Fucillo di Sorrento tra i primi “camorristi – compagnoni” di Napoli

E’ sorrentino uno dei primi grandi guappi della storia di quella che, in seguito, sarebbe divenuta la camorra napoletana.
La notizia non è nuova (1). Eppure, fino ad ora, è sfuggita alla stragrande maggioranza di quanti hanno dedicato le proprie attenzioni ed i propri studi alla storia di Sorrento.
Al punto che, oggi, sia pure in ambito locale, la stessa notizia potrebbe apparire quasi alla stregua di una “scoperta”.
In realtà molti altri, prima di noi, hanno dedicato attenzioni al nostro personaggio anche se, per quanto ci è stato possibile accertare, l’ unico studio monografico che lo riguardi è stato curato da Dario Busolini, nell’ ambito degli approfondimenti proposti nel 50° volume del Dizionario Biografico degli Italiani edito dalla Treccani (1).
Il guappo che aveva origni sorrentine, si chiamava Fucillo Micone, ovvero Fucillo da Sorrento e mutuò il suo soprannome (più che il suo cognome) da suo padre Domenico.
Nato nella città del Tasso alla fine del Quattrocento, Fucillo, pur non navigando nell’ oro, fu di origini modeste, e, fin da giovane, si trasferì nel capoluogo partenopeo dove successe proprio a suo padre Domenico nella conduzione di una attività mercantile nei pressi della Porta di Massa e più specificamente nel rione cosiddetto di San Pietro Martire.
Ben presto, per adattarsi alle difficili condizioni che si erano verificate nel capoluogo partenopeo, in seguito al declassamento del Regno di Napoli, al rango di viceregno spagnolo, lo stesso Fucillo, preceduto dalla sua fama di uomo sedizioso ed temerario, riuscì a ritrovarsi a capo di una vera e propria banda di quartiere in cui vagabondi, trafficanti e soprattutto “compagnoni” facevano il bello ed il cattivo tempo.
In realtà, a quei tempi, i “compagnoni” altri non erano se non i primi “camorristi napoletani”.
Eppure la stessa qualifica di “compagnoni” – sebbene all’ epoca avesse un diverso significato – rende la loro figura quasi “simpatica”.
In realtà essi, allora, più ancora delle autorità regie, erano capaci di dettare legge nelle zone poste sotto il loro controllo e, frequentemente, non mancarono di ribellarsi all’ ordine costituito secondo le leggi di una “camorra romantica” che non era disposta ad accettare i soprusi dei governanti stranieri e che, piuttosto – sia pure ricorrendo all’ uso della forza – giunse ad amministrare giustizia quasi in maniera autonoma ed indipendente.
Non era una camorra prepotente, arrogante ed inopinatamente sanguinosa.
Era, piuttosto, una espressione di sentimenti popolari posti in contrapposizione al potere vessatorio degli invasori.
Sebbene non formalmente costituita, era una organizzazione capace di alzare il capo e guidare moti insurrezionali con il coinvolgimento di interi rioni e quartieri popolari.
Uno dei suoi capi – almeno nel Rione di San Pietro Martire – fu, per l’ appunto Fucillo di Sorrento.
Questi, una volta divenuto “capo di piazza”, si sposò ed ebbe figli; ma soprattutto rafforzò la sua banda che aveva quasi la potenza di un vero e proprio “braccio armato”.
Tra i suoi seguaci figurarono Tommaso de Acampora, Antonio Volpe, Pietro Antonio Lantaro, Antonio Libraro, Antonio Cafusso, Alfonso Correaro, Giovan Battista Della Pagliara, e, più di qualsiasi altro, Pietro Paolo e Tommaso Aniello da Sorrento (quest’ ultimo destinato a divenire, nel 1547, il Masaniello che, esattamente cento anni prima della celebre rivolta di un altro Masaniello, nel 1648, mise in subbuglio Napoli).
Ormai fortissimo, risoluto e potente, nel 1532, Fucillo di Sorrento era al culmine della sua potenza nella zona di Porta di Massa oltre che nelle aree adiacenti.
Fu quell’ anno, però, che si verificò un fatto nuovo. Proprio nel 1532, infatti, il Marchese di Villafranca, Pedro Alvarez di Toledo y Zuniga, prese il posto del Cardinale Pompeo Colonna quale nuovo Vicerè di Napoli.
A quell’ epoca la “camorra” era ben lungi dall’ essere quella che oggi conosciamo con tutte le sue devianze.
Era, come abbiamo già evidenziato, una sorta di movimento popolare, desideroso di avere giustizia e soprattutto di non subire le vessazioni di un sistema tributario asfissiante che continuava a ridurre la popolazione allo stremo delle forze ed in una condizione di quasi assoluta indigenza .
Più che gestire “il pizzo”, il business delle sostanze stupefacenti e l’ adoperare una violenza fine a sé stessa, come ai giorni nostri, era sicuramente una organizzazione illegale, ma, se ci si consente l’ espressione, era una “camorra romantica”.
I suoi affari erano assai meno deprecabili di quelli attuali, perché essenzialmente limitati alla gestione clandestina di traffici nel mondo della prostituzione e del gioco d’ azzardo (che, a quei tempi, non solo erano tollerati, ma perfino tassati dalle istituzioni) e, soprattutto, del contrabbando di merci sottoposte a dazi e gabelle.
Insofferente rispetto all’ avidità che accompagnava le dominazioni straniere, per la “camorra” di quei tempi c’ era poca differenza tra aragonesi spagnoli e angioini francesi.
Il tentativo di mettere le mani sulle esige risorse economiche della plebe e della classe mediana dei mercanti, quasi sempre, sfociavano in tentativi di più o meno aperta ribellione
Nel Trecento, così come nel Quattrocento e, per l’ appunto, nel Cinquecento, ogni nuova imposta rappresentava motivo di acceso malcontento popolare a capo del quale, quasi sempre, si ponevano a capo i più celebri e potenti “Compagnoni” (ovvero i progenitori dei camorristi).
In questo senso, dunque, la vicenda di Fucillo da Sorrento, quale capo di una delle prime e più celebri ribellioni del XVI secolo napoletano, deve essere collocata in un preciso quadro di riferimento storico che vide interessato il capoluogo partenopeo.
Umiliata per l’ essere divenuta capitale di un “Vice – Regno”, piuttosto che di un Regno, Napoli, infatti, mal digerì l’ arrivo degli tracotanti dominatori iberici.
In questo senso, la “camorra” e, meglio ancora, i “compagnoni” seppero bene interpretare i sentimenti del popolo, soprattutto ogni volta che fu tentato qualsiasi inasprimento fiscale.
Nel 1533, ad esempio, il sorrentino Fucillo si oppose fieramente non tanto alla realizzazione di quella che oggi conosciamo con il nome di Via Roma o, meglio, con il nome di ViaToledo, (i cui lavori presero il via solo nel 1536), ma alle ingenti tasse che si volevano imporre per realizzare una serie di interventi preliminari.
E’ bene chiarire, infatti che più che essere contrario alla novità, Fucillo era contrario alla imposizione delle ingenti gabelle che occorrevano per realizzare l’ opera.
Per questo scatenò l’ “inferno” – alla stregua di Massimo Decio Meridio, nel fil intitolato “Il gladiatore” – , proprio all’ inizio del 1533, quando il Marchese “de Toledo” stabilì che erano indispensabili nuovi balzelli per consentire i lavori per il rifacimento della mura e per la “pavimentazione con mattoni delle strade allora lastricate di selci” mediante l’ istituzione di una tassa straordinaria “da esigere per qualche anno, in ragione di un tornese per ogni rotolo di carne, pesce o formaggio, 2 carlini per botte di vino, e 5 grani per il tondo di grano”.
Rispetto a quella decisione, l’ eletto del popolo, Domenico Bazio, detto il Terracino, si dichiarò favorevole (anche a nome della Piazze di Montagna, Porto e Portanuova), ma procurò il malcontento del Sedili di Nido e di quello di Capuana (dove i nobili sorrentini erano numerosissimi) perché si dubitava che le nuove tasse avessero una valenza solamente temporanea.
Un dato è certo: durante una riunione tenutasi il 26 gennaio del 1533, presso la chiesa di Sant’ Agostino, gli interventi furono accesi ed animati.
In questo contesto Fucillo non perse l’ occasione per intervenire e soffiare sul fuoco della protesta, accompagnato ed acclamato dai suoi “compagnoni”, armati di tutto punto.
La veemenza delle sue argomentazioni, le sue capacità oratorie e la valenza del suo ruolo si rivelarono tali che in un baleno Fucillo di Sorrento, si ritrovò a capo di un tumulto che sortì l’ effetto di obbligare – non senza l’ suo della forza – Domenico Bazio a portarsi dal Vicerè per chiedere l’ abolizione del dazio e dell’ imposta.
In quella occasione Fucillo da Sorrento riuscì a disporrei di un tale spiegamento di forze che giunse a scortare lo stesso Domenico Bazio fino alla corte vicereale senza che nessuno osasse contrastarlo in campo aperto.
Lì, però, si rivelò la sua inesperienza e la sua ingenuità.
Sebbene audace, determinato e potente, infatti, Fucillo consentì a Domenico Bazio di entrare da solo nel castello e commise un errore fatale.
L’ eletto del popolo, infatti, entrato da solo nel castello, si pose sotto la protezione di Ferrante d’ Alarcon, castellano della fortezza, e gli fece credere di avere vinto la lotta.
Fu per questo che “l’assembramento attorno a Castelnuovo si sciolse, pur continuando le agitazioni in città. Invece il Toledo, informato degli avvenimenti, ordinò di arrestare Fucillo e tutti gli organizzatori della rivolta” (3).

La fortezza di Castelnuovo (Maschio Angioino) come si presenta oggi

Materialmente ad eseguire l’ ordine fu il Reggente della Vicaria, Ferdinando Urries. Questi organizzò la cattura mediante l’ utilizzo di uno stratagemma: Nella prima mattinata del 27 gennaio del 1533, egli attirò le attenzioni di Fucillo da Sorrento in direzione di Miroballi, una località posta poco al di fuori del rione di S. Pietro Martire, ove aveva sede il centro di potere di Fucillo.
Fu lì che lo stesso Fucillo fu ammanettato e, subito dopo, fu condotto dai gendarmi nella Vicaria vecchia, affinchè fosse interrogato nei modi che il tempo prevedeva ovvero mediante il ricorso alla tortura.
La notizia face immediatamente scintillare nuovi tumulti.
Tanto è vero che : “La folla, nuovamente riunitasi in S. Agostino, chiese invano l’ intervento dell’eletto, ma nella notte un servitore del Bazio diffuse la voce che il viceré aveva ordinato di impiccare il prigioniero. Tutti corsero alla Vicaria, per assaltare il palazzo e liberare Fucillo che nel frattempo era stato sottoposto a tortura dai giudici A. Barattucci e M. Sassi. Le guardie reagirono con archibugiate, ci furono morti e feriti d’ambo le parti. L’ Urries, visto il peggiorare della situazione, ordinò di accelerare i tempi: un frate diede i sacramenti a Fucillo, stremato dalle torture, dopodiché l’ aguzzino maggiore F. de Robles lo strangolò. Alle 2 di notte del 28, aperta una finestra del palazzo, il cadavere appeso con una corda venne gettato alla folla che invocava il suo capo. L’orrore suscitato da questa visione e l’uscita della guarnigione spagnola da Castelnuovo fecero cessare il tumulto” (4).
Il resto, purtroppo, rappresenta un quasi ulteriormente tragico epilogo di una storia già scritta, anche se non manchevole di novità e sviluppi.
A cavallo tra il 28 gennaio ed il 2 febbraio del 1533, molti dei “compagnoni” fedeli a Fucillo di Sorrento furono arrestati e, l’ 8 febbraio, finirono con l’ essere impiccati alla Vicaria che, all’ epoca, era considerata la principale piazza per le esecuzioni.
Tra questi figurano: A. Volpe e G. B.della Pagliara.
Altri – tra i quali il Correaro ed il Cafusso – furono condannati alla galera a vita.
Tanto sangue e tanti sacrifici, non furono privi di effetti positivi: “Il viceré, pago di aver vinto questo primo confronto con la città, volle, come gesto di clemenza, sospendere l’esazione della tassa, rinviandola a un momento più opportuno. Questo si presentò nel 1535, quando i timori suscitati dalle scorrerie della flotta ottomana di Khair ad-din, il Barbarossa, nel Tirreno indussero i Napoletani a pagare la gabella per il restauro delle mura” (5).
Nel frattempo altri “compagnoni” riuscirono, fortunatamente, a sfuggire alla cattura.
Tra questi ultimi figurano: Tommaso de Acampora, Pietro Antonio Lantaro, ed Antonio Libraro, ma, più di tutti, Tommaso Aniello di Sorrento che, nel 1547, esattamente un secolo prima della rivolta del più celebre Masaniello (risalente al 1647), divenne capo di una nuova ribellione contro il Vicerè e contro gli spagnoli.
Purtroppo quella che è passata alla storia come “La rivolta di Fucillo da Sorrento”, pur essendo stata riportata da diversi autori locali del Cinquecento e del Seicento, ancora oggi è poco conosciuta.
Eppure si tratta di un episodio assai rilevante perché come è stato giustamente rilevato: “fu comunque la prima sollevazione cittadina a carattere schiettamente popolare, nella quale non s’ inserirono, anche per la brevità del tumulto, rivendicazioni aristocratiche o borghesi”. (6)
Paragonarla a quella di William Wallace è sicuramente esagerato, sia perche quest’ ultimo, a differenza del nostro compagnone sorrentino, era un nobile scozzese e sia per la diversa portata dei due fenomeni.
Però lo confessiamo, anche se si tratta di un accostamento poco appropriato, la nostra fantasia ci ha procurato questa suggestione.
NOTE:
(1) Tra gli altri testi consultabili si veda “La camorra e le sue storie. La criminalità organizzata a Napoli dalle origini alle ultime “guerre” di Gigi di Fiore e Pubblicato da UTET nel 2006
(2) Dario Busolini; “Fucillo”, pubblicato, nel 1998, all’ interno del 50° volume del Dizionario Biografico della Treccani.
L’ intero testo è consultabile utilizzando il seguente link:
http://www.treccani.it/enciclopedia/fucillo_%28Dizionario-Biografico%29/
(3) Dario Busolini; “Fucillo”, pubblicato, nel 1998, all’ interno del 50° volume del Dizionario Biografico della Treccani.
L’ intero testo è consultabile utilizzando il seguente link:
http://www.treccani.it/enciclopedia/fucillo_%28Dizionario-Biografico%29/
(4) Dario Busolini; “Fucillo”, pubblicato, nel 1998, all’ interno del 50° volume del Dizionario Biografico della Treccani.
L’ intero testo è consultabile utilizzando il seguente link:
http://www.treccani.it/enciclopedia/fucillo_%28Dizionario-Biografico%29/
(5) Dario Busolini; “Fucillo”, pubblicato, nel 1998, all’ interno del 50° volume del Dizionario Biografico della Treccani.
L’ intero testo è consultabile utilizzando il seguente link:
http://www.treccani.it/enciclopedia/fucillo_%28Dizionario-Biografico%29/

Fabrizio Guastafierro
© Nessuna parte può essere riprodotta o trasmessa in qualsiasi forma o con qualsiasi mezzo elettronico, meccanico o altro, senza l’ autorizzazione scritta dell’ autore.