Festa di popolo, teste coronate e alti prelati

Anche alla luce di queste premesse, ci piacerebbe paragonare i festeggiamenti e la partecipazione popolare che accompagnarono l’ evento a quelli che, poco meno di mezzo secolo prima (il 1° ottobre del 1071), resero indimenticabile un’ altra cerimonia: quella di consacrazione della Basilica dell’ Abbazia di Montecassino, passata alla storia anche grazie alla mobilitazione di Papa Alessandro II.
Quest’ ultimo, per l’ occasione, cedendo alle insistenze dell’ Abate Desiderio (destinato anch’ esso a salire sulla Cattedra di San Pietro con il nome di Vittore III), spedì lettere a tutti i vescovi della Campania, di Puglia e Calabria, invitandoli a convenire a Monte Cassino nel giorno stabilito per la solenne cerimonia. “Bastò questo a commuovere non solo le anzidette provincie, ma da molta parte d’ Italia, e i vescovi, e abati e chierici, e principi, nobili, e plebei, i quali accorsero al monastero, che tutto ne fu riempiuto. Il monte, e le soggiacenti campagne brulicavano d’ immenso popolo: a tanta moltitudine per sette giorni fu dato a mangiare pane, vino, carni, e pesci, e tutto in abbondanza, oltre il convivare che fecesi alla reale nella Badia; stupendo a dirsi, ma stupendo era anche il censo per cui queste largizioni facevansi” (1)
All’ evento intervenne ogni genere di personalità. Oltre al Sommo Pontefice accompagnato da sette cardinali e da quarantaquattro vescovi, le cronache, tra gli altri, ricordano: “Riccardo conte di Capua primo del sangue Normanno a signoreggiare quello stato, ed il figlio di lui Giordano, ed il fratello Rainolfo. Roberto Guiscardo si travagliava attorno a Palermo per espugnarla e perciò non potette intervenire a questa solennità. Comparvero nella Badia Landolfo longobardo principe di Benevento, Gisulfo principe di Salerno co’ suoi fratelli, Sergio duca di Napoli e Sergio duca di Sorrento (anche Sorrento erasi in quel tempo distaccato dallo stato Napolitano e reggevasi per proprio principe) i conti dei Marsi, quelli di Valva, ed i conti Borrelli: degli altri baroni dice Leone (Leone Ostiense n.d.r.) che non fu possibile ricordare i nomi ed il numero, tanta ne fu la moltitudine; poichè questi in que’ tempi eransi moltiplicati fuori misura” (2).
In realtà l’ elenco delle personalità tramandatoci dal monaco cassinese – poi divenuto cardinaleLeone Ostiense è assai più ricco e dettagliato, ma non si ritiene che l’ argomento, per quanto affascinante meriti ulteriori approfondimenti in questa sede
Per la consacrazione del Duomo Sorrentino, invece, non disponiamo di alcun resoconto scritto, ma non possono esserci dubbi sul fatto che, anche in questo caso, – sebbene in tono sicuramente minore – l’ evento suscitò l’ entusiasmo del popolo e la partecipazione di una miriade di monaci, chierici, presbiteri oltre che un significativo numero di personalità del mondo ecclesiastico e nobiliare.
A conferirgli particolare prestigio fu, certamente, la presenza dell’ autorevolissimo Cardinale Riccardo di Albano, (uomo di fiducia di Papa Pasquale II ed autentica eminenza grigia degli ambienti pontifici (3)), intervenuto per presiedere alla solenne celebrazione.
Quest’ ultimo, a testimonianza del desiderio di riconoscere particolare rilevanza all’ appuntamento e grande dignità alla Cattedrale di Sorrento, portò in dono le reliquie di una decina di Santi destinate ad essere custodite proprio nel Duomo sorrentino. Era una parte dei venerati resti del confessore Santo Stefano, dei martiri Felice Papa, Ciriaco, Savino, Felice Martire, Elena, Emerenziana, Martina, Quirilla, Quiriaca. A questi si aggiungevano anche una parte dei carboni di San Lorenzo.
Non si trattava solo di un prezioso dono, ma dell’ espressione del desiderio di conferire al luogo un valore superlativo.
Nel raccogliere le nuove reliquie – che probabilmente andarono ad aggiungersi ad altre già custodite in loco – la Cattedrale sorrentina, assumeva anche la dignità di prestigioso Santuario.
In questo senso deve essere tenuto ben presente il significato che il culto delle reliquie assunse in epoca medioevale.
Secondo le convinzioni del tempo, infatti, le reliquie – così come testimoniavano l’ importanza ed autorità di chi le possedeva – conferivano ulteriore ed ancora più intensa sacralità ai luoghi dove venivano custodite che, di fatto, si trasformavano in mete di pellegrinaggi.
Si era consolidata, infatti, l’ idea che l’ entrare in contatto con i resti mortali del corpo di un santo – o meglio ancora con i resti dei luoghi e degli oggetti in qualche modo riconducibili alla Sacra Famiglia, alla figura di Gesù o di quanti ebbero la fortuna di frequentarlo – consentisse di creare un collegamento diretto con Dio.
Anche nell’ interno del mondo cristiano – così come in quelli di altre religioni – le reliquie, di fatto, vennero considerate come anello di congiunzione tra mondo terreno e mondo divino, come strumenti per conservare al “mondo dei vivi” i benefici effetti delle proprietà taumaturgiche possedute dai santi ormai giunti nel regno dei cieli.
Il loro culto aveva raggiunse le massime espressioni per effetto delle remissioni dei peccati (promesse dalla Chiesa o sperate dagli interessati) nelle quali confidavano i pellegrini che si indirizzavano ai più celebri Santuari (in primis quelli della Terra Santa, ma anche quelli di San Giacomo di Compostela, di San Michele al Gargano ed altri ancora) o quanti, nell’ abbandonare i propri cari e lasciare i propri beni, parteciparono alle crociate.
Come già evidenziato, dunque, donare delle reliquie ad una Chiesa – così come avvenne nel caso della consacrazione della Cattedrale di Sorrento – significava esaltare l’ importanza del donatore e, al tempo stesso, esprimere la ferma volontà di richiamare l’ attenzione dei fedeli sull’ edificio di culto che, nel divenire destinatario della donazione, si trasformava in meta di pellegrinaggi perché autentico luogo di conservazione di oggetti capaci di impetrare la grazia divina.
Alla luce di queste premesse, dunque, non è azzardato ipotizzare che, in una circostanza del genere, si registrasse la presenza di una congrua quantità di teste coronate e tiare episcopali.

Non disponiamo di elementi di certezza, ma – anche volendo circoscrivere il novero dei partecipanti alle personalità più “intime” – non è difficile immaginare che ci fossero almeno: l’ Arcivescovo di Sorrento, Barbato (4); il Vescovo di Vico Equense (5), il Vescovo di Stabia (6), il Vescovo di Lettere (7) e il Vescovo di Massa Lubrense (8).
Con loro è verosimile che ci siano stati: gli Abati dei monasteri dell’ Arcidiocesi locale e, probabilmente, anche di strutture ecclesiastiche più o meno vicine.
Inoltre non dovrebbero essere mancati: il Duca di Sorrento Sergio II (che da poco, nel rimanere orfano di suo padre il Duca Sergio I, aveva assunto il titolo di principe) e la sua famiglia; il Principe di Capua Giordano II (appartenente alla famiglia normanna dei Drengot) e sua moglie la Principessa Gaitelgrima (sorella di Sergio II di Sorrento) che appena qualche anno prima – forse due – con le loro nozze avevano consacrato una nuova alleanza tra una delle più importanti signorie del Sud dell’ Italia (quella, per l’ appunto di Capua) e quella dominava sulla Terra delle Sirene.
“Dulcis in fundo” sembrano probabili anche le presenze di altri esponenti delle più importanti casate di nobili Normanni appartenenti tanto alla stirpe degli Altavilla, quanto a quella, già richiamata dei Drengot.
La cronaca favolistica appena proposta può sembrare indiscutibilmente azzardata perché – fino a questo punto – priva di qualsiasi supporto storiografico. Eppure il ricorso a alla ricostruzione di un più attendibile quadro storico di riferimento consentirà, in seguito, di dimostrare che si tratta di qualcosa non molto lontano dalla realtà.

Fabrizio Guastafierro

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Note:
1 Luigi Tosti – Storia della Badia di Monte-Cassino, divisa in libri nove – Stampato a Napoli dallo Stabilimento Poligrafico di Filippo Cirelli nel 1842, a pagina 337 del I Tomo.

2 Luigi Tosti – Storia della Badia di Monte-Cassino, divisa in libri nove – Stampato a Napoli dallo Stabilimento Poligrafico di Filippo Cirelli nel 1842, a pagina 337 del I Tomo.

3 Di lui, parlando dei Cardinali creati da Papa Alessandro II, Riccardo Cardella, in “Memorie storiche de’ Cardinali di Santa Romana Chiesa” pubblicato a Roma nel 1792 (da pagina 154 a pagina 156 del Tomo Primo – Parte Prima) scrive: “Riccardo dei Riccardi nato di chiaro sangue nelle Gallie, fratelo del poc’ anzi mentovato Cardinale Bernardo, professò la regola di S. Benedetto in S. Vittore di Marsiglia e creato Prete Cardinale della Santa Romana Chiesa, e poi da Pasquale II, circa l’ anno 1100, Vescovo di Albano, fu da Gregorio VII sostituito circa il 1079, nella legazione di Spagna al Cardinale Bernardo suo fratello. Ivi celebrò un Concilio nella città di Burgos per la riforma del clero, che dimentico della santità del proprio carattere, e dei propri doveri, aveva preso il costume, o a meglio dire l’ abuso, di contrarre interdetti, e dannati matrimoni, e fu il primo, come scrive il Sig. Abate Riccy nelle sue Memorie Storiche della Città di Albano alla pagina 196, a stabilire il Ministero pontificio in quel regno presso Alfonso Re di Castiglia, come ricavasi dalle lettere di S. Gregorio VII al medesimo. Un altro ne tenne in Clermont nel 1110, dove furono coll’ anatema percossi e fulminati i persecutori della Chiesa Mauriacense. Fu in appresso spogliato della sua dignità da S. Gregorio VII, circonvenuto da false informazioni contro il Cardinale, quasi fosse fautore dell’ Antipapa Clemente III, conforme a ciò che scrive Roderico Toletano nel libro sesto capo ventisei. Venuto però il S. Pontefice al giorno della verità, ai pristini onori incontanente lo restituì. Rientrato per tanto nel novero dei Cardinali, concorse all’ elezione del nuovo Pontefice e maneggiò occultamente delle brighe per conseguire il Papato: scorgendo però le ambiziose sue mire svanite ed andate in fumo, procurò l’ esaltazione di Vittore III, dal quale, riputandosi egli non molto prezzato, suscitò nel 1087 lo Scisma dell’ Antipapa Silvestro. Convocato però Vittoer un Sinodo in Benevento nel mese di Agosto dell’ anno sopradetto, scomunicò solennemente il Cardinale Riccardo come sopra si è accennato. Estinto però lo Scisma, pentito, e dolente del commesso fallo, ottenne l’ assoluzione dall’ ecclesiastica censura, ebbe da Pasquale II la commissione di trasferirsi col carattere di Legato a latere nelle Gallie per assolvere il Re Filippo I dalla sentenza di scomunica, avendo prima quel Monarca abbandonata Bertranda sua concubina, e dati segni di costante, e verace ravvedimento. In cotale occasione il Legato celebrò un Concilio in Troies nell’ ano 1104, e un altro in Beaguensy diocesi d’ Orleans, e il terzo in Parigi riportati dal Labbè nel Tomo secondo della collezione dei Concilij alla pagina 1115, per condannare la simonia, e introdurre nel Clero una costante, e verace riforma. Nell’ anno seguente presiedè la Dieta di Magonza, in cui al proprio figlio Enrico V rinunciò l’ impero Enrico IV, il quale avendo a grande istanza richiesto al Cardinale Legato di essere prosciolto dalla sentenza di anatema, questi ricusò di compiacerlo, se prima non detestava lo scisma dell’ Antipapa Gilberto, protestando di riconoscere per legittimo Pontefice Gregorio VII, e i di lui successori, come di fatti Errico umilmente eseguì, ritrattando solennemente quanto aveva fatto contro il prelodato S. Gregorio. Nel 1107 accompagno Pasquale II in Francia, per cui commissione dovette esercitarvi molti uffici sacri, come si raccoglie dalla cronica del monastero di Dol. Circa il 1110 intimò un Sinodo in Valenza, nel quale restituì il diritto metropolitico alla Chiesa di Braga, ed assistè al Concilio di Clermont. Ala fine secondo l’ opinione meno verisimile, a non dire assolutamente falsa del Frizonio, nell’ anno 1112 compiè il termine dei suoi giorni, o più veramente nel 1113, trovandosi in quell’ anno sottoscritto a un giudizio pronunciato da Pasquale II per la controversia insorta tra l’ Abate di Montecassino, e quello di Terra maggiore, per la Chiesa di Casalpiano, come risulta dal Bollario Romano. Il Ciaccinio gli prolunga la vita per un’ altro triennio, recando una soscrizione dello stesso Cardinale a favore della Chiesa dei Marsi nell’ anno 1116. Col Ciacconio conviene Giorgio Eggs nel suo nuovo supplemento alla Porpora dotta pag. 29. Si trova il nostro Cardinale sottoscritto fra tutti il primo ad un’altra bolla di Pasquale II spedita nel 1113 a favore dello spedale di S. Giovanni Gerosolimitano, e riportata dal ch. Arcivescovo di Lucca Giandomenico Mansi nel Tomo secondo del suo supplemento ai Concilij del Labbè”

4 Pasquale Ferraiuolo – in “La Chiesa Sorrentina e i suoi Pastori” (pubblicato a Castellammare di Stabia da EIDOS Nicola Longobardi Editore, nel 1991, grazie alla Venerabile Congregazione dei Servi di Maria di Sorrento) pagine 73 e 74

5 Parlando dei vescovi di Vico Equense, Monsignor Antonino Trobetta – in “Vico Equense e il suo territorio”, pubblicato a Casamari nel 1997, a pagina 207 – dopo aver ipotizzato, in precedenza, che la Diocesi di Equense dovrebbe essere sorta nei primi decenni dell’ XI secolo, precisa: “Cominciando l’ esposizione delle note biografiche dei vescovi della nostra ex diocesi dobbiamo ricordare che per i primi tre secoli circa della sua esistenza nessuno dei suoi Pastori è riuscito a salvarsi dall’ oblio, che prima o dopo avvolge tutte le cose umane”

6 Gaetano Celoro Parascandolo – nel primo volume de “I Vescovi della Chiesa Stabiana”, pubblicato a Castellammare di Stabia da Nicola Longobardi Editore, nel 1997 – ci tramanda notizie del Vescovo Gregorio II nel 1110 (alle pagine 73, 74, 75 e 76 dell’ opera citata) e del Vescovo Sergio nel 1120 (alle successive pagine 77 e 78), ma non fornisce elementi per stabilire quale sia stato l’ arco di tempo del governo di episcopale di entrambe, né ipotizza l’ esistenza di un eventuale vescovo intermedio. Di fronte ad un tal genere di aleatorietà, dunque, è impossibile stabilire l’ identità del Vescovo Stabbiano intervenuto alla cerimonia sorrentina.

7 Potrebbe trattarsi del Vescovo Pietro I. Luigi Grazzi – in “La bella storia civile e religiosa della Città e Diocesi di Lettere”, stampato a Scafati, nel 1978 a cura della Parrocchia S. Maria Assunta e S. Giovanni Battista nell’ ex Cattedrale di Lettere (a pagina 80) – scrive: “E più che pensare ai salti cronologici che ci propongono ancora un Pietro I ed un Pietro II abbinati nella successione di Stefano, per gli anni – rispettivamente – 1118 e 1169, quali 2° e 3° Vescovo di Lettere, viene avanti, più persuasivo il 4° Vescovo Giovanni…..”

8 Anche in questo caso, si deve parlare di Vescovo anonimo. Al Riguardo, infatti, Gaetano Filangieri di Candida – nella II edizione di “Storia di Massa Lubrense”, pubblicata a Napoli nel 1974, (a pagina 377) – ha scritto: “Non è possibile rintracciare la serie intera dei Vescovi di Massa: è soltanto dai primi del XV secolo che li abbiamo senza interruzione alcuna; tuttavia ne conosciamo, con qualche lacuna, fin dall’ anno 1218 vari elenchi…”

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