Analisi storico – antropologica del culto di Sant’ Agnello (1)

Introduzione
Questo lavoro è in gran parte frutto del mio amore per lo studio delle tradizioni della Penisola sorrentina: il culto di Sant’ Agnello, patrono eponimo di uno dei comuni della penisola, mi ha offerto infatti un interessante spunto di ricerca.
La maggior parte delle pagine che seguono è dunque dedicata all’ analisi del patronato delle gestanti detenuto da S. Agnello nel paese omonimo e alle considerazioni di carattere sociologico e antropologico che da quell’ analisi scaturiscono. Largo spazio sarà anche concesso ad alcune ipotesi relative al modo e al tempo in cui a S. Agnello fu riconosciuto tale patronato.
La mancanza di ulteriori aspetti del culto del Santo che si prestassero ad uno studio antropologico mi ha tuttavia consigliato di ripercorrere la vicenda mortale di S. Agnello e di andare alla ricerca dei segni del suo passaggio anche nelle due città in cui visse, Napoli e Guarcino, e in quella che ne ospita le reliquie, Lucca.
Non si stupisca perciò il lettore se in questo libro troverà più storia che cronaca, giacchè il culto di Sant’ Agnello è quasi ovunque in decadenza e di esso è più facile trovare ricordi che immagini vive.
Ho la certezza, comunque, di offrire una trattazione della vita, del culto di Sant’ Agnello difficilmente suscettibile di miglioramento sul piano storico.
Nuove ed accurate ricerche sul campo, del tipo di quella da me condotta nella zona di S. Agnello e a Napoli (durata più di un anno), in altri centri nei quali ancora è vitale il culto del Santo fornirebbero probabilmente il materiale indispensabile per l’ approfondimento del tema in chiave antropologica.
Lineamenti di analisi storico – antropologica del materiale raccolto
La figura di Sant’ Agnello è attualmente venerata in un’ ampia zona della Campania che fa corona intorno a Napoli, la città che fu teatro della nascita e della vita del Santo e che vide il formarsi della sua leggenda. I luoghi dove ancora sussiste, in forme più o meno notevoli, il culto di S. Agnello sono: Cerinola, Gaeta, Gragnano, Maddaloni, Montevergine, Nocera dei pagani, Nola, Sant’ Agnello di Sorrento e Vallo Lucano. A Napoli, centro d’ origine del culto, esso è ormai scomparso. Parimenti scomparso è a Lucca, dove nacque grazie all’ arrivo delle reliquie del Santo. Ancora vitale è invece a Guarcino, la località laziale dove Sant’ Agnello si recò in eremitaggio lasciando un profondo e commosso ricordo della sua lunga presenza.
L’ indagine da me condotta ha mirato a due obiettivi principali: da un lato, chiarire quanto più possibile le origine storiche del culto del Santo, stilando una storia completa della vicenda mortale di Agnello; dall’ altro lato, analizzare gli aspetti e le forme del culto del Santo nel Napoletano cercando di capire quali spinte socio – economiche e religiose influiscano su di essi contribuendo a modificarli e a conservarli inalterati.
La prima delle due ricerche mi ha permesso di stabilire, come più avanti si vedrà dettagliatamente, che in origine, Sant’ Agnello era venerato come santo – medico.
In seguito, però, fra il nono e il sedicesimo secolo, egli cominciò ad essere onorato come patrono particolare delle gestanti.
Il patronato delle partorienti, ancor’ oggi pienamente riconosciutogli, fu sincretisticamente trasmesso al Santo dalla Vergine venerata col nome di S. Maria Intercede a Capo Napoli.
Santa Maria Intercede è, ovviamente, una divinità molto più antica di Sant’ Agnello; già nel secolo VI, infatti, la madre di Agnello, impossibilitata ad avere figli, proprio a lei chiese la grazia di poter concepire. Sulle origini pre – cristiane del culto di Santa Maria Intercede non mi sembra che si possano avere dubbi. A conferma di tale origine sta il fatto che, nel II secolo dopo Cristo, sulla collina di Capo Napoli o negli immediati paraggi, sorgeva un piccolo tempio dedicato ad Artemide, dea capace di concedere un parto felice alle donne che l’ avessero piamente invocata. Che l’ antichissimo culto di Artemide si sia trasferito a Santa Maria Intercede non si può tuttavia affermare con certezza e resta solo probabile. A sostegno dell’ ipotesi sta comunque il fatto che, secondo la tradizione erudita partenopea, moltissime chiese cristiane della città sorsero sulle rovine di antichi templi pagani. Inoltre come nota il De Simone (1), “La religiosità del popolo campano ed in genere di tutta l’ area meridionale poggia su un sincretismo religioso derivato da elementi rituali del mondo pagano fusi con un cattolicesimo spesso imposto”. I caratteri del culto di Sant’ Agnello sono dunque remoti e le loro origini vanno ricercate, con tutta probabilità, in altre divinità, le quali furono in auge già nei secoli che precedettero la vita del Santo.
Di fronte ad un culto così lungamente attestato, ci si può chiedere come mai la comunità dei fedeli ha sempre sentito il bisogno di un ente soprannaturale che si assumesse il patrocinio delle gestanti, così fortemente da sostituire, di volta in volta, una divinità vecchia e ormai “logora” con una divinità nuova. Se tutto ciò può essere ben comprensibile per quelle epoche nelle quali la scienza medica muoveva i suoi primi, incerti passi, non dovrebbe però verificarsi ai nostri giorni, quando la ginecologia è addirittura in grado di stabilire con largo anticipo il sesso dei nascituri.
In realtà è molto probabile che alla protezione della divinità patrona delle gestanti abbiano fatto ricorso sempre i ceti più bassi ed emarginati della popolazione: i proletari ed i sottoproletari, nei quali, a causa della loro atavica condizione di miseria e di insicurezza, nel corso dei secoli si è consolidato un orizzonte magico rituale a cui riferirsi. “In tal senso la maggior pare delle feste popolari che prevedono un Santuario come meta, nascono anche come necessità rassicurative contrapposta ad una realtà che nulla offre al povero”.(2)
Il contadino campano colpito da qualche disgrazia o minacciato da una malattia ha sempre trovato più naturale rivolgersi alla Madonna o a un santo piuttosto che all’ assistenza di un ospedale in molti casi disumana, ammesso che di lontano ci si potesse giungere e trovare facile ricovero. Ecco dunque che, nell’ humus di una religiosità contadina, strettamente legata alla natura e ai suoi cicli, è germogliato il culto di una divinità delle donne ed anche delle bestie incinte; una divinità dai caratteri esteriori cangianti ma dalle attitudini fondamentalmente immutabili, che potrebbe forse essere ricollegata alla “Gran Madre” di origine mediterranea e pre – indoeuropea. I motivi per i quali i connotati di quell’ ente divino, originariamente femminile, si sono trasferiti in un Santo non sono facilmente individuabili, ma ad essi non deve essere estranea l’ impronta decisamente patriarcale e maschilista assunta dalla società meridionale in epoca storica.
Per comprendere l’ importanza fondamentale della divinità dei parti nella società contadina, si pensi semplicemente alle elevatissime percentuali di mortalità e malformazione prenatale e infantile che hanno tristemente contraddistinto, e in parte contraddistinguono tutt’ora, le popolazioni meridionali in genere e i ceti poveri in particolare. Di fronte alla possibilità continuamente presente e palpabile che un suo figlio morisse nel nascere, provocando magari anche la morte o l’ invalidità della madre, il proletario campano non ha avuto, si può dire, difesa migliore che quella di rivolgersi alla protezione di Sant’ Agnello o di altre divinità similari, più economiche, più umane e più disponibili di qualsiasi ginecologo. Chi poi sa quanti sacrifici e quanti soldi si debbono spendere per allevare un animale da stalla, non si meraviglierà che lo stesso santo protettore delle donne incinte sia deputato a vigilare anche sulle bestie gravide: ancor’ oggi, non è raro imbattersi in famiglie di contadini le quali vivono a stretto contatto e, direi quasi, in simbiosi con i loro animali. In queste condizioni, la nascita di un vitello o di un capretto può equivalere, sotto alcuni aspetti, alla nascita di un figlio.
I tratti originari del culto di Sant’ Agnello dovevano dunque essere schiettamente “popolari” e, in particolare, contadini. Progressivamente, però, la festa del Santo assunse tratti reazionari e consumistici venendo a patti con una componente “borghese” che lentamente assorbì quella “popolare”.(3) La festa è stata anzi “normalizzata” ed utilizzata per creare una nuova ed efficace struttura di consenso acritico all’ ideologia dominante. Vediamo come.
Una volta affermatosi nel napoletano il culto di Sant’ Agnello con il conseguente riconoscimento del suo patronato delle gestanti, le eventuali deformità fisiche riscontrate nei neonati furono del tutto ovviamente rapportate al Santo. Fatalmente si trovò che qualche donna, la quale non aveva chiesto la protezione di Sant’ Agnello nel giorno della sua festa, aveva partorito un figlio deforme.
Di quelle donne il Santo si era, diciamo così, disinteressato, permettendo i difetti fisici dei loro bambini che il suo benefico intervento, se richiesto, avrebbe potuto evitare. Dalla mancata protezione alla “vendetta” il passo fu breve e la voce del popolo fece di Sant’ Agnello il torturatore di quegli innocenti i cui genitori non avessero santificato la sua festa, una specie di santo cattivo.
Ci si aspetterebbe che le autorità religiose avessero cercato di smentire l’ immeritata fama acquistata dal santo, facendo notare come i difetti fisici dei neonati “potevano essere evitati”, dall’ intervento del Santo se fosse stato invocato, ma non erano certo “causati” dall’ ira di quest’ ultimo. Mai, tuttavia, quelle autorità si preoccuparono di fare ciò, anzi esse trovarono il modo di utilizzare le dicerie a loro vantaggio così che Sant’ Agnello divenne il Santo vendicativo e presuntuoso, che attualmente conosciamo, con l’ avallo superficiale della Chiesa.(4)
Il perché di tutto ciò è facilmente comprensibile: chi non rende onore a sant’ Agnello, chi non si inchina cioè di fronte alla Chiesa, si pone nella condizione di essere punito  in uno degli affetti più grandi: i figli. Partorire infatti dei figli senza la benedizione del Santo, cioè della Chiesa, è un gravissimo atto di insubordinazione passibile di un duro castigo. Mostrarsi scettici nei confronti del Santo, cioè della Chiesa, è un segno di superbia.
Sant’ Agnello è così diventato, nel suo piccolo, una loga manus del potere clericale, incaricato di punire quanti vogliano procreare al di fuori delle norme fissate dalla religione cattolica: Sant’ Agnello è il simbolo stesso della Chiesa che si arroga il diritto di autorizzare la nascita di un bambino!
Da quando il clero locale ha compreso quale potente leva di potere potesse essere la festa di Sant’ Agnello, si è sempre guardato bene dallo smentire, come pure avrebbe dovuto, le mille storie che vedono Sant’ Agnello infierire con orribili mutilazioni sul coro dei neonati ma, anzi, le ha tacitamente convalidate. Anc’or oggi il clero santanellese smentisce sì, in privato, le attitudini vendicative del Santo ma si guarda bene dal fare altrettanto quando parla dal pulpito per non allontanare dal culto i fedeli e le loro offerte.(5)
Chi vuole un figlio sano deve dunque passare obbligatoriamente sotto il braccio benedicente di Sant’ Agnello, scoperta maschera del potere ecclesiastico. Tutto ciò si inquadra perfettamente nella politica di repressione sessuale seguita finora dalla Chiesa. In tale politica è ammessoselo nell’ ambito del matrimonio ed a scopo procreativo, il puro piacere è visto di malocchio, i contraccettivi e l’ aborto sono banditi. L’ importante è comunque moltiplicarsi, garantendo così la nuova forza – lavoro indispensabile, in alcuni periodi storici, all’ arricchimento delle classi egemoni e, magari, la forza – combattente necessaria per la costruzione degli eserciti voluti dalle mire espansionistiche di alcuni governanti (vedi Mussolini).
Nel quadro di questa politica, Sant’ Agnello è un santo molto comodo: egli obbliga le coppie a far benedire dalla Chiesa il frutto della loro unione assicurando, in cambio, un parto facile ed un figlio sano e punisce severamente chi rifiuta di sottoporsi a tale dovere.
Come ben si vede, la nuova veste data al culto del Santo ne ha fortemente modificato la natura originariamente benevola.
Né un simile processo di diversificazione dei caratteri di Sant’ Agnello deve destare meraviglia; nell’ analisi di un culto, infatti, come bene osserva il Di Nola(6), “va… accettata come premessa di ogni possibile discorso la magmaticità, la fluidità di tematiche che hanno origini storiche ed economiche diverse e che si cumulano sulla figura del santo: questi ne diviene l’ occasionale punto di coesione e di riferimento”. Non a caso, inoltre, il Mazzacane(7) osserva che quelle feste religiose le quali si “aggregano determinati livelli di classe secondo specifiche modalità partecipative e con una particolare struttura organizzativa e di potere, vanno modificandosi puntualmente nella stessa direzione” e cioè in quella della trasformazione repressiva.
Note:
(1) R. De Simone, Chi è devoto, Feste popolari in Campania, Napoli 1974, pagina 4.
(2) Testo già citato nella precedente nota (1) a pagina 4.
(3) Per la distinzione fra festa “popolare” e festa “borghese” cf. L. Mazzacane, La cultura contadina attraverso l’ analisi della festa in AA. VV., Storia, Arte e Cultura della Campania, Milano 1976.
(4) Paolo Regio, Vescovo di Vico Equense vissuto nel XVI secolo, riferisce per primo alcune “vendette” di sant’ Agnello e sembra pienamente convinto della loro autenticità, esortando anzi i suoi lettori a non essere scettici riguardo quelle storie miracolose.
(5) Val la pena di ricordare che, a Sant’ Agnello di Sorrento, la Democrazia Cristiana vanta una schiacciante egemonia egregiamente sostenuta dal clero.
(6) A.M. Di Nola, Gli aspetti magico-religiosi di una cultura subalterna italiana, Torino 1976, pagina 251.
(7) Opera già citata nella nota (3) a pagina 384.
© Testo integralmente tratto dalla Tesi di Laurea intitolata “Analisi storico – antropologica del culto di Sant’ Agnello”, discussa dalla Dott.ssa Laura Parlato, nell’ anno accademico 1979/1980 presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’ Istituto Universitario Orientale di Napoli. Relatore Prof. Alfonso M. di Nola.
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