Gli autori dell’ abbaglio

A distanza di un secolo e mezzo circa dalla data dell’ improvviso declino della famiglia Bulcano (la cui cognomizzazione si era evoluta in Vulcano) – iniziato quando, nella seconda metà del Quattrocento, Ulisse Bulcano fu riconosciuto colpevole del delitto di lesa maestà – si registrarono ben due contemporanei abbagli per effetto dei quali si verificò il clamoroso fenomeno a cui abbiamo già più volte fatto riferimento: il vero cardinale Landulfo Bulcano perse il suo posto nella storia a vantaggio di un inesistente cardinale Landulfo Brancaccio.
Anzi avvenne qualcosa di più: mentre un vescovo di Aversa (il Brancaccio), che sarebbe stato piuttosto anonimo, se non fosse stato per il fatto che era appartenuto ad una delle più nobili famiglie del regno angioino, si vedeva elevato al soglio cardinalizio – quasi suo malgrado e, comunque, solo nei libri di storia – e, conseguentemente, innalzato a livelli di fama, di importanza e di prestigio che, in vita, non gli erano mai appartenuti in alcun modo, l’ identità del vero cardinale di Sant’ Angelo (il Bulcano) veniva orribilmente deturpata, perfino oltre ogni modo possibile ed immaginabile.
Prima di procedere oltre è bene chiarire che nessuna delle opere “diplomatiche” che riportano i documenti più importanti dell’ epoca e che, in particolare, hanno dato vita ai cosiddetti “Acta Aragonensia” (1) ed al “Regestum Clementis papae V” (2) contengono la trascrizione di atti originali che qualifichino il Cardinale Landulfo di Sant’ Angelo come un appartenente a qualsivoglia famiglia.
Nelle bolle, nelle lettere e nei provvedimenti di Papa Clemente V, infatti, così come negli atti che, riguardano la corrispondenza diplomatica di Giacomo II d’ Aragona, il nostro cardinale viene indicato esclusivamente con il suo nome di battesimo, la qualifica cardinalizia e la diaconia di Sant’ Angelo in Pescheria.
Mai, invece, è indicato alcun cognome: né Bulcano, né Brancaccio.
Di fronte a questa particolarità, dunque, deve essere sottolineato che gli stessi atti e documenti, ai quali si è appena fatto riferimento, possono essere indifferentemente utilizzati tanto per avvalorare la tesi mirante ad affermare il fatto che lo stesso cardinale fosse un Brancaccio, quanto quella destinata a sostenere che egli fosse un appartenente alla famiglia Vulcano (che, a quei tempi, era ancora conosciuta come famiglia dei Bulcano).
Ciò nonostante non può essere taciuto il fatto che nelle note, nelle glosse e nei commenti delle opere già citate, gli autori – in maniera apparentemente arbitraria – indicano il cardinale, su cui concentriamo le nostre attenzioni, come Landulfo Brancacccio.
In questo senso, però, appare particolarmente eloquente un dettaglio che – a prima vista – potrebbe apparire insignificante: nelle note del “Regestum Clementis papae V”, infatti, come fonte ritenuta attendibile per accreditare l’ appartenenza del cardinale Landulfo alla casata dei Brancaccio viene indicato Alfonso Ciacconio. (3)
Si tratta di un dettaglio che, in questa fase, potrebbe apparire relativamente marginale, ma che, invece, riveste grande importanza e che, di seguito, sarà oggetto di un opportuno e chiarificatore approfondimento.
Poste queste premesse, quindi, possiamo procedere nell’ individuare le ulteriori cause che – oltre alla “caduta in disgrazia della famiglia Vulcano” – hanno determinato tanta confusione ed hanno procurato l’ inopportuna sovrapposizione della figura del cardinale Landulfo Brancaccio a quella del cardinale Landulfo Bulcano.
In questo senso possiamo affermare che il fenomeno risale ad un periodo compreso tra la fine del Cinquecento e gli inizi del XVII secolo.
In questa epoca, infatti, ben due diversi autori (Scipione Mazzella ed il già più volte citato Alfonso Ciacconio, destinati a divenire punti di riferimento per la ricostruzione della storia ecclesiastica e di quella del regno napoletano) sfregiarono, quasi irrimediabilmente, la figura del cardinale di Sant’ Angelo del quale si parla.
Proviamo a spiegarci meglio.
Mentre Scipione Mazzella – autore della “Descrittione del Regno di Napoli”(4), nella seconda edizione di quest’ opera – gli cambiava il nome di battesimo (chiamandolo Cornelio, invece che Landulfo), Alfonso Ciacconio – autore di “Vita et res gestae Pontificum romanorum et S.R.E. Cardinalium” (5) – gli cambiava il cognome (e, quindi, non solo la famiglia di appartenenza, ma anche la sua stessa storia personale) indentificandolo come Brancaccio piuttosto che, come più volte precisato, come Bulcano.
Fatto è che, nei secoli successivi, se da un lato Landulfo Brancaccio, immeritatamente ed all’ improvviso, si è visto accreditare un ruolo ed una dignità che non gli sono mai appartenuti, dall’ altro Landulfo Bulcano è stato spodestato dalla sua funzione, fino ad essere passivamente costretto a girovagare nella storia e ad essere collocato in epoche comprese tra la fine del XIII secolo e la prima metà del Trecento.
Ma procediamo con ordine partendo dalle notizie fornite da Scipione Mazzella (6) nelle varie edizioni della sua opera intitolata “Descrittione del Regno di Napoli”.(7)
Questa pubblicazione, dopo essere stata al centro di violente critiche e di accese dispute anche “giudiziarie” (8), finì con il diventare una sorta di “pietra miliare” o, comunque, “punto di riferimento” non solo per fornire un quadro generale del territorio, ma anche per accreditare, tra l’ altro, la nobiltà di alcune famiglie.
L’ autore, infatti, nella prima edizione del suo lavoro (quella del 1586), nel soffermarsi sulla famiglia Vulcano che godeva degli onori del Sedile di Nido a Napoli, fornisce note assai scarne su questa casata e le attribuisce uno stemma diverso da quello destinato a comparire nella seconda edizione (quella del 1601).
In quest’ ultima, infatti, l’ autore per giustificare la rettifica araldica del blasone, anche riprendendo quanto aveva scritto in precedenza, precisò:

Lo stemma dei Bulcano proposto nella prima edizione dell' Opera di Scipione Mazzella

Lo stemma dei Bulcano proposto nella prima edizione dell’ Opera di Scipione Mazzella

Ma ritornando alla famiglia Vulcana, dico che per arme gli huomini di essa han soluto avere una rete di oro in campo azzurro, sopra del qual campo è una larga fascia con tre conchiglie rosse, e questa arma si trova nella Cappella di S. Domenico, e nella Cappella del Duomo e di Santa Maria della Gratia & vedevasi nell’ antichissima, e celebre torre di Arco, edificata dalla famiglia Vulcana. Altri han soluto fare quattro onde d’ argento duplicati in campo azzurro, e d’ intorno fan un giro di quadretti uguali d’ argento, e rossi e queste arme si veggono nella Chiesa di San Cominico vicino la Cappella del famoso Bernardino Rota, e questo ceppo al di d’ hoggi è estinto” (9).

Lo stemma dei Vulcano proposto nella seconda edizione dell' opera del Mazzella

Lo stemma dei Vulcano proposto nella seconda edizione dell’ opera del Mazzella

Tornando, invece, ai contenuti proposti dal Mazzella nella prima edizione del suo lavoro, ci sembra giusto evidenziare che essi si limitarono alla proposizione del seguente testo: “La famiglia Vulcana, la sua origine viene da Sorrento città illustre, di Terra di Lavoro. Diede chiarezza a questa famiglia Cornelio Vulcano, il quale essendo huomo prattico nell’ imprese militari e civili, fu dall’ Imperadore Federico IJ molto amato, e fatto condottiero de gli huomini d’ arme nell’ impresa di Terra Santa, contra gli infideli. Ritornato poi in Napoli per ricompensa del suo valore gli donò il Contado di Noia. Fu felice questo nobile capitano per la sua bella prole che lasciò, peroche di tredici figliuoli che egli hebbe, tutti sotto diversi Principi militarono, i quali seguitando le vestigie del padre, riuscirono nobilissimi guerrieri di quella età. Accrebbe ornamento alla casa Marino Vulcano che fu huomo ornato di generosissimi costumi, e di elevato ingegno: onde riuscito dottissimo in ragion canonica, e civile s’ aprì la strada al Cardinalato; perciocché essendo egli fatto referendario in modo si portò bene che fu creato Cardinale da Papa Urbano VJ l’ anno 1378 con tanto favore della Corte, che poco doppo fu mandato legato apostolico in Inghilterra. Se mantiene oggi questa famiglia honoratissimamente. L’ insegne che usano fare tutti di questa casa, sono quattro onde d’ argento duplicate in campo azzurro, e d’ intorno fanno un giro di quadretti uguali d’ argento e rossi” (10).
Si tratta – evidentemente – di un testo assai scarno che fu profondamente modificato e, per certi versi, stravolto in occasione della pubblicazione della seconda edizione della stessa opera.
In questa, infatti, a proposito della famiglia Vulcano, si legge: “Una delle antiche, & illustri famiglie non solo del Seggio di Nido ma della Città di Napoli, è la famiglia Vulcana, la quale in tutti li tempi è fiorita di personaggi illustri nelle arme, tra i quali celebre fu Cornelio Vulcano il quale a’ tempi dell’ Imperator Federico II essendo da quella molto amato, fu fatto condottiero degli uomini d’ arme nella impresa di terra Santa contro gl’ infedeli, il quale essendo poi ritornato in Napoli hebbe dall’ Imperatore in ricompensa del suo valore il contado di Noia; fu felice questo nobile Capitano per la sua bella prole che tredici figlioli che egli hebbe, tutti son divenuti principi militarono, i quali seguitando le vestigia del Padre riuscirono nobilissimi guerrieri di quella età. Fu molto caro all’ Imperator Federico, Giovanni Vulcano, il quale essendo versatissimo nelli maneggi di guerra, fu creato Provveditore delle fortezze, e castella dell’ Isola di Sicilia nell’ anno 1239. Adenulfo Vulcano, nello istesso anno si ritrova familiare, e falconiero del predetto Imperatore, e continuamente dalli registri del publico Archivio, appare che questa famiglia, e gli uomini di essa sono stati molto cari a i Re, poiché Giacomo Vulcano fu cavalier dalla bocca del Re Carlo primo: e Landulfo dall’ istesso Ré hebbe in rimunerazione de i suoi servigi, & valorose prodezze, con le quale servì continuamente sua maestà, la Baronia di Raiano nell’ anno 1278, fu parimente caro al re Roberto Tomaso Vulcano, dal quale hebbe in governo per molti anni la Città di Capua; ne è da lasciarsi indietro il segnalato favore, fatto dall’ istesso Re a Rainaldo Vulcano, il quale fu eletto per Capitano tra le baroni che andarono à difender la Calabria dalle invasioni che si aspettavano nell’ anno 1324. e maggiore confidenza certo fu quella che l’ istesso Rè mostrò a Giovanni Vulcano mandatolo in Genova nell’ anno 1313. à far la provisione dell’ arme per i bisogni del Regno. Ma più di tutti carissimo fu al Re Ladislao Raimondo Vulcano maggiordomo di sua maestà, al quale donò la terra di Cerreto in Apruzzo, e le robbe devoluti al Rè per la ribellione di Renzo Pagano da Lucera nel 1390 & ultimamente nel 1392. gli fe dono di cento onze l’ anno sua vita durante. Fu grande l’ ardire di questa famiglia ne’ tempi di Carlo Primo, per quel che si vede dalle antiche scritture, per il che partendosi molti uomini di essa dal Regno andarono in Franza, dove furono molto ben visti, e tra essi Cornelio Vulcano Cardinale, fondò il celebre tempio di Santo Desiderio in Avignone, con dote di duemila scudi l’ anno, e costituì in detta Chiesa iuspatronato per la sua famiglia con la confermatione di Papa Chiumento IIII. vedesi veramente la nobiltà di questo generoso cavaliero, & in particolare l’ affezione verso la sua natione, poiché volse che ogni huomo nobile del Regno che se infermasse in detta città di Avignone, fosse dalli Abbati di Santo Desiderio sub pena excommunicationis ricettato, governato, e poi guarito se gli fossero dati danari, e comodità per venirsene nel Regno. Fondò similmente il Cardinal Marino l’ Abadia di Santa Maria di Vulcamagna, la quale è Abadia à Croccia con ricchissime entrade, e doni, perilchè il Rè concesse amplissimi privilegi, Ademulio Vulcano, nipote del cardinale, il quale visse, e morì in Franza molto ben visto in quella corte; e furono per particolar instinto, gli huomini di questa casa inclinata alla fondatione de iuspatronati, poiché ne fondarono più di dieci à Sorrento à Castello à Mare, & à Massa, quando da Napoli si ritiravano a diporto in detti luoghi, e particolarmente in Sorrento edificarono molti monasterij, come si vede dalle arme postevi che infino a tempi nostri si veggono, donde hanno il iuspatronato dell’ Abadia di Santo Antonio, che vale più di quattrocento scudi l’ anno, e godono in detta Città molte prerogative che confermano l’ opinione che si tiene delle grandezze di questa famiglia, poiché nel giorno di Pasqua li monasterij presentano certe ove, e galline alli Vulcani à quelli però del Seggio di Nido, questo tutto appare da un catasto di lettere longobarde molto antico che si conserva in Amale, inoltre questa famiglia in Napoli hà molte voci nelli iuspatronati di S. Maria Rotonda S. Angelo à Nido S. Andrea a Mare, san Giovanni Maggiore, e possiede quattro Cappelle antichissime nella Chiesa Maggiore in San Domenico in San Lorenzo, & in S. Maria della Gratia con tomoli sontuosi di que’ tempi, delle quali cose argomenta la grandezza di questa mobilissima casa, la quale a’ tempi nostri si è ridotta in mediocre fortuna, & in picciolissimo numero di genti, de i quali è solamente casato, e dal qual solo si aspetts prole il Sig. Ferrante con la Sig. Isabella Bigotta di Benevento, la quale con le sue rare qualità, e con il suo essere non degenera punto dalla virtù de’ suoi maggiori, e dalla nobiltà del suo sangue, la cui origine ben che alcuni la derivino da i Pilotti già chiari nella repubblica di Fiorenza, nientedimeno perché questa famiglia si ritrova nella Città di Benevento, dove da quattrocento anni in qua, per quel che hò visto dagli antichi registri di S. Spirito di Benevento, è fiorita con molto accrescimento di molto splendore à quella patria, io mi assicuro che questa famiglia sia originaria della Città predetta, e quindi poi ne siano sparsi alcuni rami altrove, e particolarmente nella Calabria, & in terra d’ Otranto, dove per molti anni i Signori di questa casa hanno posseduto la Baronia di Leporano, e di Galatola, come ne fan fede li registri del regio Archivio, sotto Carlo II, e re Ladislao. Ma perché non è il mio intento il ragionar delle famiglie forestiere non dirò altro di questa ancorché non possa dirsi in tutto forestiera per haver gli huomini di essa da cento cinquanta anni in qua a’ tempi di Marino bigotta Presidente della regia Camera sotto re Ferrante I, quasi continuamente habitato in questa Città, dove hanno ottenuti molti carichi supremi. Ma ritornando alla famiglia Vulcana, dico che per arme gli huomini di essa han soluto avere una rete di oro in campo azzurro, sopra del qual campo è una larga fascia con tre conchiglie rosse, e questa arma si trova nella Cappella di S. Domenico, e nella Cappella del Duomo e di Santa Maria della Gratia & vedevasi nell’ antichissima, e celebre torre di Arco, edificata dalla famiglia Vulcana. Altri han soluto fare quattro onde d’ argento duplicati in campo azzurro, e d’ intorno fan un giro di quadretti uguali d’ argento, e rossi e queste arme si veggono nella Chiesa di San Cominico vicino la Cappella del famoso Bernardino Rota, e questo ceppo al di d’ hoggi è estinto” (11).
Al di là delle differenze facilmente riscontrabili a proposito dei testi caratterizzanti la prime e la seconda edizione dell’ opera del Mazzella – a cui dedicheremo le opportune attenzioni di seguito – si deve evidenziare subito un dettaglio:
Nella prima edizione del libro di questo studioso (1586), tra i cardinali che si indicano come designati da papa Celestino V non appare alcun Landulfo (anche in questo caso, né Bulcano, né Brancaccio). (12)
Nella seconda edizione (1601) la sequenza dei cardinali nati a Napoli (o evidentemente in provincia) si ferma a quella designati da Celestino III (nel 1193) e riprende con i porporati considerati come eletti “cardinali dopo il cappello rosso”, ovvero a partire da quelli nominati da Urbano VI nel 1378. Ciò determina un “buco temporale” di circa 200 anni che, peraltro, vedono interessata anche l’ epoca del nostro cardinale Landulfo)(13).
A prescindere da questo aspetto che, in ogni caso, non può essere considerato irrilevante, si deve constatare che dalla comparazione dei testi proposti dallo stesso autore – a distanza di quindici anni tra loro – balzano in evidenza un significativo numero di elementi degni di attenzione:
1) La già sottolineata diversità degli stemmi proposti come caratterizzanti della famiglia Bulcano.
2) L’ origine della famiglia Vulcano, che nella prima edizione viene indicata come originaria di Sorrento, mentre nella seconda edizione viene messa in luce come napoletana.
3) Gli approfondimenti relativi alla stessa famiglia, agli uomini che la resero illustre ed agli jus-patronati vantati da questa casata in varie chiese della città di Napoli ed in altre realtà del suo circondario (tra le quali soprattutto Sorrento).
4) La denominazione del cardinale di Sant’ Angelo (che Mazzella indica con il nome di Cornelio, invece che con quello di Landulfo).
A prescindere dalla rettifica di cui si è appena detto in precedenza a proposito dello stemma della famiglia Vulcano, insomma, anche la proposizione della storia della stessa casata (e l’ indicazione degli uomini che la resero prestigiosa), nella seconda edizione dell’ opera del Mazzella, subì profonde modifiche ed una sostanziale rivisitazione.
L’ autore, purtroppo, non cita fonti di alcun genere ed è impossibile stabilire con certezza da dove abbia potuto attingere le informazioni che lo hanno spinto a rivedere, in maniera così accentuata il suo primo testo ed a fare proprie informazioni che – come nel caso della indicazione del cardinale Landulfo (dal Mazzella chiamato “Cornelio”).
La dovizia dei particolari – ancorché, in qualche caso, viziata da più o meno marchiane imperfezioni – unitamente alle precisazioni in ordine alle origini della stessa famiglia (che nella prima edizione è detta sorrentina, mentre nella seconda diviene napoletana) lascia pensare che la fonte utilizzata dallo storico – considerato come uno dei “letterati al servizio di famiglie aristocratiche” – possa essere stato un anziano (anche se non meglio identificato) appartenente alla stirpe dei Vulcano (o il discendente di un “ramo cadetto” di questa casata) che conservava più o meno nitidi ricordi sulla storia della propria casata e che riteneva indispensabile accentuarne le sue radici partenopee piuttosto che sorrentine per ragioni di interesse.
Ciò perché non deve essere trascurato il fatto che vari rami di questa famiglia (a più riprese), intentarono cause per vedersi di essere reintegrati e vedersi riconoscere il diritto di poter godere del Sedile nobiliare di Nido a Napoli.
Proprio per questo, infatti, Francesco Vulcano (a partire dal 1563), Gio: Francesco Vulcano (a partire dal 1571) oltre che Cesare e Filippo Vulcano (a partire dal 1743) non solo si batterono per rivendicare l’ appartenenza a prestigiosi, antichi e nobili alberi genealogici, ma tentarono di sottolineare in ogni modo possibile il fatto che la propria casata era in grado di potersi dire originaria di Napoli.
Ciò perché il possesso di questa condizione era ritenuto propedeutico ed imprescindibile rispetto allo sviluppo di qualsiasi altro ragionamento.
Per ottenere l’ agognata reintegra al seggio nobiliare, infatti, bisognava – prima di ogni altra cosa – dimostrare di appartenere ad una famiglia di origini squisitamente partenopee da parte di quanti – a torto o a ragione – accampavano pretese (14).
Ritenendo di avere fornito sufficienti ragguagli circa il primo abbaglio (quello relativo alla confusione generata da Scipione Mazzella sul vero nome del cardinale Landulfo Bulcano di Sorrento) possiamo procedere ad esaminare la fonte del secondo e ben più grave abbaglio: quello relativo alla identificazione della figura del cardinale Landulfo di Sant’ Angelo in Pescheria con uno degli appartenenti alla casata dei Brancaccio.
In questo senso – soffermandoci sulle note, sulle glosse e sui commenti degli autori del Regestum Clementis Papae V – abbiamo già avuto modo di evidenziare le responsabilità di Alfonso Ciacconio.
In effetti le ricerche da noi effettuate non ci hanno consentito di risalire ad un autore che in epoche precedenti – rispetto a quella in cui visse lo stesso Ciacconio – avesse mai parlato dell’ esistenza della figura di un cardinale Landulfo Brancaccio il quale potesse vantare la diaconia di Sant’ Angelo in Pescheria tra il 1294 ed il 1312.
Ciò nonostante dobbiamo rilevare che nella sua opera postuma (perché pubblicata, per l’ appunto, pubblicata dopo la sua morte) intitolata: “Vita et res gestae Pontificum romanorum et S.R.E. Cardinalium” tra i cardinali nominati da Papa Celestino V inserisce, senza perplessità, proprio Landulfo Brancaccio.
Il testo – che abbiamo ricavato dalla edizione pubblicata a Roma del 1677 e tradottoci graziosamente dal dottor Donato Sarno in italiano (perché l’ originale è in latino) – era già stato “corretto” da altri studiosi che pure – come vedremo in seguito – avevano provato a porre rimedio ai “guasti” procurati dallo stesso Ciacconio in occasione della prima edizione della sua opera.
Esso recita testualmente: “Landulfo Brancaccio, nobile napoletano, assai gradito al Re Carlo, proclamato Cardinale Diacono di Sant’ Angelo da Celestino V, prese parte alle assemblee in cui vennero eletti i Romani Pontefici Bonifacio VIII e Clemente V. Su ordine di Bonifacio espletò l’ incarico di legato nel Regno di Sicilia: nei registri del Vaticano c’ è una lettera di Bonifacio a Landolfo, riportata da Oderico Rinaldi nei suoi annali, ed è

BONIFACIO VESCOVO etc.
Al diletto figlio Landolfo Cardinale Diacono di S. Angelo
E Legato della sede Apostolica nel Regno di Sicilia

Riportando Noi agli occhi della Nostra mente e accuratamente considerando la moltitudine di grazie, con cui l’ Altissimo Datore dei beni ha decorato la tua persona, giacchè in te risplende la grandezza delle scienze, brilla l’ altezza del consiglio, è celebre la diligenza del giudizio e riluce l’ eccellenza delle tue virtù; avendo speciale fiducia nella tua provvida prudenza e nella tua cauta saggezza, pur essendo tu gradito al Nostro cospetto, presentandoti accetto ed essendo stimato come persona ben disposta e perciò pur privandoci Noi malvolentieri della tua presenza, su consiglio dei Nostri fratelli Ti destiniamo come Angelo di pace nel predetto Regno per lo stato prospero e tranquillo degli stessi Re e Regno ed anche dei suoi abitanti, affidandoti pienamente l’ ufficio di legato nel medesimo Regno, in modo che tu sradichi, distrugga ed abbatta, edifichi e pianti e, sostenuto dalla Nostra autorità, faccia tutto ciò che ti sembrerà essere pertinente all’ onore e gloria del Sommo Re e per il buono, prospero, pacifico e quieto stato del Re, del regno e dei predetti abitanti etc.
Quando poi Carlo Martello, Re d’ Ungheria per diritto materno com’ egli ambiva, lasciato dal padre Carlo, che era ritornato in Francia, come Vicario del Regno di Sicilia, morì a Napoli proprio nel fiore degli anni, il Romano Pontefice Bonifacio pose a capo dell’ amministrazione del Regno il Cardinale Landolfo e Filippo Principe di Taranto, figlio di Re Carlo II. Ma poco poco, spinto dai consigli del Cardinale Legato e del Principe Filippo, essendo sorta la speranza che meglio si sarebbe provveduto alla cosa pubblica se l’ amministrazione del Regno fosse stata data alla Regina Maria, il medesimo Bonifacio adornò quella di tale incarico.

La pagina dedicata dal Ciacconio al Landulfo Brancaccio

La pagina dedicata dal Ciacconio al Landulfo Brancaccio

Durante questa legazione, essendo insorta grande controversia tra i Canonici di Malta dopo la morte del Vescovo Saba, poiché alcuni avevano nominato Vescovo Andrea monaco Cistercense ed Abate di S. Stefano di Bosco, assai gradito al Re, mentre altri Manfredo Cisone Canonico di Malta della Cattedrale, molto sospetto al Re, Landolfo avuto l’ assenso di Bonifacio VIII e la raccomandazione del Re, volle che fosse valida ed approvò l’ elezione di Andrea. Di ciò è testimone la lettera che Re Carlo scrisse al medesimo Cardinale, un esemplare del quale ognuno potrà leggere presso Ferdinando Ughelli, tomo I dell’ Italia Sacra, nella serie dei Vescovi di Malta (è ridicolo il dover constatare il fatto che un maldestro chiosatore del testo originale del Ciacconio faccia riferimento ad Ughelli, dimenticando, trascurando o ignorando il fatto che lo stesso autore, proprio nella stessa opera che si cita a sostegno delle esistenza di un cardinale Landulfo Brancaccio – che vantava la diaconia di Sant’ angelo in Pescheria tra il 1294 ed il 1312 – contesta dichiaratamente ed espressamente , come si vedrà in seguito, tale tesi N.D.R.).
Landolfo morì ad Avignone non nell’ anno 1308, come riferisce Ciaconio, ma il 29 ottobre nell’ anno di salvezza 1312 e fu sepolto nella chiesa principale di questa città nel tempietto sacro di Sant’ Angelo, come consta dall’ iscrizione sepolcrale espressa in lettere gotiche sull’ orlo della pietra da cui è coperto il tumulo di Landolfo, come attesta Giuseppe Maria Suarez Vescovo di Vaison

Qui giace Landolfo Brancaccio
Cardinale Diacono del titolo di Sant’ Angelo, napoletano,
che morì il 29 ottobre nell’ anno del Signore 1312
la cui anima riposi in pace

Ottavio Brancaccio pose a Napoli, nella chiesa di S. Angelo a Nido, in memoria di Landolfo e di altri Cardinali della medesima famiglia la seguente iscrizione

A Rinaldo Brancaccio Cardinale di Santa Romana Chiesa
Fondatore di questa Chiesa
A Ludovico, Tommaso, Marinello, Nicola, Landolfo
Brancaccio da Celestino V, Urbano VI,
Gregorio XII, Giovanni XXII
ascritti nel Collegio dei Padri Porporati,
a Paolo anche e a Marino Brancaccio,
Il primo Sommo Generale a Nocera della Milizia Napoletana di Re Ladislao,
il secondo conte di Nola e Sommo Generale della Milizia Napoletana di Re Ferdinando II
a Bussillo Brancaccio Re dell’ isola di Nissan nel mare Egeo
e a Filippo Brancaccio Conte della Campania
e Comandante dell’ Esercito della Santa Chiesa Romana
Ottavio Brancaccio figlio di Muzio e di Serra Brancaccio
pose questo nuovo monumento all’ antichissima memoria
nell’ anno del Signore 1605

Ricorda i Registri di Landolfo, Cardinale Diacono di Bonifacio VIII e Clemente V, custoditi nella biblioteca Vaticana; sottoscrisse una lettera del medesimo Clemente rivolta a Re Carlo II nel 1306”.
In realtà i documenti citati non contengono alcuna cognomizzazione del cardinale.
L’ unica indicazione precisa a proposito della esistenza di un cardinale Landulfo Brancaccio nell’ epoca di cui parliamo dovrebbe desumersi dalle notizie fornite dal Vescovo di Vaison, Giuseppe Maria Suarez che, al dire del Ciacconio – ma non esistono prove certe – avrebbe attestato l’ esistenza di una lapide, nella chiesa di Sant’ Angelo ad Avignone, sui cui sarebbe stato inscritto:

“Qui giace Landolfo Brancaccio
Cardinale Diacono del titolo di Sant’ Angelo, napoletano,
che morì il 29 ottobre nell’ anno del Signore 1312
la cui anima riposi in pace”(15)

Ritratto di Alfonso Ciacconio

Ritratto di Alfonso Ciacconio

Su questo specifico punto dobbiamo formulare tre semplici osservazioni:

1) La lapide di cui si parla – ammesso che sia mai esistita – non è più visibile. Né esiste prova (per quel che ci risulta) che effettivamente il citato Vescovo di Vaison sia stato artefice di un tal genere di attestazione. Ciò senza considerare il fatto che le iscrizioni lapidee del XIV secolo spesso erano scolpite utilizzando abbreviazioni che, peraltro, non sempre rispettavano forme “canoniche”, ma risentivano degli usi del posto. Nel nostro caso, ad esempio, potrebbe essere accaduto che il cognome del cardinale Landulfo di Sant’ Angelo possa essere stato scolpito nel seguente modo: “BCAUS” (o qualcosa di simile). Se così fosse – ma è una congettura non riscontrabile – si tratterebbe di una espressione equivoca perché capace di indicare tanto un Bulcanus, quanto un Brancaccius.
2) Se si dovesse fare affidamento sulle lapidi non più visibili e di dubbia attendibilità, non potremmo fare a meno di rilevare che Carlo De Lellis nel 1654 riportava la notizia dell’ esistenza di una lapide, nella Chiesa di San Domenico Maggiore di Napoli di una lapide sui cui era stato inciso il seguente testo:

Landulphus Diaconus Cardinalis Vulcanus
Neap. tit. Sancti Angerij, pari natalibus,
Animo,
Surrenti Nobilium Monalium Coenobia
Erexit, idque eius posteris, quæ singulis annis
[130] Soluunt tributa testantur, horum
In altero germana soror in tumulo,
Pario lapide magnificè constructo,
Iacet, iura patronatus, quæ à Pronepotibus
Ad hanc vsque diem habentur, suo ære
Fundauit, & ex humanis demum raptus
Obijt, maturus coelo, tumulatusq.
In Cassinate Ecclesia.
Franciscus, Vrbanus, & Carolus
Fratres
Benemerentissimo gentili suo
P.” (16)

Al riguardo è opportuno precisare che Scipione Volpicella – pur esprimendo riserve (non meglio giustificate) sulla effettiva esistenza del cardinale Landulfo Bulcano – riprendendo le notizie pubblicate dal De Lellis, colloca questa lapide nella Cappella di Sant’ Antonino Abbate della già citata Chiesa di San Domenico Maggiore di Napoli (17)
Malgrado le puntualizzazioni appena formulate si potrebbe dire che la biografia proposta dal Ciacconio e da quanti – come vedremo – ne hanno proseguito l’ opera, non dovrebbe lasciare spazio ad alcun genere di approfondimento.
Viceversa, oggi, possiamo affermare con assoluta certezza che mai abbaglio fu più clamoroso.
Preliminarmente è bene chiarire che proprio il Ciacconio non visse abbastanza per terminare il suo lavoro. Questo, infatti, fu completato da un suo nipote e pubblicata nel 1601 in due volumi.
Successivamente a causa dei numerosi errori riscontrati fin da subito, Girolamo Aleandro il giovane, Andrea Vittorelli e Francisco Cabrera Morales ebbero il compito di revisionare l’ opera.
A questi, successivamente, si unì anche Ferdinando Ughelli che, però, in questo caso, non ottenne il risultato legittimo e desiderato: quello di restituire al cardinale Landulfo di Sant’ Angelo in Pescheria – come si potrà rilevare in seguito – la sua vera identità.

Ritratto di Ferdinando Ughelli

Ritratto di Ferdinando Ughelli

Ciò perché l’ opera emendata – pubblicata nel 1630 fu continuata anche da altri studiosi soprattutto appartenenti agli ambienti ecclesiastici.
Questo fino a quando, nel 1677, non fu deciso di affidare ad Agostino Aldoini il compito di pubblicare una nuova edizione in quattro volumi.
Fatta questa necessaria nuova ed ulteriore puntualizzazione dobbiamo aggiungere qualcosa di ancora più rilevante.
Proprio quel Ferdinando Ughelli, al quale abbiamo fatto riferimento in precedenza, si rese conto del clamoroso abbaglio che aveva visto passivamente coinvolto il cardinale Landulfo di Sant’ Angelo.
Questi, infatti, pur non riuscendo ad evitare di incorrere, a sua volta, in una imprecisione, parlando della serie dei vescovi che si sono susseguiti a Cassano, ha avuto modo di soffermarsi sulla figura di un altro Landulfo Vulcano – che definisce “iuniore” – e, nella circostanza ha avuto anche modo di soffermarsi brevemente sulla figura del cardinale Landulfo Vulcano (che definisce “seniore”) evidenziando di avere colto il madornale errore del Ciacconio. (18)
Il testo italianizzato (l’ originale, anche in questo caso, è in latino) proposto dall’ Ughelli, infatti, è il seguente: “Landulfo Vulcano, Suddiacono napoletano, uomo di chiara nobiltà, dopo la morte di Giovanni fu eletto dal Capitolo di Cassano, e successivamente confermato da Giovanni XXII il 9 novembre del XIX anno del suo pontificato, che fu il 1334 così come risulta dal Registro Vaticano. Di questa famiglia, dopo di lui, sono stati promossi alla Sacra porpora, un altro Landulfo seniore, e Marino di questo cognome. Landulfo fu sublimato al fasto cardinalizio da Celestino V nell’ anno 1294 e fu Cardinale Diacono di S. Angelo, Legato della Sede Apostolica in Sicilia, per lungo tempo, all’ epoca di Bonifacio VIII e morì in Avignone nell’ anno 1328. Il Ciacconio erroneamente attribuisce questo cardinale alla famiglia Brancaccio, ma in Sorrento, nella Chiesa della Trinità si legge ancora la seguente epigrafe sepolcrale: “Qui riposa la Signora Giovanna Bulcano, badessa e sorella del Signor Landulfo, che fu fondatore del predetto monastero. Nei Registri di Carlo II (secondo quanto riportato da Carlo Borrelli in “Neapolitanae nobiitatis vindice”), nel 1304 al Venerabile Padre Signor Landulfo cardinale diacono di Sant’ Angelo e ad Ettore Vulcano fu affidato il compito di interpretare il testamento e le volontà, del loro fratello morto Bartolomeo. Lo stesso cardinale Landulfo Vulcano è ricordato in una antica cronaca delle cose di Sicilia….”(19)
In realtà la “cronaca delle cose di Sicilia” alla quale fa riferimento l’ Ughelli non è altro che l’ opera di Tommaso Fazello (insigne frate domenicano – che divenne uno dei maggiori oratori dell’ epoca –) intitolata “De Rebus Siculis Decades Duae”, pubblicata per la prima volta, dopo ventennali ricerche, nel 1558, ovvero: circa cinquant’ anni prima del lavoro del Ciacconio. In questa stessa opera – che prese spunto da ancor più antichi manoscritti – viene precisato che il legato apostolico in Sicilia, per dirimere le vertenze, nate alla fine del XIII secolo, tra gli angioini napoletani e gli aragonesi, in seguito ai cosiddetti Vespri Siciliani, fu il cardinale Landulfo Vulcano e non altri.
L’ errore nel quale è incappato l’ Ughelli è quello relativo alla indicazione della data del decesso del nostro porporato: 1328!
Quanto alla lapide sepolcrale a cui si riferisce l’ Ughelli (e sulla quale si ritornerà più diffusamente in seguito) è da rilevarsi che essa – in un primo tempo posta all’ interno della Chiesa della Trinità di Sorrento annessa all’ omonimo monastero – implicitamente ricorda la figura del nostro cardinale quale fondatore dell’ intero apparato ecclesiastico e, sebbene caratterizzata anch’ essa da un errore di datazione, rafforza la tesi dell’ esistenza in vita e la dignità ecclesiastica di Landulfo Vulcano nel periodo al quale siamo interessati.

La pagina chiarificatrice che Ferdinando Ughelli ha dedicato a Landulfo Bulcano

La pagina chiarificatrice che Ferdinando Ughelli ha dedicato a Landulfo Bulcano

A differenza di quanto abbiamo fatto per cercare di giustificare l’ abbaglio di Scipione Mazzella, a proposito del nome del cardinale di Sant’ Angelo (Cornelio e non Landulfo), in questo caso, troviamo difficoltà nel giustificare la mistificazione di cui – volontariamente o involontariamente – è rimasto vittima il Ciacconio.
A sua parziale discolpa possiamo solo osservare che la sua è stata la prima opera a stampa che abbia trattato in forma “enciclopedica” la storia della chiesa cattolica ed aggiungere che essa non potette essere scritta se non ricorrendo all’ ausilio di corrispondenti non sempre affidabili.
D’ altro canto lo stesso Ughelli – considerate le difficoltà che si incontravano negli spostamenti e considerati i tempi che, in quell’ epoca, sarebbero occorsi per giungere nelle località più opportune al fine di attingere personalmente le informazioni necessarie o per consultare i documenti disponibili nei singoli luoghi – per la stesura del suo lavoro dedicato ai vescovi, non potette fare a meno di avvalersi della collaborazione di collaboratori locali con i quali intrattenere una più o meno fitta corrispondenza.
Ciacconio, dunque, più che essere artefice della mistificazione riscontrata circa la vera identità del cardinale Landulfo di Sant’ Angelo in Pescheria, potrebbe essere stato vittima del poco attento lavoro di uno o più informatori incaricati di fornire notizie su questo personaggio.
In alternativa, ma anche in questo caso si tratta di una ipotesi, potrebbe essere accaduto che egli possa essere stato tratto in inganno dai racconti di un appartenente alla famiglia Brancaccio.

Il ritratto del falso cardinale Landulfo Bracaccio

Il ritratto del falso cardinale Landulfo Bracaccio

Non può essere sottovalutato, infatti, un altro incredibile particolare: quello relativo alle sembianze del cardinale Landulfo di Sant’ Angelo.
Su questo specifico aspetto dobbiamo rilevare che se da un lato, purtroppo, non si può disporre di alcun ritratto che proponga, in termini pittorici, la figura o la persona del cardinale Landulfo Bulcano, dall’altro dobbiamo evidenziare che a Napoli, nella quadreria del complesso monumentale di San Lorenzo Maggiore, esiste una tela (di autore ignoto e considerato di epoca seicentesca) su cui è raffigurato il cardinale Landulfo Brancaccio.
Lungo il cui lato destro di questo quadro – evidentemente frutto di fervida fantasia – si legge: “LANDVLPHVS BRANCACIVS S. R. E. DIAC. CARDINAL. TIT. S. ANG. IN SICILIA LEGATUS, A CAELESTINO V CREATVS ANNO DOM. MCCLXXXXIIII”.
I dettagli sul dipinto possono essere appresi utilizzando l’ indirizzo internet: http://www.bibliotecasanlorenzomaggiore.na.it/quadreria_archivio.php?lnk=landolfobrancaccio&dir=quadreria/
Malgrado questa singolare particolarità – che non altera in alcun modo il tenore delle nostre ricerche perché la realizzazione del quadro è di gran lunga “postuma” rispetto all’ epoca della reale esistenza del vero cardinale Landulfo di Sant’ Angelo e, quindi, oltre che frutto di una specifica commissione è da considerarsi opera di pura fantasia – resta fermo un interrogativo: perché le tesi del Ciacconio, a dispetto delle puntualizzazioni dell’ Ughelli, si sono trasformate in fonti mentre, invece, le correzioni dello stesso Ughelli non sono state tenute nella debita considerazione da parte di quanti hanno prestato attenzione alla figura del cardinal Landulfo a cui ci interessiamo?
In questo caso la risposta è estremamente elementare: perché l’ opera del Ciacconio è dedicata agli approfondimenti sui Pontefici ed i cardinali di Santa Romana Chiesa, mentre la pubblicazione dell’ Ughelli era riservata allo studio della figura dei vescovi che vissero in Italia e sulle sue isole.
E’ logico immaginare, dunque, che chiunque dovendo cercare notizie su un cardinale avrebbe prediletto la prima pubblicazione rispetto alla seconda.
Noi stessi – se non fossimo stati animati da tanta curiosità e da sete di verità – avremmo fatto lo stesso.
Ciò non toglie che, proprio nello sposare le tesi del Ciacconio (senza riscontrare almeno la trascrizione degli atti diplomatici, in alternativa alla consultazione di documenti originali) o quelle di quanti lo hanno considerato come “fonte autorevole ed affidabile”, si è contribuito ad alimentare uno stato di confusione e di equivoco che, con il passare dei secoli, ha profondamente alterato la realtà.
E dire che non è ancora tutto!!!
Fabrizio Guastafierro
La pubblicazione di questa pagina è stata preceduta da quella delle pagine intitolate:
Il cardinale di Sorrento che assolse i templari
Cominciamo a fare chiarezza
Apoteosi e declino dei Vulcano
e sarà seguita da altre ancora sulla Famiglia Vulcano

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Note:
(1) Heinrich FinkeActa aragonensia – edizione pubblicata a Berlino nel 1908
(2) Regestum Clementis Papae V – Pubblicato a Roma nel 1884
(3) Regestum Clementis Papae V – Pubblicato a Roma nel 1884 – (Annus Primus – Regestorum Vol. LII) Nota n° 1 a pagina 21
(4) La prima edizione dell’ opera è stata pubblicata a Napoli nel 1586 e fu più volte ristampata. La seconda edizione della stessa opera (riproposta in versione anastatica da Arnaldo Forni Editore nel 1997) fu pubblicata sempre a Napoli nel 1601.
(5) Alfonso Ciacconio – “Vita et res gestae Pontificum romanorum et S.R.E. Cardinalium” pubblicata più volte a Roma. L’ edizione da noi consultata è quella del 1677.
(6) Per informazioni più dettagliate su questo personaggio si veda quanto proposto da Pietro Ventura nel 72° volume del Dizionario Enciclopedico degli italiani edito a Roma nel 2008 dall’ Istituto dell’ Enciclopedia Italiana “Giovanni Treccani”.
(7) Si veda quanto già precisato nella precedente nota n°4.
(8) Pietro Ventura (nel 72° volume del Dizionario Enciclopedico degli italiani edito a Roma nel 2008 dall’ Istituto dell’ Enciclopedia Italiana “Giovanni Treccani”) al riguardo evidenzia che: Scipione Mazzella si trovò a “subire ripetuti attacchi da parte di Tommaso Costo, che nei Ragionamenti intorno alla Descrizzione del Regno di Napoli e all’Antichità di Pozzuolo di Scipione Mazzella… (Napoli, Stigliola, 1595) reputò l’opera del M. superficiale e frutto di plagi. Egli citò in giudizio Costo e il processo fu celebrato avanti il Sacro Regio Consiglio di Napoli (la cui documentazione è perduta); nel maggio 1596 Costo fu inoltre processato anche dalla Curia napoletana. La proibizione delle due opere di Costo Il Fuggilozio e le Vite di tutti i pontefici si unì a quella, sollecitata dal M., per il «Ragionamento […] quale libro è libello infamatorio» (Amabile, p. 23). Vincenzo Quattromani, vicario della sede apostolica di Napoli, dispose il sequestro di quei libri e il 12 maggio 1596 il provvedimento fu notificato ai librai della città. Nel 1604, tuttavia, Costo ottenne la revisione del processo”.
(9) L’ indicazione della “Chiesa di San Cominico”, invece di “Chiesa di San Domenico” (o, eventualmente, di San Dominico) deve intendersi frutto di un evidente refuso tipografico, essendo noto e dimostrabile, tra l’ altro, che la cappella del celebre Bernardino Rota si trova, per l’ appunto, nella chiesa napoletana che oggi è conosciuta con il nome Chiesa di San Domenico Maggiore.
(10) Scipione Mazzella – “Descrittione del Regno di Napoli” – edizione pubblicata a Napoli nel 1586. Pagina 598.
(11) Scipione Mazzella – “Descrittione del Regno di Napoli” si veda la edizione stampata a Napoli nel 1601 (e riproposta in versione anastatica da Arnaldo Forni Editore nel 1997) da pagina 742 a pagina 744. Per la indicazione della Chiesa di San Cominico si veda quanto già precisato nella precedente nota 9.
(12) Scipione Mazzella – “Descrittione del Regno di Napoli” edizione del 1586. Pagina 298.
(13) Scipione Mazzella – “Descrittione del Regno di Napoli” edizione del 1601 alle pagine 402 e 403.
(14) Su queste controversie si vedano:
Stefano Patrizi – “Per l’ illustre Piazza di Nido contro i magnifici fratelli D. Cesare e D. Filippo Vulcani della Città di Sorrento”, pubblicato a Napoli dopo il mese di settembre del 1752.
Giuseppe Aurelio – “Per D. Cesare, e D. Filippo Vulcano nella causa della reintegrazione agli onori del Sedile di Nido” – pubblicato a Napoli dopo il mese di ottobre del 1752 (ed oggi consultabile su internet ricorrendo utilizzando il seguente url:
https://books.google.it/books?id=90jVFo9R7XMC&pg=PR23&lpg=PR23&dq=cesare+filippo+vulcano&source=bl&ots=xGKU5PYWx7&sig=87hbrtLSDRRQQGVj50KaWm873-4&hl=it&sa=X&ei=pBODVZ_nM6L7ygPYs7ngBw&ved=0CCEQ6AEwAA#v=onepage&q=cesare%20filippo%20vulcano&f=false
Stefano Patrizi – “Per l’ illustre Piazza di Nido contro i magnifici fratelli D. Cesare e D. Filippo Vulcani della Città di Sorrento in risposta della di loro seconda voluminosissima scrittura” pubblicato a Napoli dopo il mese di dicembre del 1754.
15) Il testo latino originale è consultabile nella colonna 291 del secondo volume (della edizione del 1677) dell’ opera di Alfonso Ciacconio intitolata “Vita et res gestae Pontificum romanorum et S.R.E. Cardinalium”.
16) Carlo de Lellis – “Parte seconda, overo supplimento a “Napoli sacra” di don Cesare d’Engenio Caracciolo, del signor Carlo de Lellis, ove si aggiungono le fondationi di tutte le chiese, monasteri et altri luoghi sacri della città di Napoli e suoi borghi, eretti doppo l’ Engenio, con le loro inscrittioni et epitafii, reliquie e corpi di santi, et altre opere pie che vi si fanno, e con altre cose notabili” – Pubblicato a Napoli nel 1654.
17) Scipione Volpicella – “Principali edificii della Città di Napoli” pubblicato a Napoli nel 1847 nel secondo tomo di “Storia dei monumenti del Reame delle Due Sicilie”. Pagina 220 e nota 339 alle pagine 395 e 396
18) Ferdinando Ughelli – “Italia Sacra sive de episcopis Italiae et Insularum adjacentium”. L’ opera venne pubblicata a Roma dal 1642 al 1648 in nove tomi in folio e successivamente fu oggetto di una seconda edizione in dieci tomi pubblicati questa volta a Venezia tra il 1717 ed il 1722.
19) Il testo latino originale è consultabile nella colonna 347 dell’ ottavo tomo (della edizione del 1721) dell’ opera di Ferdinando Ughelli intitolata: “Italia Sacra sive de episcopis Italiae et Insularum adjacentium

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