Il culto di Sant’ Agnello e la partecipazione popolare (21)

Partecipazione popolare
La grande partecipazione popolare che accompagna la festa di Sant’ Agnello è legata strettamente alla tradizione che ritiene questo Santo miracoloso ma anche molto vendicativo (“puntiglioso” come dicono i santanellesi) nei confronti di quelle persone che si mostrano indifferenti o addirittura scettiche verso il suo culto. Molto espliciti, a questo riguardo, sono alcuni proverbi locali: “Dicette S. Aniello ‘a copp’ o fenestiello: Mo futtiteve puverielle” (Disse S. Agnello dalla finestrella: adesso tenetevela poverelli), “Dicette Santa Lucia: E me feratevenne, e fratemo naniello tremmatevenne” (Disse Santa Lucia: di me non vi preoccupate, di mio fratello Agnello tremate).
Massiccia è soprattutto la presenza di donne incinte, provenienti non solo da ogni parte della penisola sorrentina, ma anche da Capri, Ischia, Castellammare e altri paesi ancora. Esse infatti hanno l’ obbligo di fargli visita nel giorno della sua festa. In chiesa, perciò, fin dalle prime ore del mattino, è un pigia pigia di gente di ogni età e di ogni tipo ma, soprattutto, di prossime mamme che, facendosi largo a fatica tra la folla, devono ad ogni costo giungere “in vista” del Santo. L’ atto del “guardare” è il talismano che garantisce ai genitori la salute dei nascituri, prossimi o futuri che siano. Oltre a ciò, un’ antica consuetudine, ancor’ oggi osservata, vuole che, nel giorno della festività, gli sposi si astengano da ogni lavoro manuale; a questa tradizione sono legati numerosi racconti superstiziosi i quali parlano degli sventurati bambini condannati dal Santo, inspiegabilmente crudele come alcune divinità pagane, a portare sul corpo il segno del lavoro fatto dal padre o dalla madre. Nel caso, poi, che si sia proprio costretti a porre mano ad un lavoro, occorre farlo precedere dalle parole “A gloria e in nome di Sant’ Aniello”, mostrando in tal modo rispetto e devozione.
Ecco alcuni dei molti, disgraziati episodi che si dicono accaduti ai miscredenti; essi sono stati tutti raccolti fra la gente della zona.
La signora Rachele Astarita, di sessant’ anni, racconta quel che capitò ad una ricca famiglia di commercianti di vino, molti anni fa: La moglie del capofamiglia aspettava un bambino ma il marito aprì una botte di vino nuovo proprio nella ricorrenza di Sant’ Agnello. Il vino rosso e gorgogliante sembrò di ottimo auspicio per il nascituro. Invece, quando il piccolo venne alla luce, fece inorridire la levatrice e le altre donne presenti: dalla fronte al naso un solco rossastro dava precisamente l’ idea di un rivolo di vino che gli corresse in mezzo al viso.
Altri episodi del genere sono raccontati dalla signora Grazia Aiello. Ella si ricorda di un contadino che, a dispetto della tradizione, volle recarsi nei campi il 14 dicembre, quando nella sia casa si attendeva un lieto evento. Incurante delle esortazioni dei parenti, l’ uomo si appoggiò la falce al braccio e se ne andò nel suo podere, Alla neonata, quando venne alla luce, mancava metà del braccio, troncato al gomito, proprio dove il padre aveva appoggiato il suo strumento di lavoro.
La signora Grazia continua narrando di una giovane sposa che, pur non essendosi recata a venerare il Santo, aveva osservato per l’ intera giornata l’ astensione dal lavoro. Verso sera, però, stanca di oziare, pensò di aggiustarsi un vecchio vestito: senonchè, mentre tagliava la stoffa, si sentì male. Il marito, accordo in suo aiuto, si preoccupò per prima cosa di toglierle le forbici di mano, ma era già troppo tardi! Una ventina di giorni dopo nacque un bambino con un grosso taglio sull’ orecchio destro.
Un simile dramma è raccontato dalla vittima stessa: Salvatore Esposito, nato il 27/8/1911. Suo padre Francesco, tornando dalla pesca, portò a casa alcuni granchi.
Malauguratamente incontrò una conoscente che gli rimproverò la grave mancanza compiuta nei riguardi di Sant’ Agnello del quale si celebrava quel giorno la festa. Dopo un mese, il bambino nacque con le dita dei piedi che toccavano i talloni dando l’ impressione delle pinze dei granchi.

Da questa intervista, e da altre che sarebbe troppo lungo elencare, emerge la funzione, determinante per la incolumità del nascituro, svolta dalle persone che notano e fanno notare la violazione delle norme di comportamento ritenute obbligatorie nel giorno della festa del Santo. E’ questa la ragione per la quale molte donne si recano in chiesa quasi furtivamente, nelle prime ore del mattino, evitando, durante il tragitto, di fermarsi con chiunque, alcune persino preoccupandosi di non portare borse, ombrelli ed altri oggetti ritenuti “pericolosi”. Solo all’ uscita, ormai immunizzate da ogni eventuale pericolo, mostrano con orgoglio il loro pancione ed appaiono ben disposte al colloquio. Coloro, invece, che, per ragioni varie, omettono d far visita al Santo, si tappano letteralmente in casa, proibendosi persino di mettere il naso fuori dalla porta o dalla finestra nel timore che qualcuno rivolga loro la domanda fatale: “Sì ghiuta a guardà a Sant’ Aniello?”
Le medesime norme culturali imposte dalla superstizione popolare sono valide anche per i contadini possessori di animali gravidi; i piccoli di quegli animali sono infatti sottoposti allo stesso “trattamento” riservato ai figli di genitori scettici. Le parole del signor Antonio De Lisa di Massa Lubrense confermano questo assunto e lo sintetizzano in un episodio emblematico: Era il 14 dicembre di alcuni anni fa e un contadino trascorreva la mattinata spaccando legna, nonostante nella sua stalla ci fosse una mucca prossima al parto. Alcuni amici lo videro e gli chiesero se si fosse recato a rendere omaggio a Sant’ Agnello. L’ uomo rispose che badava solo a quel che gli diceva la sua testa. Ma dopo due giorni nacque un vitellino con due teste e una gamba spaccata a metà!
Sempre il signor Antonio racconta che, fino a tempi relativamente recenti, persino i contadini delle zone più impervie della zona conducevano le bestie gravide ad “onorar” il santo nel giorno della sua festa. Si creava così un punto d’ incontro fra i numerosi villici che induceva a trattative, baratti, scambi di opinioni. Nacque in tal modo la fiera agreste che caratterizza ancor’ ora la festa patronale a Sant’ Agnello. Oggi essa è però diventata una manifestazione consumistica in cui si vende di tutto e le numerose “bancarelle” collocate lungo il Corso Italia, l’ arteria principale, impediscono addirittura il normale flusso automobilistico fra Piano di Sorrento, centro commerciale della penisola, e Sorrento. La polizia locale ha registrato quest’ anno la presenza di più di cento “bancarelle” che vendono prodotti d’ ogni tipo: vestiario, frutta, ombrelli, formaggi, torrone, ceste, radio, dischi, lana per materassi, utensili casalinghi, ecc. macchine agricole, bestiame, fiori e piante si vendono a Viale dei Pini, alle spalle della Piazza principale, sotto la chioma protettrice del centenario pino che è il vanto della cittadina. In questo viale fervono le trattative per l’ acquisto di piante d’ ogn genere, ma la merce più trattata è l’ abete, il comune albero di natale che ognuno compra per addobbarlo in occasione delle feste. Ancor’ oggi la fiera dei prodotti agricoli e del bestiame tenuta a Sant’ Agnello è una delle più importanti dell’ area sorrentino – amalfitana. Tutti i contadini della zona approfittano di questa occasione per comprare arbusti per i vigneti e gli agrumeti, oppure vitelli, maiali, polli ed altri animali.
Sant’ Agnello conserva così la fama di santo benevolo verso gli agricoltori. Questi infatti nutrono per lui una particolare venerazione e lo invocano affinché protegga il raccolto e il bestiame. Alcuni di essi, un tempo, tralasciavano addirittura di ricoprire i pergolati con le pagliarelle, del tutto fiduciosi nell’ aiuto del loro protettore. Un’ antica usanza di cui rimangono solo rari esempi, era quella di dedicare un albero del proprio giardino al Santo, soprattutto quando si comprava un nuovo appezzamento di terra; la pianta era distinta dalle altre da una grande immagine del Santo legata al tronco con fili di ferro e i suoi frutti erano offerti alla chiesa. Il legame fra Sant’ Agnello e il ciclo agricolo traspare anche da un antico detto popolare: “Santa Lucia, nu pass’ e gallina. Sant’ Aniello, nu pass’ e pecuriello”. Così i Santanellesi usavano dire per indicare che il sole fa un piccolo passo sull’ orizzonte. Notizia geograficamente inesatta ma che, per i vecchi contadini, annunciava il prossimo inizio del cammino, pur lungo e lento, verso il bel tempo e il raccolto.
Le sporadiche immagini che ritroviamo sulle piante e nelle stalle sono prova del declinante ma sempre vivo culto dei contadini. Più sentito rimane il culto delle gestanti. Sono specialmente i membri delle classi sociali meno colte ed evolute ad alimentare le antiche credenze superstiziose; la piccola e media borghesia fa spesso proprio il detto “non è vero ma ci credo”.
Rilevante fu anche il culto dedicato a Sant’ Agnello dai marinai. Come prova di esso ci rimangono i dodici quadretti votivi che si trovano nella parrocchia. Essi risalgono tutti ad un periodo compreso fra il 1827 ed il 1861 e raffigurano sempre una nave sballottata dal mare in tempesta e Sant’ Agnello che compare dall’ alto in aiuto ai naufraghi. A questo proposito, la signora Maddalena Coppola ricorda che, dopo uno scampato pericolo, i marinai giravano per il paese a raccogliere offerte per poi andare scalzi a depositarle ai piedi del Santo. Quella consuetudine era volgarmente detta “Messa pezzuta”.
Tutt’ oggi, comunque, prima di partire per i loro viaggi, molti marinai santanellesi si recano in chiesa e lasciano laute offerte in cambio dell’ immagine del Santo che porteranno con loro per scampare ai pericoli del mare.

© Testo integralmente tratto dalla Tesi di Laurea intitolata “Analisi storico – antropologica del culto di Sant’ Agnello”, discussa dalla Dott.ssa Laura Parlato, nell’ anno accademico 1979/1980 presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’ Istituto Universitario Orientale di Napoli. Relatore Prof. Alfonso M. di Nola.
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