2) Qualche nota araldica

Prima di approfondire lo studio sul significato concreto e sulle origini dello stemma di Sorrento è utile – se non addirittura indispensabile – tenere presente qualche elemento araldico che, sia pure in astratto, possa contribuire a fare chiarezza ed a creare un quadro generale di riferimento.
In questo, malgrado il rischio di risultare approssimativi nella trattazione di argomenti che riguardano una materia assurta al rango di vera e propria scienza, abbiamo cercato di evitare eccessivi approfondimenti di carattere teorico che avrebbero finito inevitabilmente con l’appesantire l’opera.
L’uso degli stemmi, detti anche insegne o armi è antichissimo risalendo al periodo greco-romano; esso, però, ha assunto il suo significato di identificazione individuale (e poi anche familiare) solo in seguito, ed in particolare a partire dal periodo degli imperatori carolingi.
Più precisamente gli studiosi e gli esperti d’araldica sono concordi nel ritenere che l’utilizzo degli stemmi abbia origini e trovi motivazioni in epoca medioevale con la nascita dei principi cavallereschi.
A quell’epoca, infatti, l’utilizzo sempre più diffuso delle corazze, se da una parte contribuiva a rendere molto meno vulnerabili i cavalieri, dall’altra ne determinava una sorta di anonimato. Da ciò il potenziale rischio che appartenenti ad uno stesso esercito potessero finire con il battersi tra loro.
A partire dalla fine del X secolo, dunque, sempre più frequentemente, per evitare che, nella foga dei combattimenti sul campo, le armature potessero contribuire a generare situazioni d’equivoco, si avvertì la necessità di individuare insegne che – richiamando bandiere e vessilli – venivano dipinte o incise sugli scudi o sulle stesse armature. Questo per fare in modo che, anche nelle fasi più concitate di una battaglia, si potesse sempre avere chiaro il quadro degli schieramenti in campo.
Ed è proprio dall’utilizzo degli stemmi distintivi, come elemento caratterizzante dell’abbigliamento dei cavalieri, che potrebbe essere derivata la loro definizione di “arma”.
Il fenomeno si accentuò – conoscendo nuovi ed ulteriori impulsi – quando, tra la fine dell’XI secolo e l’inizio di quello successivo, iniziarono le crociate.
Impegnate in Terra Santa o, comunque, contro eserciti orientali, le truppe cristiane, in linea teorica, avrebbero potuto facilmente distinguersi da quelle nemiche (per la diversità dell’abbigliamento, delle armi, etc.), ma la multietnicità delle forze occidentali offriva potenziali elementi di debolezza. Non essendo accomunati dall’utilizzo di una stessa lingua, infatti, i guerrieri crociati avrebbero potuto correre il rischio di non comprendersi tra loro.
Scegliere il segno della Croce come simbolo identificativo uguale per tutti, insomma, non sarebbe bastato a scongiurare il verificarsi di stati confusionali dovuti ad evidenti difficoltà di comunicazione.
Per consentire tanto alle truppe quanto ai condottieri di una stessa nazione di ritrovarsi con semplicità, anche nelle situazioni più caotiche, si rese indispensabile l’utilizzo di simboli e colori capaci di richiamare con immediatezza, l’attenzione di ciascuno sulla esatta posizione del nucleo del proprio schieramento.
Nate con funzioni estremamente elementari, le applicazioni araldiche, ben presto, conobbero sviluppi e sofisticazioni che non riguardarono solo l’ambito militare, ma produssero effetti concreti anche nella vita civile acquistando quei valori emblematici che oggi sembrano lapalissiani.

Nel frattempo gli stemmi divennero simboli identificativi di famiglie, di città, di repubbliche o di regni.
L’utilizzo mirato di colori, metalli, motti, immagini, figure, svolazzi, cimieri, sostegni e/o tenenti (in qualche caso anche in funzione del posizionamento) assunsero precisi significati e divennero utile strumento per rendere tangibile il desiderio di testimoniare il possesso di virtù, di onori, di feudi o per poter vantare imprese memorabili.
Con il trascorrere degli anni, insomma, grazie anche alla scrupolosa definizione di precisi criteri ed a costanti arricchimenti stilistici si giunse ad una sorta di codificazione di significati espliciti ed allusivi che non trascura alcun aspetto.
Al punto che Goffredo di Crollalanza – sicuramente tra i più autorevoli araldisti degli ultimi secoli ed autore, tra l’altro, del “Dizionario storico – blasonico delle famiglie nobili e notabili italiane estinte e fiorenti” – è arrivato a distinguere l’evoluzione della materia in tre distinte epoche. La prima era quella in cui l’araldica si applicava e non si studiava; la seconda era quella in cui essa si studiava e si applicava; la terza, infine, quella in cui si studiava, ma non si applicava.
Nel mentre sono state raggiunte sofisticazioni grafiche ed estetiche tali da non potersi trascurare alcun aspetto.
Perfino in occasione della richiesta di ammissione (o di riammissione) ad un seggio nobiliare, ad esempio, i difensori dei patrizi interessati al procedimento, oltre a dedicare la massima cura agli aspetti giuridici ed alla produzione di documentazione probatoria, si premuravano di impreziosire le proprie memorie con l’ausilio di alberi genealogici molto curati anche sotto il profilo artistico, o di fregi, disegni e motti capaci di rendere ancora più incisiva e chiara la posizione assunta, le pretese vantate o, viceversa, le ragioni che giustificavano la richiesta di diniego all’accettazione di queste ultime.
In un abbondantissima casistica consultabile sull’argomento, non mancano magnifici e preziosi esempi che hanno visto interessate anche famiglie sorrentine.
Come riscontrabile nel caso della famiglia Mastrogiudice di cui Scipione Ammirato (in “Famiglie nobili napoletane”) ha pubblicato un bell’albero genealogico. O come nel caso della controversa richiesta di reintegra dei fratelli Cesare e Filippo Vulcano agli onori del Seggio di Nido a Napoli, a lungo avversati – nel giudizio promosso nella seconda metà del XVIII secolo davanti Regio Consigliere Giuseppe Aurelio di Gennaro – da un agguerritissimo e sarcastico Stefano Patrizi.
O come nel caso, infine, della richiesta di reintegra agli onori della stessa Piazza di Nido presentata da Giuseppe e Baccolo Mastrogiudice-Sersale ancora in discussione alla fine del 1700.
In effetti gli atti ed i documenti appena richiamati – per la quantità di interessanti notizie che contengono anche sulla storia di Sorrento – meriterebbero ben altra attenzione che quella che, invece, dedichiamo loro per gli aspetti grafici.
Ma ciò, ci distoglierebbe dagli argomenti su cui, invece, intendiamo richiamare l’attenzione.

© Testo integralmente tratto da “Lo stemma della Città di Sorrento, origine e significato, certezze ed ipotesi, note araldiche e cavalleresche” di Fabrizio Guastafierro, pubblicato a Sorrento nel 2005 da Edizioni Gutenberg ’72 Sorrento

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