17) Le divisioni tra guelfi e ghibellini di Sorrento

Avendo affrontato alcuni rilevanti aspetti che riguardano il Sedil Dominova, prima di giungere alle conclusioni in merito alle certezze che si possono ritenere acquisite in merito all’origine ed al significato dello stemma di Sorrento, riteniamo indispensabile una “divagazione” sull’unico seggio nobiliare che ancora oggi si conserva nella Città del Tasso e sulle attenzioni che l’Imperatore Federico II riservò alla terra delle sirene.
Questo perché, proprio grazie alle ricerche che ci hanno portato ad indagare anche sul patriziato sorrentino, sono emersi numerosi ed importanti elementi che offrono tanto la possibilità di chiarire la causa della nascita dello stesso Sedil Dominova (e l’ epoca in cui esso ebbe origine), quanto l’opportunità di individuare una nuova chiave di lettura circa l’importanza politica dell’aristocrazia locale e dall’intero Paese durante il XIII secolo.
Peraltro, quella che, a prima vista, può apparire come una “deviazione” dalla traccia che caratterizza la nostra opera, si rivelerà assai utile, invece, per meglio comprendere la portata degli approfondimenti di carattere nobiliare e cavalleresco contenuti in alcuni capitoli successivi.
Ciò premesso, va detto che la presenza di ben due sedili riservati alla nobiltà del capoluogo della Terra delle Sirene – ed il fatto che essi siano rimasti in vita, pur con il trascorrere dei secoli e con l’avvicendarsi delle dominazioni – testimonia non solo il prestigio ovunque goduto dal patriziato locale, ma anche la sua indiscussa vivacità.
La rilevanza del dato numerico (a prescindere da ben più significative valutazioni sui meriti, sulle qualità e sulla considerazione vantata dal patriziato sorrentino, tanto agli occhi dei sovrani che si sono avvicendati sul trono del Regno delle due Sicilie, quanto al mondo nobiliare contemporaneo) assume maggiore consistenza considerando che una maggiore quantità di seggi analoghi può essere vantata solo da poche altre realtà del Mezzogiorno. L’esclusivo privilegio riconosciuto a Sorrento, inoltre, assume, un aspetto ancora più singolare se si considera l’esiguità della popolazione residente.
Malgrado la valenza dei due insediamenti, però, non risulta che ad essi siano state riservate adeguate ed opportune attenzioni storiche. Se si eccettua la tesi di laurea elaborata dalla professoressa Patrizia Aversa (sul tema: “I sedili di Sorrento nel XVII e XVIII secolo”) si scopre, infatti, che sull’argomento è stato scritto assai poco e, spesso, a sproposito.
La qual cosa può trovare una molto parziale giustificazione nella povertà documentale da più parti legittimamente lamentata. Riservandoci la possibilità di colmare ulteriormente – in futuro – una simile lacuna, alla luce di alcune considerazioni articolate in precedenza e di altre che saranno sviluppate in seguito, in questa sede, è giusto soffermarsi sull’ancora esistente Sedil Dominova.
La sua origine e le ragioni della sua nascita sono quanto mai irragionevolmente controverse.
Volerne stabilire la nascita in funzione di considerazioni che prendono in esame aspetti estetici o architettonici del corpo di fabbrica oggi visibile è sicuramente fuorviante.
Ciò perché non si considera che il monumento è stato, nel tempo, oggetto di opere di perfezionamento successive (come quelle che hanno vista interessata la cupola) o di restauro (come quelle che hanno riguardato i dipinti) e, dunque, si scarta aprioristicamente ed in modo ingiustificato la possibilità che esso ci appaia oggi molto diverso dal suo aspetto e perfino dalle sue proporzioni originarie.

ALCUNE RAGIONI PER RITENERE INFONDATE LE IPOTESI TRECENTESCHE
Le ipotesi che prendono in considerazione la nascita del centro nobiliare sorrentino nel XIV secolo sono assai inconsistenti anche perché non confortate da fatti di significativa rilevanza storica che possano consacrarne l’attendibilità.
Il voler suffragare queste possibilità richiamandosi agli scontri cruenti che insanguinarono le strade cittadine nel 1319 è un grave errore.
E ciò non solo perché non si conoscono le vere ragioni della “disfida”.
Al riguardo basti considerare, tra l’altro che, in seguito ai violenti scontri, il duca di Calabria Carlo – in qualità di vicario di Re Roberto d’Angiò – ritenne di cacciare dalla città numerosi nobili. Una misura questa che assai male si sarebbe conciliata con l’assenso alla nascita di un nuovo sedile.
E non solo.
Se fosse stata la faida tra i patrizi locali a determinare la scissione dell’aristocrazia, lo stesso duca Carlo, con l’evidente scopo di placare gli animi, avrebbe fatto attenzione a tenere gli appartenenti alle opposte fazioni ben lontani tra loro.
L’idea di limitarsi al solo scegliere un teatro diverso per ambientare i duelli sorrentini, se non stupida, sarebbe risultata assai poco lungimirante.
Ed, invece, in nome del re, Carlo inviò: A Bari: Maso Romano e Pietro Ammone (del Sedile di Porta), oltre che Tommaso Spasiano, Filippo e Pietro Vulcano, Petruccio e Riccardo Sersale (del Sedil Dominova), assieme ad altri.
A Sulmona (anticamente infeudata agli Ammone del sedile di Porta): Nicola e Riccardo Acciapaccia (Porta), con Nicola Mastrogiudice, Corrado e Nicola Capece, Francesco Vulcano, Filippo Eusebio (del Sedil Dominova) ed altri ancora.
Che senso avrebbe avuto il continuare a mantenere un metaforico “fiammifero” vicino alla “benzina”?

PERCHE’ E’ RAGIONEVOLE LA TESI DEL XIII SECOLO
Scartata l’ipotesi trecentesca, nel parlare del Sedil Dominova, non resta che approfondire quella relativa al secolo precedente, precisando che non è solo un ragionamento portato avanti per esclusioni che la rende verosimile.
Molti, infatti, sono gli elementi che contribuiscono a rendere certa la tesi in questione. A partire dalle indicazioni ricavate dalle risultanze della visita di cui fu artefice Monsignor Carlo Baldino tra il 1592 ed il 1593.
Questi, in qualità di arcivescovo, ebbe modo di rilevare che fin dal 1221 si fa menzione della Chiesa di San Salvatore a Dominova, così denominata perché – come ricorda Padre Bonaventura da Sorrento in “Sorrento sacra ed illustre” – edificata appunto presso il sedile di tal nome.
Attestata da uomini di chiesa – solitamente zelanti e documentati – l’affermazione dovrebbe bastare di per se stessa a stroncare qualsiasi polemica.
Così, però, non è mai stato visto che, ciclicamente, si riaccende una disputa sterile, pretestuosa e priva di senso. L’analisi del contesto storico locale, “nazionale” ed europeo, lo sviluppo di elementari ragionamenti logici e la rilevazione di fatti inoppugnabili, invece, nel fugare ogni dubbio, mostra l’esistenza, proprio a Sorrento, di una fortissima rivalità (purtroppo finora mai ben definita, né evidenziata nella giusta misura) tra una fazione guelfa ed una ghibellina.
Ed è proprio questa rivalità che provocò una spaccatura profonda tra i nobili sorrentini e fece maturare la decisione, anzi l’esigenza, di dar vita al Sedil Dominova.
Basta rileggere la storia a partire dai primi anni del XIII secolo e dare un senso almeno a quanto è già noto oltre che provato.

LO SCENARIO EUROPEO ALL’INIZIO DEL XIII SECOLO
All’inizio del 1200 l’Italia Meridionale, il regno di Germania e l’intero Sacro Romano Impero d’Occidente erano alle prese con lo scontro – alimentato con estrema volubilità da Papa Innocenzo III – tra Federico II di Svevia e Ottone di Brunswich (il primo sostenuto, tra gli altri dal Re d’ Inghilterra, Giovanni senza Terre, ed il secondo dal Re di Francia, Filippo Augusto).
Figlio di quell’Enrico VI che, in virtù del matrimonio contratto con Costanza d’Altavilla, aveva riunito nelle sue mani il controllo sui territori imperiali e su quelli del più grande regno italiano del tempo, Federico non avrebbe dovuto conoscere problemi di sorta nella successione al padre.
Tanto più che, rimasta vedova, poco prima di morire anch’essa, Costanza aveva provveduto ad affidare al Papa tanto la reggenza quanto la protezione del figlio ancora minorenne.
Viceversa Innocenzo III rispolverando ambiziose pretese pontificie sul Mezzogiorno e sulla Sicilia, ritenne di approfittare delle rivolte anti-federiciane che scuotevano la Germania fin dall’ultimo scorcio del 1100 e che vedevano tra i più accreditati protagonisti proprio Ottone di Brunswich.
Dopo aver tenuto un atteggiamento di iniziale prudenza, il Papa, una volta che Ottone ebbe rinunziato a molti dei suoi diritti imperiali in Italia, lo riconobbe prima re della Germania e poi lo incoronò imperatore a Roma.
Le decisioni pontificie, quasi subito, si rivelarono poco avvedute e le scelte operate poco lungimiranti.
Presto, il nuovo imperatore, nel dimostrare chiaramente di non  volersi disinteressare all’Italia, promosse e guidò una spedizione militare giunta con successo ad un passo dallo sbarco in Sicilia e all’annientamento definitivo di Federico II che, ormai sicuro della disfatta, si preparava all’esilio in Africa.
Nel mese di ottobre del 1211, però, si registrò un improvviso quanto imprevisto capovolgimento di fronte.
Dimostrandosi abilissimo in quell’ arte delle congiure, dei complotti e degli intrighi che ha contribuito a rendere grande lo Stato Pontificio e, comunque vincenti, le strategie Papaline, Innocenzo III – grazie ad una intensa ed efficace attività politico-religiosa – convinse i principi tedeschi a voltare le spalle all’Imperatore in carica.
La manovra riuscì pienamente. L’alta aristocrazia teutonica oltre a deporre Ottone, offrì a Federico II… la corona imperiale!
Il giovane sovrano si trasformò così da inseguito in inseguitore e, a Pasqua del 1212, otteneva l’incoronazione proprio da quel Papa che pure gli aveva quasi procurato il tracollo.
Il 27 luglio 1214 si registrò l’epilogo della rocambolesca contesa con la battaglia di Bouvines (vicino Lille) dove le truppe rimaste fedeli ad Ottone di Brunswich, assieme a quelle del re inglese, Giovanni senza Terre, furono sbaragliate dall’esercito del re di Francia, Filippo Augusto, alleato del sovrano svevo.

UNA NUOVA CHIAVE DI LETTURA PER LE OSCURE VICENDE DELL’ARCIVESCOVO ALFERIO
Erano tempi difficili, come difficili erano le scelte per quanti cercavano di adeguarsi ad uno scenario politico in continua evoluzione.
I repentini capovolgimenti che si registravano nei rapporti di forza tra gli schieramenti in campo, accompagnati dall’aleatorietà di alleanze e di benedizioni pontificie (sempre pronte a rivelarsi effimere) procurarono non pochi disagi a quanti si trovarono nella condizione di dover subire gli eventi.
Tra questi ci furono anche i sorrentini che, inizialmente, si erano schierati con Ottone di Brunswich.
Proprio gli uomini della Terra delle Sirene seppero fare di necessità virtù trovando nell’arcivescovo del tempo, Alferio (probabilmente appartenente alla famiglia Comite) un utile capro espiatorio.
Come ricorda Bartolommeo Capasso in “Memorie della Chiesa sorrentina”, l’alto prelato, nel 1213 “fu accusato presso il Papa da Matteo Canonico sorrentino di simonia per aver promesso l’arcidiaconato a Giovanni Ciroleone, onde ottenere il voto nell’ elezione all Arcivescovado, e di aver, con la sua influenza, distolta la città di Sorrento dalla fedeltà di Federico II facendola giurare omaggio all’imperatore Ottone IV”.
Un primo indizio della pretestuosità dell’accusa può essere colto dalla tardività della denunzia del caso di simonia.

Un fatto che assumeva una particolare gravità specie perché il Concilio Laterano II (1139), Laterano III (1139) e Laterano IV (1179), avevano riservato particolari attenzioni proprio ai fenomeni simoniaci.
Probabilmente eletto arcivescovo nel 1197, Alferio – prima di finire “sotto inchiesta” – nel 1208 ottenne dal Papa il privilegio dell’obbedienza da prestarglisi due volte ogni anno da parte dei vescovi suffraganei, degli abati, degli ecclesiastici e delle “università laicali” di tutta la sua provincia.
Il che testimonia tanto il prestigio fino ad allora vantato presso le alte sfere pontificie quanto la fiducia goduta presso i vertici della Santa Sede.
Sicuramente è poco per ricavarne l’ innocenza dell’ “inquisito”, ma sta di fatto che le accuse del canonico Matteo, per dirla ironicamente, (almeno per gli aspetti simoniaci) dovettero essere oggetto di lunghe ed approfondite riflessioni, visto che furono formalizzate ben 16 anni dopo la consumazione del “delitto”.
Molti altri, in ogni caso, sono gli ulteriori elementi che alimentano giustificate perplessità.
In primo luogo perché – fatto salvo il caso in cui Alferio sia stato impegnato in una lotta “all’ultima preferenza” contro un temibile ed agguerrito antagonista – non avrebbe avuto senso “comprare” il solo voto di Giovanni Ciroleone per assicurarsi l’elezione. E, dunque, il caso di simonia o non avrebbe avuto ragion d’essere o, viceversa, avrebbe dovuto vedere coinvolto un ben più nutrito numero di ecclesiastici locali.
Il caso, invece, risulta circoscritto ad una sola persona “corrotta” e non si hanno notizie di altri presunti concorrenti al soglio arcivescovile.
Come pure è opportuno sottolineare che il denunziante non riuscì ad avvalersi della benché minima testimonianza, né potè circostanziare il suo stesso quadro accusatorio.
Di contro la difesa fu strenua ed improntata ad atteggiamenti tutt’altro che passivi o remissivi visto che, proprio al canonico Matteo, furono contestati motivi di risentimento personale. Il caso, comunque, risultò e risulta, ancora oggi, assai singolare.
Come singolare apparve a tutti il richiamo all’influenza che si pretendeva esercitata da Alferio nel distogliere un’intera città dalla fedeltà alla causa sveva perché il fatto avrebbe testimoniato un’accondiscendenza del patriziato assai lontana dalla effettiva realtà.
Più probabile, invece, è che proprio la città ed i suoi nobili, finirono con l’utilizzare il “j’accuse” lanciato nei confronti del loro arcivescovo per salvare l’onore ed i buoni rapporti con quello che già appariva come il vincitore dello scontro tra la Casa di Brunswich e quella degli Altavilla.
Non crediamo sia un caso, infatti, che l’esito della clamorosa inchiesta, affidata all’arcivescovo di Napoli, sia rimasto ignoto.
Il fatto che, proprio in quegli anni, le massime autorità pontificie avessero adottato un provvedimento di generale clemenza nei confronti di quanti avevano parteggiato per Ottone IV, infatti, non poteva cancellare le accuse di simonia e, quindi, Alferio non poteva considerarsi “amnistiato” in toto.
Visto il silenzio, si deve immaginare che la Chiesa abbia adottato la saggia decisione di far dimenticare la cosa con l’ aiuto del trascorrere del tempo.

DALLO SCANDALO ECCLESIASTICO NASCONO I PRESUPPOSTI PER LE NUOVE FORTUNE DEI GHIBELLINI
Lo “scandalo” che vide interessato l’arcivescovo di Sorrento, in ogni caso, paradossalmente creò i presupposti per rilanciare la crescita politica, sociale e civile della Città.
Una significativa parte della nobiltà locale, infatti, aveva tentato – riuscendoci – di lucrare “l’indulgenza plenaria” del nuovo Imperatore, abiurando la causa di Ottone di Brunswich e abbandonando il Pastore locale (colpevole di averlo “sponsorizzato”) alla sua sorte.
Questo determinò un progressivo e costante accrescersi del prestigio vantato da una parte significativa dell’aristocrazia cittadina. Quella, naturalmente, che si rivelò di parte ghibellina e che trovò nel Sedil Dominova il suo quartier generale.
Quasi esclusivamente ad esso, infatti, appartennero le famiglie che hanno ricevuto incarichi, titoli e feudi in periodo svevo e che, a loro volta, si rivelarono fedelissime sostenitrici della dinastia.
Il che, peraltro, potrebbe fornire lo spunto per una “nuova” interpretazione del termine “Dominova”. Più che intendersi come nuova dimora (come sostengono alcuni), infatti, il seggio fu punto di riferimento dei nobili che riconobbero in Federico II il “nuovo Dominus” e ne sposarono la causa su tutti i fronti.
Compreso quello che vide impegnato lo stesso imperatore in accese dispute con il Papato in merito alle competenze a ciascuno spettanti nella gestione del potere religioso e di quello temporale.
Fu uno scontro durissimo e che, complessivamente, procurò all’imperatore ben tre scomuniche. Rispetto a questo l’aristocrazia locale seppe giocare un ruolo da protagonista eccellendo per virtù diplomatiche e per l’essere in grado di mantenersi saldamente schierata a fianco dell’erede di Enrico VI senza, per questo, alienarsi la stima e il rispetto pontificio. Nè fu sminuito il suo prestigio in ambito ecclesiastico. Anzi proprio gli anatemi lanciati contro Federico secondo offrirono ripetute occasioni per mettere in mostra la valenza di una delle più belle intelligenze che la Terra delle Sirene potesse vantare in quel tempo.

I PALADINI DELLO STUPOR MUNDI
Fu in Angelo Teodoro, appartenente alla omonima famiglia sorrentina, che l’imperatore ripose la sua fiducia per ottenere la revoca degli interdetti e delle censure di Gregorio IX e Innocenzo IV.
Una impresa a dir poco ardua, visti gli interessi in gioco, nella quale, però, il saggio, prudente e capace diplomatico riuscì pienamente.
Consigliere di una delle più autorevoli e volitive personalità del medioevo, il Teodoro riuscì ad ottenere il perdono per il suo indomito signore e la sua riammissione nella comunità cristiana.
La qual cosa gli procurò la baronia di Teramo. Non fu, però, né l’unico appartenente alla famiglia sorrentina, né l’unico dei Teodoro che ebbe la possibilità di vedere esaltati i propri meriti alla corte sveva.
Prima di lui, ad esempio, Donadeo Teodoro fu inviato, assieme ad Enrico Sersale, quale ambasciatore della Città del Tasso presso Federico II.
In realtà, dopo la rocambolesca fase iniziale culminata con l’inchiesta sull’arcivescovo Alferio, il rapporto di reciproca fiducia tra la casa imperiale ed i nobili del Sedil Dominova si andò consolidando con il passare degli anni e determinò l’inizio di una nuova fase di grande splendore per l’intera penisola.
Lo “Stupor Mundi”, ormai certo di aver trovato strenui sostenitori in zona, non si limitò ad elargire feudi, ma conferì, ad un sempre maggior numero di Sorrentini, incarichi delicati, prestigiosissimi e di grande responsabilità ottenendone in cambio servizi che soddisfecero sempre – e nel migliore dei modi – le aspettative.
Messi alla prova, seppero positivamente distinguersi in ogni campo manifestandosi versatilissimi ed in condizione di primeggiare, non solo – come già evidenziato – in ambito diplomatico, ma anche sul fronte militare, su quello religioso e perfino nel garantire la sicurezza del Regno.
Tra i più meritevoli figurano, ad esempio, Carlo D’Alessandro (maestro giustiziario in Calabria nel 1226) e numerosi appartenenti alle famiglie Sersale, Capece e Vulcano. Alla prima appartennero Pietro (Arcivescovo di Sorrento nel 1217), Enrico (Capitano di cavalli nel 1253), Tommaso (Custode di vascelli ai tempi di re Manfredi) e Matteo (Consigliere, Familiare e Prefetto feudatario dello stesso re Manfredi che, però, gli si rivelò assai poco fedele visto che subito trovò adeguata collocazione nella corte di quel re Carlo che diede inizio alla dominazione angioina). Della seconda, invece, fecero parte: Giacomo (Siniscalco di Federico II e Capitano di Galere), Bernardo (Giustiziere prima e viceré poi della Terra di Bari al Tempo di Manfredi), Enrico e Corrado (entrambe vicerè in Sicilia anch’essi secondi solo a Re Manfredi).
Dai Vulcano, infine, discesero: Adenolfo (Familiare e Falconiere di Federico II), Giovanni (Provveditore dei Castelli e delle fortezze in Sicilia nel 1239). L’elencazione che vede interessate le famiglie iscritte al Sedil Dominova come destinatarie dei favori e delle attribuzioni imperiali in quel periodo sarebbe ancora lunga anche se si tratterebbe di dettagliare incarichi di seconda grandezza rispetto a quelli considerati in precedenza.
Di contro (se si eccettuano pochi, tardivi e non molto significativi incarichi concessi agli esponenti della famiglie Miro e Romano) le famiglie del Sedile di Porta non poterono vantare grandi onori.
Il dato sembra sufficientemente eloquente. Come è eloquente il fatto che gli appartenenti a quest’ultimo seggio conobbero fortuna solo con l’avvento dell’angioino Carlo primo detto “Il cattolico” anche in omaggio ad una posizione dichiaratamente guelfa.
L’avvicendamento, tutt’altro che pacifico, fornì lo spunto per verificare, ancora una volta, la fedeltà al partito svevo ed a quello dei ghibellini.

FEDELI AGLI SVEVI FINO AD ESTREME CONSEGUENZE
Saldamente in possesso della gestione del potere cittadino, la maggior parte dei patrizi del Sedil Dominova sostenne re Manfredi fino al suo ultimo istante di vita potendo contare anche sul pieno ed incondizionato appoggio della Chiesa locale.
Pasquale Ferraiuolo nel suo “La Chiesa Sorrentina” ed i suoi pastori, parlando di Pietro II (vescovo del tempo), ricorda: “Questo presule era già vescovo di Cerinola quando Papa Innocenzo IV nel 1250 lo trasferì alla sede arcivescovile sorrentina, prendendone possesso il 23 marzo 1252, come si rileva dal registro Vaticano.
Esiste anche una lettera di questo Papa inviata da Roma il 1° aprile 1250 in cui raccomanda tale presule al Capitolo sorrentino. (Ughelli F. 1717/21) Sotto il vescovato di Pietro II, nel 1258 i Padri Francescani Conventuali, favoriti dalla politica del nuovo Papa Alessandro IV, che era stato loro cardinale protettore, si stabilirono nell’antico ritiro di San Martino, lasciato libero dalle monache benedettine trasferitesi nel nuovo Monastero di San Giorgio sito “ad hortum ad cavam” che era stato loro donato dal nobile Pietro Filangieri, donazione che era stata anche ratificata dallo stesso Alessandro IV con propria bolla inviata da Viterbo. (Capasso B. 1895) Con l’avvento dei frati dell’antico ritiro di San Martino (che si vuole fosse stato fondato da Sant’Antonino), lo si cominciò a chiamare Convento di San Francesco. Lo storico Ughelli riporta che essendo questo pastore di Sorrento intervenuto, contro la volontà di Papa Alessandro IV, insieme con altri dieci vescovi del regno all’incoronazione di Manfredi, avvenuta a Palermo il 10 agosto 1258, venne deposto dalla sede sorrentina e scomunicato. Tale sentenza gli venne confermata anche da Clemente IV nel 1267 (Ughelli F. 1717). Di diversa opinione è invece il Pirro che, in base, ad un documento scoperto presso l’archivio della Curia di Girgenti, asserisce che sia l’ arcivescovo di Sorrento che l’ Abbate di Montecassino, furono momentaneamente rimossi dalle loro sedi mentre il vescovo di Girgenti venne deposto e scomunicato. Sicuramente per un certo periodo di tempo, Pietro II venne allontanato dalla sua sede, infatti il Milante (1750) riporta una sentenza emanata dal Capitolo della Cattedrale di Sorrento del 2 dicembre 1266, in cui risulta che la sede sorrentina era momentaneamente vacante del suo pastore. Infine anche una lettera di Carlo d’ Angiò inviata da Napoli l’11 dicembre 1266 ai “Suffraganeis Ecclesiae Surrentinae”, con la quale il re si raccomandava alle preghiere dei monasteri e dei vescovi della penisola per invocare dal cielo lo sterminio dei suoi nemici e della Chiesa, ci fa ritenere che la sede sorrentina era ancora vacante del suo pastore (Filangieri R. 1910).
Molti, infine, sostengono che Pietro venne assolto dal Papa e rimesso nel pieno possesso della sua sede, come era avvenuto per il vescovo di Lettere, che incorso nelle stesse censure Papali, dopo essere stato assolto dal vescovo di Stabia, venne nuovamente rimesso a capo della sua diocesi, per ordine Papale. (Capasso B. 1854).
Questa versione crediamo sia la più veritiera. Sotto il governo di tale pastore, Sorrento venne ferocemente predata nell’agosto del 1268 dalla flotta pisana diretta in Calabria per tentare uno sbarco e suscitare la ribellione contro gli angioini a favore di Corradino di Svevia, che verrà poi decapitato a Napoli il 29 ottobre dello stesso anno. (Fasulo M. 1906).
Esiste ancora una lettera di Papa Clemente IV inviata a Pietro II il 18 ottobre 1268 da Viterbo con la quale lo delega di assolvere la città di Aversa dalla scomunica in cui era incorsa.
Infine, nei registri del Grande Archivio, risultava che il 3 giugno 1270, Pietro II era ancora arcivescovo di Sorrento. Probabilmente verso la fine del 1270, questo pastore della chiesa sorrentina dovette morire. (Capasso B. 1854)
”.
A differenza di quanto verificatosi mezzo secolo prima con l’arcivescovo Alferio, nella circostanza, malgrado pur consistenti e considerevoli defezioni, molti nobili mantennero ferma la propria posizione. Vari ed eroici furono i tentativi di difesa degli ultimi svevi che videro impegnati esponenti del patriziato iscritto al Sedil Dominova. Non a caso al centro di una inquisizione promossa da Carlo I nel 1275 figurano anche Pietro Sersale, Giacomo, Sergio, Andrea e Pietro Vulcano e molti atri.
Questo per non parlare della frenetica attività dei Capece. Tra questi – come evidenziato in “Memorie delle Famiglie Nobili delle Province Meridionali d’Italia” di Bernardo Candida GonzagaJacopo e Raimondo condussero due squadre contro l’avversario angioino, il viceré di Sicilia Corrado (che assieme alla moglie Biancofiore ha ispirato una novella del Boccaccio) fu costretto alla fuga per evitare la fine dei suoi parenti Martino e Giacomo (giustiziati in Provenza). Marino Capece, infine, tentò un estremo tentativo di riscossa con 40 galere pisane grazie alle quali, sia pure per un breve periodo, prese Ischia, Castellammare di Stabia, Sorrento e Positano prima di saccheggiare Milazzo.
Nel concludere questa divagazione (che mirava dichiaratamente a puntualizzare l’origine del Sedil Dominova e le ragioni che hanno  inizialmente determinato una profonda frattura con i nobili del sedile di Porta) è opportuno chiarire che il periodo storico da prendere in considerazione in merito alla scissione dei nobili locali, è quello compreso tra il 1213 (data in cui fu denunziato l’arcivescovo Alferio) ed il 1221 (data alla quale si fa risalire l’esistenza della Chiesa di San Salvatore a Dominova. Non ci sembra di dover aggiungere altro sull’identità ghibellina dell’uno e su quella guelfa dell’altro.
Qualche breve, ulteriore considerazione, invece, meritano le attenzioni che Federico II riservò all’intera Terra delle Sirene.
Pur prediligendo quella parte di nobili a lui considerata quasi fanaticamente devota, il figlio di Enrico VI e di Costanza d’Altavilla, seppe essere l’Imperatore di tutti. Così fu anche nel caso di Sorrento cui il sovrano, pur alle prese con il controllo di immensi territori, spazianti dalla Germania alla Sicilia, dedicò, per l’ appunto, grandissima attenzione.

© Testo integralmente tratto da “Lo stemma della Città di Sorrento, origine e significato, certezze ed ipotesi, note araldiche e cavalleresche” di Fabrizio Guastafierro, pubblicato a Sorrento nel 2005 da Edizioni Gutenberg ’72 Sorrento

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