La valenza dei due primi santi patroni

Non è questa la sede per affrontare l’ analisi di quanto è stato scritto a proposito di San Renato e San Valerio ed entrare nel merito di polemiche – peraltro sterili ed improduttive – che non apportano alcun beneficio allo sviluppo di questo lavoro.
Sicuramente proficuo, invece, è il tentativo di esaminare il testo dei documenti più antichi che ci tramandano la memoria dei primi due santi patroni sorrentini (oltre che quella delle chiese che portarono il loro nome) e di leggerne il contenuto in maniera quanto più asettica possibile.
Per fortuna, sulla individuazione della fonte più attendibile, non c’è margine di approssimazione, né di incertezza.
Ciò perché c’è un’ unica fonte da prendere in considerazione.
Si tratta di quell’ “Omelia in lode dei Santi Renato e Valerio” riportata, tra gli altri, da Bartolommeo Capasso e su cui si registra unanimità di consensi nell’ essere considerata come la più prossima all’ epoca in cui vissero i due pastori sorrentini.
Dell’ antico manoscritto, purtroppo, non c’è più traccia che non sia quella desumibile dalle pubblicazioni che trattano della vita e delle opere dei due santi, ma non c’è dubbio che si tratti di un documento assai remoto. Ciò, non fosse altro che il fatto che ci tramanda il ricordo di un miracolo che parla solo dei due primi santi patroni della Città di Sorrento e non – come avverrà in seguito – anche di San Baccolo, Sant’ Attanasio e Sant’ Antonino.
Si tratta di un documento che lo stesso Bartolommeo Capasso non esita a far risalire ad un periodo compreso tra l’ VIII ed il IX secolo. Proprio parlando di questa omelia, infatti, lo studioso ha osservato: “Lo stile della medesima, ed i molti passi della Bibbia in essa citati, ce la fan credere scritta verso la fine del secolo VIII o ai principi del IX. Che anzi la somiglianza delle parole usate nel proemio affatto le stesse ai quelle che si leggono in un antica omelia scritta per la festività di S. Gennaro, la quale fu pubblicata dai Bollandisti nel tomo VI di settembre, ci fanno anche congetturare essere forse stato un solo l’ autore dell’ una e dell’altra. In questa nostra omelia però non si narra alcun che della vita del Santo, ma solo alcuni miracoli che per la sua intercessione ottennero i Sorrentini nella metà del secolo VII” (1).
In un epoca non molto successiva al periodo in cui morirono San Renato e San Valerio, le loro figure erano al centro di attività devozionali particolarmente accese e sentite, la cui espressione ci conserva il ricordo di più di una chiesa dedicata al loro nome.
Ogni altro documento è da considerarsi di epoca sicuramente successiva
Prima di commentarne il contenuto, dell’ Omelia già più volte citata, appare indispensabile proporne la versione italiana, così come è stata offerta da Pasquale Vanacore.
Solo leggendolo integralmente, infatti, si possono cogliere a pieno alcuni aspetti di fondamentale importanza anche ai fini della individuazione di vari edifici di culto la cui intitolazione – già da epoca antichissima – era caratterizzata dalla presenza del loro nome.
I – Grazie alla divina clemenza, ecco che torna la solennità invocata dalle comuni preghiere; brilla oggi per noi la luce che reca il giorno dell’annuale ricorrenza festiva della nascita (alla vita eterna) dei sacerdoti e confessori di Cristo Renato e Valerio; e adorna questo giorno il vostro devoto ascolto e, sebbene non visibile sensibilmente, la sacra adunata dei santi spiriti di Dio, che brillano intorno.
Ebbene occorre, fratelli, che noi siamo lieti ed esultanti in Dio nostro Signore, quel Dio che non in una selvaggia scorpacciata, ma in un pio slancio della mente sazia nei buoni ogni desiderio, che guarda dall’ alto con pia attenzione le preghiere di tutti, e incessantemente dà la sua approvazione ad ogni richiesta pura.
Quando dunque sul tema delle virtù dei santi Renato e Valerio bisogna passare in rassegna poche cose tra le tante che per mezzo loro fece il Signore a lode e gloria del suo nome, a quelli che vengono alla loro festa non deve sembrare tempo perduto prestare orecchie pure, affinché, grazie alla loro intercessione dall’ alto, possano poi muoversi verso le loro faccende rinvigoriti nel corpo e nel cuore.
Nel tempo in cui Dio si adirò per le scelleratezze dei mortali e per dare esecuzione al castigo divino il popolo dei Longobardi dilagò su tutta l’ Italia, devastandola tutta quanta, un barbaro gonfio dei fiumi della superbia, Rodoaldo, loro Duca, per la sua rovina, insieme al suo funesto esercito, con altri Duchi, giunse alla città di Sorrento per cercare il modo di entrarvi. E poiché per giorni e notti non si dava mai alcuna tregua vicendevole al combattimento contro la città, poiché i nemici incalzavano da vicino da ogni parte i cittadini cinti tutt’ intorno dall’ assedio, i Sorrentini giunsero a tal punto di disperazione che spontaneamente e quasi facendo a gara cominciarono a consegnarsi ai nemici.
E vedendo che anche a quelli che erano usciti non veniva dato nessun aiuto umanitario, nonostante si profondessero in preghiere, allora, prostrato, tutto il popolo, rinchiuso entro le mura della città, rivolgeva le sue preghiere a Dio tra tante lacrime.
Nel frattempo, quell’ uomo di cui già si era parlato, il capo di quei barbari usurpatori, dirigendosi alle tombe dei santi Renato e Valerio, mettendo in mostra questa sua devozione e offrendo loro oro e argento, (prometteva che), se fosse riuscito per la loro intercessione ad entrare nella (già nominata) città di Sorrento, avrebbe recato loro moltissimi e più pregiati ornamenti. Saputo ciò, il sacerdote Agapito (era lui infatti a quel tempo a capo della città), ammaestrando con zelo il suo gregge con le parole e con le opere, senza riposare né di giorno né di notte, rivolgeva incessanti preghiere supplichevoli a Dio, impegnandosi in digiuni ed orazioni, e spesso con incessanti gemiti offrendo se stesso a Dio in olocausto, confidando nei meriti dei santi sacerdoti e confessori di Cristo Renato e Valerio, grazie alle cui preghiere e al cui sostegno fino a tutt’ oggi la città resta sicura, (pregava dunque Dio) di liberare la città e i suoi concittadini dall’ opprimente assedio di quel popolo feroce e di strapparli dalle loro mani insanguinate; credendo fermamente che, quando vogliono, niente è a loro impossibile. Infatti il nostro Redentore disse ai suoi seguaci: “Tutto ciò che chiederete fiduciosi nel mio nome, l’avrete”. Perciò, confidando nella misericordia di Dio, con parole rassicuranti parla loro dicendo: “Grazie ai frutti della penitenza, presto l’ ira di Dio si muterà in misericordia, se, lasciate da parte le passate sozzure, aderirete con amore puro ai suoi precetti, perché quel Dio sotto il cui cenno stanno le anime dei giusti, non si lascia persuadere né da regali né da offerte o adulazioni e non si diletta dei sacrifici e degli olocausti delle genti, ma non respinge un cuore contrito e umiliato, come dice il Salmista: “Gridarono a Dio, quando erano tribolati, ed egli li liberò dalle loro angustie”. E il Profeta dice: “Umiliamo le nostre anime dinanzi a Dio”. E un altro Profeta dichiara: “Rivolgetevi a me nel digiuno e nel pianto”.

Obbedendo alla sua esortazione, con continue suppliche ai Santi, e dedicandosi incessantemente, sempre vigili, ai digiuni, per l’ intercessione dei santi Confessori, fu concesso che la predetta città, che restava ancora cinta tutt’ intorno dall’ assedio dei barbari, ne uscisse illesa, mentre lui, (Rodoaldo), subì in ogni caso un grave smacco, siccome furono ritrovate da tutti, gettate fuori dalla loro chiesa, tutte quelle cose che egli aveva portato. E così finalmente gli invasori andarono via dalla città.
Così infatti, ad opera della divina clemenza, il suo maledettissimo popolo fu scosso da un tremito di paura che tutti si volsero in rapida fuga. Frattanto uno di quelli, che era rimasto insieme ai suoi compagni accanto ai bagagli, disse ai suoi compagni: “Entrate audacemente nelle loro chiese e, saccheggiandole, portate via tutto quel che c’è”. Ma quelli, come entrarono, bramosi di far piazza pulita di tutto, immediatamente posseduti dal demonio, erano sballottati violentemente per terra, e così sentirono su di sé il peso della punizione divina, perché avevano osato accostarsi dove non era affatto loro lecito. Infine furono sballottati fino alle tombe dei Santi, e fino al punto che, come attestano antiche memorie, a testimoniare come i demoni li tormentano, si può vedere a tutt’ oggi il loro sangue sparso. E per tanto tempo in quel posto furono posseduti dallo spirito immondo, finché spirarono.
Il Signore, attraverso i suoi eletti, compie tali cose allo scopo preciso di dimostrare che quelli che li disprezzano senz’ altro Lui, e perciò sono reprobi.
Così a Saulo che infuriava contro i suoi fedeli disse dal cielo: “Perché mi perseguiti?”, quando egli non perseguitava certo lui in persona, ma quelli che erano “le sue membra”, e “Chi disprezza voi, disprezza me”.
Allora una gran paura prese tutti quelli dei loro che videro tali cose, e assolutamente non osarono più entrare nelle loro dimore in veste di saccheggiatori.
Nello stesso periodo, quando quella popolazione ancora assediava la città, un vecchio, somigliante a San Renato, si presentò in mezzo a quei nefandi nemici, ed essi, vedendolo spesso, pensavano, quando lo scorgevano, che fosse un contadino. Allora si diedero da fare per mozzargli la testa, ma egli improvvisamente sparì sotto i loro occhi, ragion per cui non c’è dubbio che lo stesso Sacerdote e Confessore di Cristo, Renato, si era posto a guardia di questa città, in cui riposa il suo venerabile corpo.
È conveniente quindi che noi Io celebriamo con devote veglie e preghiere continue, rendendoci conto e tenendo saldamente nella mente i benefici che ciascuno sa che sono stati a lui concessi in quantità, come dice il Salmo: “Se il Signore non custodirà la città, invano vegliano quelli che fanno la guardia ad essa”. Dunque, fratelli, bisogna che noi ci rechiamo sempre nelle loro chiese e vediamo come il diavolo è stato vinto e come trionfano i Confessori di Cristo, e, guardando le loro corone trionfali, diamoci da fare per partecipare alle loro feste in questa vita godendo ed esultando con inni e cantici in onore del nostro signore Gesù Cristo che è Dio, affinché meritiamo di allietarci insieme con loro alla festa del loro giorno natale, nella vita eterna, dove essi regnano col Signore nostro Dio Gesù Cristo, che è benedetto nei secoli dei secoli. Amen.
II – Col volgere dell’ anno dobbiamo celebrare una festività in cui sarebbe troppo lungo narrare tutti i miracoli dei santi sacerdoti e confessori di Cristo Renato e Valerio, miracoli che sono ampiamente ormai noti direi quasi in tutto il mondo. Infatti in quel tempo appunto in cui i medesimi barbari predoni di cui abbiamo già parlato devastarono i borghi della città di Sorrento e presero molti prigionieri, accadde che un tale trascinasse un contadino di nome Felice alla decapitazione, tenendolo per i capelli con le mani legate dietro il dorso. E mentre il suddetto barbaro lo trascinava, arrivarono a un ponte posto sopra un grande corso d’ acqua, che ancor oggi si chiama come in passato “ponte grande” per la sua struttura in cui si vede un arco dipinto in onore di lui (= di San Renato). Poiché il barbaro impegnando tutte le sue forze cercava di strappargli la testa dal collo, tutto tremante il contadino rivolse questa preghiera al Signore dicendo: “Dio dei santi Renato e Valerio, senza il cui cenno neanche una foglia d’ albero cade, o una goccia di pioggia, per inumidire i campi e farli germogliare, per il cui cenno si regge tutto l’ universo, tu che, abbracciando i troni dei cieli, tieni sospesa con tre dita la mole della terra, ed hai pesato sulla tua bilancia nel porli in equilibrio monti e colli, e scruti gli abissi, tu che hai custodito per le preghiere dei tuoi eletti sicuri contro ogni forza ostile questi luoghi, alla cui difesa li hai preposti, e a questa molto spesso nominata città di Sorrento hai dato come patroni gli autentici sacerdoti e tuoi servi Renato e Valerio, e tante volte essi l’ hanno visibilmente resa munitissima contro le insidie del nefando popolo dei Longobardi, vieni ora in mio soccorso e strappami dalle mani di questo atroce aguzzino, per i meriti e le preghiere di quei santi che gli abitanti di terre straniere fin dai più remoti confini della terra hanno conosciuto come eccellenti operatori di virtù”.
Nell’ ora del bisogno di costui, i santi Confessori non disdegnarono di venire incontro alla sua purissima preghiera. Cosicché egli immediatamente si svincolò dalle mani del barbaro di cui si è detto e si gettò a capofitto nella profondità, che era grande, di quel fiume; e pur essendo tanto grande la profondità di quel fiume, non riportò lesioni in nessuna parte del corpo, ma tornò sano ed incolume, appena poté, alla nominata città di Sorrento. Successivamente il barbaro di cui abbiamo parlato, che aveva cercato di togliergli la vita, credendo che egli fosse morto, non prestò fede a ciò che era divulgato dalla voce pubblica dei cittadini della medesima città, che cioè quel contadino era sano e incolume. Ma, per informarsi bene su questa notizia che era ad ascoltarla incredibile, messosi in viaggio, giunse alla predetta città. E dopo averlo a lungo e molto cercato, alla fine lo trovò e vedendolo lo guardò con meraviglia e cominciò a chiedergli con insistenza come mai fosse ancor vivo, mentre egli aveva pensato che la grande profondità del fiume aveva accolto quasi sempre (quelli che vi finivano dentro) ormai privi di vita. E Felice gli disse: “Il Dio dei santi Renato e Valerio, che mi ha salvato dalla tua spada, quel Dio per il cui sostegno anche questa città, grazie al loro fattivo intervento, è stata liberata dalle vostre mani, è stato lui a garantirmi di uscire sano e salvo e senza neppure una contusione da quella così grande profondità”. E il barbaro gli disse in tono di supplica: “Per favore, conducimi fino alle chiese dove sono sepolti i loro corpi”. Acconsentendo alla richiesta, ecco che entrambi si affrettarono ad andare per rendere insieme grazie a Dio, che di giorno in giorno non smette di operare miracoli nei suoi santi. E a lui è onore nei secoli dei secoli. Amen.
III – Indubbiamente sono confermate in pieno quelle cose che sono dette nella Sacra Scrittura: “Dio glorioso mirabile nella sua maestà, che opera prodigi nei suoi santi, che desta alla salvezza quelli che erano perduti, che richiama gli increduli alla fede”. E ancora: “È preziosa al cospetto di Dio la morte dei suoi santi”. Infatti anche questo argomento non dev’ essere rimosso dalle lodi di questi santi per il fatto che io non sono in grado di parlare in modo adeguato, proprio come si conviene a così grandi celebratori della divina gloria, ma sia pure balbettando, animosamente lo esporrò. Colui che tentò di invadere la città combattendo con tutte le sue forze, vale a dire il feroce Rodoaldo, Duca dei Longobardi, e che, cercando di ingraziarseli, offriva oro e argento ai santi Confessori del Signore, al fine di farli apparire avversari del gregge loro affidato e di far risultare che per denaro tradivano quel popolo che essi invece non cessano mai di proteggere, instancabilmente, con preghiere alterne, e di custodire col calore del loro affetto, e che con tanto maggior impegno si adoperano a perseguitare i nemici del loro gregge quanto più vogliono preservarlo immune dagli uomini; Rodoaldo dunque non per lungo tempo si allietò del trionfo, come aveva sperato. Infatti nello spazio di un solo anno, per l’ intervento proprio di quei santi a cui aveva cercato di recare quell’ affronto, per la puntuale punizione di quel Dio che dice “A me la vendetta, ed io renderò a ciascuno quel che merita”, chiuse il tempo della sua vita e insieme del suo regno. Grande è dunque la gloria dei santi e felice la cerchia dei beati Renato e Valerio, Confessori e sacerdoti di Cristo, che hanno meritato di essere associati nella gloria a così importanti cittadini del cielo, e seguendo l’ agnello puro da ogni macchia di peccato, restano con Lui, per ora solo in spirito, ma destinati dopo breve tempo a possedere una duplice ricchezza, perché Egli disse: “Padre, voglio che dove sono io, anche loro siano con me”. E Beati i miti, perché possiederanno la terra”. E il profeta dice: “Nella loro terra possiederanno duplici ricchezze” . Che c’è da stupirsi se per consenso di Colui dal quale hanno ottenuto un così grande trionfo nel cielo, essi hanno ottenuto per il patrocinio della patria, di modo che a quelli a cui vogliono, se lo chiedono, garantiscono il sostegno di quell’ autorità conferita loro da Dio stesso? Ed è il Signore stesso che lo attesta: “Se avrete la fede nella misura di un granello di senape, e direte a questa montagna: Scostati, ecco che essa si costerà. Niente sarà impossibile a voi”. E il Salmo: “Esulteranno i Santi nella gloria, si allieteranno nelle loro dimore”. E l’ autore del Siracide: “I popoli narrino la sapienza dei Santi e Ia Chiesa annunci la loro gloria”.
Quanto agli altri miracoli che Dio per mezzo loro opera ogni giorno, né lingua né parola umana potrà bastare a reggerli. Per le loro preghiere, poi, molti, oppressi da brutte malattie ogni giorno sono risanati, per la loro intercessione i ciechi vedono, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono mondati, gli angosciati si rallegrano, gli infermi guariscono, e molti tormentati da spiriti immondi ogni giorno sono efficacemente curati. Infatti sono veri amici di Dio; essi che con tutte le loro forze si sono impegnati ad aderire quanto più rapidamente possibile ai suoi comandamenti. Come dice lo stesso Gesù: “Voi sarete miei amici, se farete quel che vi comando”, sopportando anche percosse, catene e prigioni, e vinsero nel Suo nome il mondo coi suoi diletti e debellarono con sommo sforzo le potenze immateriali, ben sapendo che non si trattava di una lotta contro creature di sangue e di carne, ma contro gli spiriti del Male, che sono tra le creature (una volta anch’ esse) del cielo. Dopo avere ampiamente sconfitto queste potenze, con cuore puro esultavano nel Signore, di cui hanno conseguito le promesse, cioè la gioia di contemplarlo e di godere per l’ eternità dei suoi premi. Il nostro Dio infatti sta al fianco dei semplici e non delude quelli che lo cercano, nel senso che in Lui sia piena la loro gioia.
Poiché dunque l’ annuale ricorrenza della loro nascita al cielo giunge per noi colma di gioia rallegriamoci nella loro festa, di modo che, come essi nel cielo, trionfanti, esultano, così anche noi che stiamo ancora sulla terra ci felicitiamo per i loro benefici, nella convinzione che, grazie alle loro preghiere, siamo liberati dalle insidie dei nemici e di tutti, dai pericoli incombenti e dalle epidemie. Per il nostro Signore Gesù Cristo che è Dio, che vive e regna con Dio Padre e con lo Spirito Santo nei secoli dei secoli. Amen” (2).

Fabrizio Guastafierro

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Note:
1 Bartolommeo Capasso – “Memorie Storiche della Chiesa Sorrentina”, edito per la prima volta a Napoli nel 1854 dallo Stabilimento dell’ Antologia Legale e più recentemente ristampato, in copia anastatica, da Forni Editore di Bologna. pagina 7.

2 Pasquale Vanacore – “San Renato di Sorrento – tra leggenda e storia, documenti e testimonianze” – Pubblicato nel 1999 a Castellammare di Stabia da Nicola Longobardi Editore per conto della parrocchia di Moiano – da pagina 61 a pagina 76.

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