27) Lo stemma di Sorrento vicino al Santo Sepolcro

L’ Arma di Sorrento, nella sua versione originaria, si è davvero conservata, per secoli, nei pressi della tomba di Gesù Cristo?
L’ interrogativo è di quelli che non possono provocare qualche brivido a quanti sono disposti a considerare una eventualità del genere o a far almeno “arricciare il naso” degli scettici.
Una risposta affermativa, sebbene molto articolata e meritevole di essere definita “ardita”, non è impossibile.
Sul punto ci siamo già soffermati nel capitolo intitolato “Premessa alla seconda parte” dichiarando che non intendiamo nascondere le debolezze dell’ ipotesi formulata ed evidenziando che non mancano “esasperazioni” e qualche forzatura.
Come pure abbiamo sottolineato l’aleatorietà di alcuni collegamenti effettuati tra episodi che, viceversa, non possono rigorosamente ritenersi tra loro concatenati.
In ogni caso, ironia della sorte, se dovessero essere trovati tutti gli elementi utili ed indispensabili – che il caso richiede – la Terra delle Sirene dovrebbe essere riconoscente ad un cavaliere che, con ogni probabilità, Sorrento non l’ha mai nemmeno vista.

LA SCOPERTA DI CHARLES CLERMONT GANNEAU
Nel pubblicare “Archeologicale researches in Palesatine during the years 1873- 1874”, Charles Clermont Ganneau ha dato notizia della scoperta di una lastra sepolcrale, ricoprente la tomba di un crociato, a pochi passi dall’ ingresso del Santo Sepolcro.
Grazie al console generale francese dell’ epoca, M. Edmond de Barrère che rese possibili alcuni scavi, l’ archeologo ebbe modo di proporre anche un disegno del reperto ed alcune notizie a proposito del cavaliere che, sotto di esso, era stato sepolto nel 1236: Pilippus Aubigni.
Alla notizia, fino a qualche tempo fa, è stata riconosciuta una importanza marginale, ma più recentemente, anche grazie all’ avvento dei collegamenti via internet, si è registrata una crescita d’ interesse sull’ argomento.
Tra le singolari ed interessanti pagine del sito consultabile all’ indirizzo www.gebus.com, infatti, si legge: “Nel 1808 un grosso incendio distrusse gran parte della Basilica del Santo Sepolcro. I Greci-ortodossi, che a detta dei Francescani avevano causato l’ incendio di proposito, ricevettero dai Turchi il permesso di ricostruire la chiesa.
Durante i lavori di ricostruzione scomparirono alcune tombe crociate, delle quali abbiamo numerose descrizioni da parte di viaggiatori che le videro prima dell’ incendio. Tra le tombe vi erano anche quelle di Goffredo di Buglione, il conquistatore di Gerusalemme e del fratello Baldovino I, primo Re crociato di Gerusalemme.
I Francescani accusano fino ad oggi i Greci di avere distrutto le tombe crociate,e ciò è molto probabile, visto che ci sono alcuni conti aperti tra le due comunità cristiane, come il saccheggio crociato di Costantinopoli nel 1204, durante il quale una prostituta fu messa a sedere sul seggio del Patriarca Greco.
Una sola tomba crociata si salvò dalla distruzione, e ciò avvenne, involontariamente, grazie ai guardiani musulmani della chiesa.
Fino al 1867, infatti, i turchi avevano una panchina appena fuori della chiesa sulla quale sedevano a fumare il narghilè.
La panchina era proprio sopra una tomba crociata, ed è così che fu risparmiata.

Chi è il fortunato crociato?
Oggi la sua tomba è coperta da alcune assi di legno, ma abbiamo una riproduzione di alcuni anni fa, quando era ancora visibile.
Venne in Terra Santa per la prima volta nel 1222, e ritornò poi nel 1229 accompagnando Federico II a Gerusalemme.
Morì nel 1236 dopo 14 anni in Terra Santa, e chiese di poter essere sepolto vicino al sepolcro di Gesù
”.
Altre fonti sostengono che la tomba dovrebbe trovarsi di fronte alla porta murata del Santo Sepolcro.
Perché la cosa ha attirato tanto la nostra attenzione?

LO STEMMA A QUATTRO LOSANGHE E QUELLI DELLA FAMIGLIA D’AUBIGNY
Il fatto che sulla tomba del nobile cavaliere ci sia uno stemma che riporta quattro fusi è già, di per sé stesso un elemento significativo. Soprattutto se risultasse fondata l’ ipotesi che il primo stemma di Sorrento fu caratterizzato, per l’ appunto, da quattro e non cinque fusi (come abbiamo accennato nel capitolo precedente).
E non solo.
Soffermandoci sugli stemmi simili a quelli di Sorrento ne abbiamo individuati alcuni perfettamente identici (o, comunque, caratterizzati da diversità più o meno vistose) anche rispetto alla sua foggia attuale.
Essi appartengono tutti ad un’unica famiglia: quella dei d’Aubigny!!! La cui cognomizzazione ha subito (con il trascorrere del tempo ed a secondo della località in cui vissero i vari discendenti del medesimo albero genealogico) svariate deformazioni: d’Aubigne, Daubeney, Albini, Albineto, etc.
Una coincidenza questa che per la sua unicità ci ha spinto a superare il nostro stesso scetticismo.

TRA I PARENTI DEL CAVALIERE FIGURANO CONTI, GUERRIERI, CROCIATI, TEMPLARI E PERFINO UNA REGINA
Tornando al nobile crociato morto in Terra Santa è possibile affermare che esso con molta probabilità nacque a Jersey nel 1171 e fu il quinto dei sette figli venuti alla luce dall’ unione tra Sibilla de Valognes e Ralph d’ Aubigny.
Questi fu tra i crociati che seguirono Riccardo Cuor di Leone nella gloriosa impresa culminata con la conquista di Acri. E fu lì che morì nel 1192.
Quella dei d’Aubigny, in ogni caso, figura tra le più antiche, nobili e prolifiche famiglie d’ Inghilterra.
Il nonno di Philip, William “Pincerna” d’ Aubigny (nato ad Aubigny sur Nere, in Normandia), fu tra i normanni che accompagnarono Guglielmo “il Conquistatore” nella campagna che lo portò a conquistare il trono d’ Inghilterra e fu il “Maggiordomo” del Re nel giorno della sua incoronazione.
Per la sua devozione al sovrano e per il suo valore fu ricompensato con moltissime concessioni reali nella contea di Norfolk ed in altre contee; acquisì e consolidò la signoria di Belvoir sposando due sorelle: prima Maud (da cui ebbe quattro figli) e poi Cecily Bigod (dalla quale ebbe altri cinque figli e tra questi Ralph). Cristiano devoto, finanziò l’ edificazione dell’ Abbazia di Wymondham, nel Norfolk, a cui donò il feudo di Hapesburg assieme a numerosissimi oggetti preziosi e ad alcune reliquie. Tra queste figurerebbero anche una scheggia della Croce del Cristo ed una della greppia che lo accolse alla nascita.
Lo stesso William “Pincerna” donò ai monaci di Rochester i vasti possedimenti di Elham e, all’ Abbazia di St.Etienne a Caen, in Normandia, tutte le terre che possedeva a Stavel.
Un fratellastro del padre, anch’esso di nome William, ma conosciuto con il soprannome di “Manoforte” (“strong hand”) sposò Adeliza de Louvaine – rimasta vedova del Re Enrico I – che gli portò in dote oltre che grandissimo prestigio e la parentela indiretta con la famiglia reale, anche la Contea di Arundel.
E sempre tra gli antenati ed i parenti del “nostro” Philip figurano ancora: i signori di Lincoln, Ingleby e Chichester; William “The Brito” (autentico terrore di qualunque avversario) e Roger de Mowbray (si noti bene figlio di Nigel d’Aubigny) che viene ricordato, tra l’ altro, per le cospicue donazioni che resero possibile l’ erezione del complesso dei Cavalieri Templari di Balsall.
Tutto questo omettendo aspetti considerabili ai confini tra il mondo delle leggende e quello delle favole.

PHILIP D’AUBIGNY: UN PERSONAGGIO DAVVERO ECCEZIONALE
Philip
, comunque, non fece sfigurare i suoi avi e primeggiò come cavaliere, come “giurista” e come teologo.
Non potendo godere dei diritti del “maggiorascato”, conquistò per meriti, il comando dell’ esercito inglese impegnato nella guerra per riprendere il controllo delle Isole della Manica, riuscendo – al termine di una lunga guerra – ad avere la meglio sulla potentissima flotta del cosiddetto Eustace “The Monk” (che riuscì a far catturare ed a far decapitare) e dei suoi fratelli.
Ristabilito l’ordine su Alderney, Shark, Guersey e Jersey, fu insignito del titolo di “Guardiano delle isole” – una carica assimilabile quasi a quella di Viceré – anche in considerazione della particolarità dei territori.

Gli abitanti isolani, infatti, si consideravano sudditi del sovrano, ma non facenti parte della nazione anglosassone. Al punto che schernivano gli inglesi considerando: “Il nostro Duca è il vostro Re”.
In questo contesto, dunque, è facile immaginare quanto delicata sia stata la funzione svolta da Philip d’Aubigny che da una parte doveva garantire alla corona, la fedeltà di una popolazione indomita e, dall’ altra, esigere il pagamento delle tasse imposte dallo stesso Re.
Malgrado le difficoltà oggettive il “Guardiano delle Isole” riuscì ad assolvere, nel migliore dei modi, al suo incarico.
Anche per questo diventò uno degli uomini di fiducia di Giovanni “Senza terre” che, grazie a lui, si ritrovò ad essere un po’ meno… senza terre.
Il suo prestigio e la sua confidenza con il sovrano furono tali che lo stesso Re, conoscendone anche la cultura lo nominò precettore del suo primogenito (poi destinato a passare alla storia con il nome di Enrico III.
E non solo.
Sempre il fratello di Riccardo “Cuor di leone”, infatti, lo volle vicino nei suoi momenti più critici e lo inserì tra i suoi collaboratori di fiducia per la redazione della “Magna Charta”.
Lo storico documento, sottoscritto nel 1215, giunse al termine di un lungo contrasto iniziato tra Guglielmo I il “Conquistatore” ed i baroni che intendevano sottrarsi al dispotico governo della dinastia dei Plantageneti. Con esso Giovanni “Senza terre” riconobbe i diritti dei feudatari, della Chiesa, delle città e degli uomini liberi inglesi.
Eppure proprio da questo nacquero forti dissapori con il papato. Innocenzo III, infatti, dopo aver dato un primo assenso di massima, “scomunicò” la Charta, minacciando di fare altrettanto con il Re. Ciò per riaffermare i diritti temporali della Chiesa che considerava l’ Inghilterra come un proprio feudo.
Memore di una scomunica già subita nel 1207 – per aver osato impedire la nomina di Stephen Langton (indicato dal Papa) alla carica di Arcivescovo di Canterbury – il sovrano si affrettò a ritrattare e, dopo aver ottenuto dal Sommo Pontefice lo scioglimento dal giuramento prestato nel sottoscrivere la Magna Charta, ritornò in guerra con i Baroni.
Per il d’ Aubigny, probabilmente schierato su primordiali posizioni ghibelline, fu un duro colpo che determinò l’ inizio di un sostanziale raffreddamento nei rapporti con la casa reale.
Figurando tra i “padri” ed i sottoscrittori garanti della Magna Charta, il nobiluomo accolse l’inversione di tendenza quasi come un affronto personale, con l’effetto di accentuarne l’avversione agli ambienti pontifici.
La situazione precipitò pochi mesi dopo quando, alla morte di Re Giovanni (avvenuta il 18 ottobre 1216) gli successe Enrico III.
Avendo appena nove anni, il nuovo Re fu sottratto alle possibili influenze del d’Aubigny e imbrigliato nei lacci di un consiglio di reggenza dichiaratamente ostile al “Guardiano delle isole”.
Questi si ritirò in buon ordine dedicandosi esclusivamente all’incarico che aveva meritato e conquistato “a suon” di imprese militari ed iniziò a maturare il desiderio di abbandonare l’Inghilterra per seguire le orme paterne in Terra Santa.

IL PRIMO SFORTUNATO VIAGGIO IN TERRA SANTA
Così, dopo aver garantito a suo figlio (anch’ esso di nome Philp in ossequio ad una antica tradizione inglese secondo la quale al primogenito doveva essere imposto lo stesso nome del padre) l’ acquisizione del titolo di “Guardiano delle isole”, d’Aubigny partì per il continente alla fine del 1220.
Incamminatosi lungo la via Francigena, Philip proseguì lungo l’ Appia con l’ intenzione di partecipare alla difesa di Damietta. Tuttavia si ritrovò in Italia “catapultato” in un contesto straordinario: Federico II, astro nascente dei Ghibellini, appena nominato Imperatore, aveva deciso di radunare a Capua i più importanti ed autorevoli giuristi del tempo. Che sia stato l’inglese ad essere attratto da un contesto del genere o che, viceversa, la sua fama abbia fatto sì che lo si convocasse all’ assise dell’ antico principato, conta poco.
Sta di fatto che il nobile si ritrovò nel “gruppo di lavoro” destinato a tracciare le linee fondamentali per la riforma dell’ organizzazione del Regno delle due Sicilie e per chiarire l’atteggiamento che l’imperatore intendeva mantenere tanto nei rapporti con la Chiesa, quanto in quelli con i feudatari. In quella circostanza fu partorito quell’ordinamento, in venti capitoli, che alcuni costituzionalisti arrivano a considerare come l’ ossatura del primo stato moderno europeo.
La “distrazione”, però, vanificò in parte il viaggio intrapreso.
Anche per effetto della sosta nella città che ha dato i natali a Pier delle Vigne, d’Aubigny finì con l’arrivare in Palestina solo nel 1222.
Troppo tardi per difendere Damietta.
Come egli stesso ricordò in una lettera inviata al Conte di Chester e di Lincoln, la città era caduta nella mani di El Melek El Mohamed nel settembre del 1221.
Le novità intervenute lo costrinsero, dunque, a ripiegare su Acri (dove peraltro sperò di visitare la tomba paterna), ma si trattò solo di una tappa.
Secondo Clermond Ganneau, egli attese con impazienza l’inizio della Crociata che poi fu effettivamente promossa da Federico II solo dopo qualche anno. Nel frattempo avrebbe contribuito, con altri inglesi, alla fortificazione di Sidone.
E’ certo che il Cavaliere non ritornò mai più nella sua patria.

UNA IPOTESI SUGGESTIVA
Ma è proprio dall’arrivo di Philip d’Aubigny in Terra Santa che non si hanno più notizie certe su di lui.
Tuttavia è molto probabile che abbia fatto ritorno in Italia almeno in occasione delle nozze che Federico II contrasse il 9 novembre 1225 con l’inglese Iolanda di Brienne che portò in dote allo “Stupor Mundi” il titolo di Re di Gerusalemme.
Come è probabile che lo stesso d’Aubigny possa aver fatto ritorno a Capua dove, dopo qualche altro mese, potrebbe aver ricevuto in dono – ma l’ uso del condizionale è obbligatorio – l’ armatura di quel Matteo di Sorrento di cui si è parlato nei capitoli precedenti.
Infine sarebbe giunto il giorno della partenza per la agognata Crociata che, però, si sarebbe rivelata ben diversa da quella inizialmente immaginata da Philip e probabilmente dal resto del mondo cristiano.
Federico II, infatti, grazie ad un accordo stipulato con il sultano d’ Egitto al Kamil (che ebbe come intermediario l’ emiro Fakhr-ad-Din), ottenne per un decennio il recupero del controllo quasi totale di Gerusalemme, oltre che di Betlemme, di Nazaret e di una fascia costiera.

PUNTI DI FORZA E PUNTI DI DEBOLEZZA
A proposito delle ipotesi appena considerate, non crediamo sia il caso di soffermarsi sui punti di debolezza soprattutto in ragione del fatto che, siamo convinti, saranno trovati in quantità superiori ad ogni aspettativa dai più critici.
Tuttavia noi stessi siamo consapevoli del fatto che per dare consistenza al quadro delineato occorrono molte, forse troppe prove che allo stato, invece, non esistono.
Come “teorizzatori” della sequenza di eventi prospettata, invece, sentiamo il dovere di spiegare le ragioni che ci inducono a credere che non si tratta solo di una bella favola.
In questo senso rileviamo che Philip d’Aubigny, non potendo godere dei diritti garantiti ai primogeniti delle famiglie nobili, non avrebbe mai potuto fregiarsi con lo stemma di famiglia. Ed aggiungiamo che la prolifica famiglia inglese – con origini normanne – ne vanta moltissimi spesso completamente diversi tra loro.
Tra questi uno (identico a quello accreditato alla famiglia reale del tempo) caratterizzato da un leone rampante in campo rosso. Un altro, attribuito alla linea dei Conti di Arundel, che – senza vantare, in questo caso, competenze di tipo blasonico -potrebbe definirsi di rosso al bordo e scaglionato con alternanza di rosso e d’oro. Un altro ancora, attribuito agli Albini si presenta con tre anelli d’oro su campo rosso. In effetti una elencazione completa è quasi impossibile soprattutto se si dovessero prendere in considerazione anche le insegne “brisate”.
Quello di Philip, insomma, è il più antico tra gli stemmi dei d’Aubigny che riportano quattro o cinque fusi (con o senza ulteriori elementi) in campo rosso, ma non esistono prove che fosse effettivamente questa la sua arma prima della partenza per la Terra pellegrinaggio del nobile inglese. E questo è sicuramente un punto di fondamentale importanza per valutare l’opportunità di procedere ad ulteriori accertamenti. Se il nobiluomo fosse partito dall’Inghilterra già con lo stemma su cui abbiamo concentrato le nostre attenzioni, non ci sarebbe ragione di procedere oltre. Lo stemma del D’Aubigny sarebbe da considerare simile a quello di Sorrento, ma non avrebbe alcun collegamento con la Terra delle Sirene.
In caso contrario, invece, potrebbe aggiungersi che pur forte di un cospicuo patrimonio che gli avrebbe consentito di affrontare le spese di un viaggio lungo, il Crociato non aveva certo previsto di rimanere lontano dalla propria patria per sedici anni (1220 – 1236) giungendo al punto di non farvi mai più ritorno. Un arco di tempo questo che avrebbe fatto deteriorare la sua pur robustissima corazza specie perché sollecitata oltre misura per effetto della mancanza di mezzi di trasporto confortevoli. Inutile dire che un nuovo corredo militare avrebbe comportato oneri finanziari assai significativi. La qual cosa potrebbe avere indotto il cavaliere ad accettare l’ “eredità” di Matteo di Sorrento. Per quanto non riscontrabile con documenti il succedersi degli eventi che potrebbero avere visto interessato Philip d’Aubigny è, comunque, verosimile. Così come abbiamo ammesso la debolezza della mancanza di prove, ci sia consentito osservare che la mancanza di prove contrarie, se non è un punto di forza, è però un elemento che induce almeno a far riflettere ed a far discutere. E questo è esattamente quello che fin dalle prime righe di questo libro abbiamo auspicato.
Il fatto l’ ”argomento del contendere” possa essere la presenza dello stemma di Sorrento vicino al Santo Sepolcro non ci sembra cosa di poco conto.

© Testo integralmente tratto da “Lo stemma della Città di Sorrento, origine e significato, certezze ed ipotesi, note araldiche e cavalleresche” di Fabrizio Guastafierro, pubblicato a Sorrento nel 2005 da Edizioni Gutenberg ’72 Sorrento

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