stampato a Palermo dalla Libreria Internazionale L. Pedone Lauriel di Carlo Clausen nel 1890 e ristampato in copia anastatica da Arnaldo Forni Editore di Bologna nel 1974 a pagina 67. La pubblicazione originaria faceva parte – come terzo volume – della collana intitolata Curiosità popolari tradizionali pubblicati per cura di Giuseppe Pitrè.
(3) Monsignor Federico De Martino, nel curare il libro intitolato “Vita di Sant’ Antonino Abbate” (stampato per la prima volta nel 1901 e ristampato da Franco Di Mauro Editore nel 1984 da pagina 173 a pagina 174.
(4) Antonino Fienga – “Satana in conventoCuriosa narrazione di diabolici eventi occorsi a Napoli nella Casa dei PP. Oratoriani l’ anno MDCXCVI” – Pubblicato a Napoli da Franco Di Mauro Editore nel 1992. A pagina 17
(5) Antonino Fienga – “Satana in conventoCuriosa narrazione di diabolici eventi occorsi a Napoli nella Casa dei PP. Oratoriani l’ anno MDCXCVI” – Pubblicato a Napoli da Franco Di Mauro Editore nel 1992. Da pagina 9 a pagina 10.

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