Alcune particolarità del sacramentario sorrentino

Tenendo conto del panorama storico e delle vicende che videro interessati Papa Pasquale II ed il Cardinale Riccardo di Albano – così come faremo in seguito – è facile comprendere quanto clamorosa sia la scoperta della consacrazione della Cattedrale di Sorrento (e la sua identificazione nella Chiesa dei Santi Filippo e Giacomo) risalente al 1113.
E’ giusto, quindi, riconoscere a Johannes Ramacker non solo il merito della scoperta, ma anche quello di essere riuscito a superare i limiti, le difficoltà e gli ostacoli derivanti da una indiscutibile desertificazione delle fonti diplomatiche e dal conseguente insorgere dello stato lacunoso o confusionale riscontrabile dai testi che, in una qualche maniera, hanno trattato aspetti relativi al Duomo sorrentino.
E non solo.
Lo stesso autore, infatti, nell’ esaminare l’ annotazione contenuta alla fine del manoscritto “Ricc. 299” (oggi custodito presso la Biblioteca Riccardiana di Firenze) ha dovuto dimostrare convincentemente quanto infondate fossero le tesi sostenute da coloro che, in passato, – pur con autorevolezza – hanno individuato una diversa provenienza territoriale del preziosissimo Sacramentario del quale si forniranno più approfondite notizie in seguito.
Prima di procedere oltre, però, è quanto mai opportuno proporre il testo rivelatore della ormai più volte citata annotazione dalla quale è scaturita la scoperta di Ramacker.
Alla fine del manoscritto che fu probabilmente redatto da una unica mano nella seconda metà dell’ XI secolo è riportata una annotazione compilata con diversa grafia – anche perché risalente almeno ai primi anni del secolo successivo – che recita testualmente:
Anno domini millesino centesimo XIIImo, indictione sexta, consecrata est hec ecclesia anno XVmo presulatus Pascalis secundi pape a domno Riccardo Albanensi episcopo XVmo kal. april., feria I, ad honorem domini nostri Iesu Christie t beate Marie semper virginis et sancte Crucis omniumque angelorum atque ad honorem beatissimorum apostolorum Philippi et Iacobi omniunque apostolo rum mar(tirium), confessorum, virginum et omnium sactorum. In qua posite sunt ex reliquiis sanctorum Stephani confessoris, Felicis pape, Felicis mar(tiris), Cyriaci, Savini, carbonibus sancti Laurentii mar(tiris), Stephani mar(tiris), Helene, Emerentiane, Martine, Quirille, Quiriace. Precepitque etiam supranominatus episcopus, ut, quicumque ad istam ecclesiam apostolorum Philippi et Iacobi venerit in die kalendarum maii, pro maxima pietate duodecim dierum suorum peccatorum habeat indulgentiam. Amen”.
Prima ancora di approfondire qualsiasi tipo di ragionamento, Ramacker ha ritenuto di verificare se l’ annotazione di cui si parla, fosse da considerare attendibile per forma, stile e contenuti.
In questo senso, quindi, lo studioso ha sottolineato che essa, formalmente, nell’ uniformarsi ai canoni diplomatici del tempo, corrisponde in ogni aspetto alla proposizione del genere di notizia relativa alla consacrazione di una chiesa altomedievale.
In questo senso viene sottolineato che un particolare rilievo assumono tanto il dettaglio della datazione, quanto l’ indicazione di numerosi patrocini, quella dell’accumulazione delle reliquie sepolte nella chiesa nel corso delle celebrazioni della sua consacrazione, come pure delle indulgenze concesse ai visitatori in occasione della festa del patronato (ovvero di quella dei Santi Filippo e Giacomo, prevista per il primo maggio).
Entrando nel dettaglio, lo stesso storico evidenzia che tutti gli elementi temporali caratterizzanti della annotazione “allegata” al Sacramentario “Ricc.299” (ovvero l’ anno del Signore 1113, la sesta indizione, l’ indicazione del primo giorno della settimana), nello “sposarsi” tra loro si integrano alla perfezione e rispondono esattamente ad una data liturgicamente rilevante ed effettivamente riscontrabile sui calendari anche dal punto di vista della perfetta rispondenza al giorno della settimana per l’ anno considerato.
Non è da trascurarsi, infatti, la circostanza che il primo giorno della settimana al quale si riferisce l’ annotazione è da considerarsi una domenica.
Ciò perché il 16 marzo 1113 fu effettivamente una domenica.
Anzi, per meglio dire, fu la quarta Domenica di Quaresima: la cosiddetta “domenica laetare”.
Anche in questo caso, la puntualizzazione è piena di significato. Al riguardo, infatti, Ramaker rileva che, durante il Medioevo, la domenica “laetare” si tramutava in una inconsueta opportunità per esprimere gioia anche mediante l’ utilizzo del colore rosa dei paramenti e di accompagnamenti musicali.
Si trattava di una deroga concessa rispetto alle rigide norme liturgiche vigenti durante il cosiddetto “tempo chiuso” quaresimale, in occasione del quale, viceversa, era previsto un severo periodo di penitenza accompagnato da non meno severi digiuni.

Di questa deroga si “approfittava” per consentire anche particolari cerimoniali di consacrazione che, stante il loro carattere di eccezionalità, non potevano essere rimandati più a lungo.
E per rendere ancora più pregnante il concetto lo studioso utilizzando come termine di paragone il caso del 9 marzo 1152, ovvero la domenica laetare dell’ anno 1152, ricorda che, in quella circostanza – nella cappella reale di Carlo il Grande di Aquisgrana a Francoforte sul Meno – nel corso di una celebrazione solenne furono contemporaneamente consacrati Federico I Barbarossa (eletto imperatore appena cinque giorni prima, il 4 marzo) e il vescovo eletto Federico von Münster.
Quanto alla “portata” della indulgenza concessa, l’ autore invita ad una attenta valutazione, la concessione di soli 12 giorni prevista per quanti visitavano la Cattedrale in occasione della loro festività (prevista per il 1° maggio) non deve essere considerato esiguo perché pienamente in linea con il quadro delle prime indulgenze concesse in epoca medievale.
Durante la “primavera delle indulgenze”, esse erano commisurate alle penitenze, poi si stabilirono periodi ben determinati di circa 7, 10, 20 o 40 giorni e, infine 1, 2, 3 o ancora più anni.
Nel caso del Duomo di Sorrento, comunque, sembra che la determinazione dell’ indulgenza di 12 giorni concorresse a ricordare il corrispondente numero dei 12 apostoli.
Rispetto ad un quadro già evidentemente coerente, Ramacker individua un’ unica, e non ossessivamente rilevante, “nota stonata”: quella riscontrabile a proposito dell’ indicazione del quindicesimo (e non quattordicesimo) anno di pontificato di Papa Pasquale II (1099-1118).
In realtà quella appena richiamata può essere considerata una “sbavatura” di scarso significato che non altera il più che convincente “quadro probatorio” preso in esame dallo studioso.
Assai più problematici, invece, sono gli effetti derivanti da una evidente lacuna relativa alla provenienza territoriale del manoscritto che, per l’ appunto, è riscontrabile dall’ annotazione contenuta nel Sacramentario “Ricc. 299”. In nessuna parte del testo, infatti, viene specificato che si tratta della Chiesa dei Santi Filippo e Giacomo di Sorrento e non di un’ altra località.
Per questo, prima di procedere oltre, nel suo riuscito tentativo di accreditare la tesi della presenza a Sorrento dell’ antico manoscritto, in occasione della consacrazione della locale Cattedrale, Ramacker ritiene di dover chiarire l’ insostenibilità delle ipotesi relative ad una diversa localizzazione geografica della Chiesa dei Santi Filippo e Giacomo da prendere in considerazione e, dunque, una diversa provenienza territoriale dell’ antico libro liturgico.
Tra le varie eventualità considerate in precedenza, infatti, figuravano: la chiesa annessa all’ omonimo monastero ubicato nella diocesi di Siena ed appartenente all’ ordine vallombosano, quella annessa ad un altro monastero dedicato agli stessi santi in Alsazia (ed in particolare a St. Walbur nella Foresta Santa) e la Chiesa dei Dodici Apostoli a Roma.
Più convincenti ancora delle ragioni per le quali le localizzazioni indicate in passato non sembrano godere di alcun genere di attendibilità, è lo studio che Ramacker ha condotto circa i luoghi dove furono presenti, proprio nel periodo considerato, tanto Papa Pasquale II, quanto il Cardinale Riccardo di Albano.
Proprio studiando i loro documentabili spostamenti in Italia (tra il 1111 ed il 1113) lo studioso ha ritenuto più che plausibile collegare il manoscritto “Ricc. 299” alla consacrazione della Cattedrale Sorrentina piuttosto che a quella di qualsiasi altro edificio sacro. (1)

Fabrizio Guastafierro

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Note:
Per tutte le informazioni appena riportate si veda il testo (con annessi rinvii bibliografici): “Die Weihe des Domes von Sorrent am 16 – Marz 1113 durch Kardinalbischof Richard von Albano” in “Speculum Historiale” (Geschichte im Spiegel von geschichtsschreibung und geschichtsdeutung ovvero: La storia nello specchio della scrittura storica e significato storico) – Verlag Karl Alber Freiburg – Munchen 1965

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