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26) Una Maddalena incinta a Sorrento

I SEGRETI, LE SPARIZIONI ED I MISTERI DI SAN FRANCESCO
Tra i monumenti sorrentini, il complesso che comprende la Chiesa ed il Chiostro di San Francesco, è sicuramente quello che, a nostro avviso, cela i più intriganti misteri.
Malgrado il fatto che sia stato direttamente o indirettamente al centro delle attenzioni di diversi studiosi, infatti, le sue pietre, le sue mura e le sue opere continuano simbolicamente a tenere gelosamente custoditi numerosi segreti.
E molti enigmi che lo vedono interessato, continuano a non trovare risposte.
Come quello, ad esempio, che riguarda la sorte di una lapide della famiglia Vulcano, citata, tra gli altri, da Bartolommeo Capasso (in “Memorie storiche della Chiesa sorrentina”).
Su di essa era inciso: “D.O.M. / LANDULPHUS VULCANUS S.R.E. CARDI-NALIS
TIT. S. ANGELI ANNO DNI / MCCCXXXIII A FUNDAMENTIS EREXIT
VENERABILE MONASTERIUM SS. / TRINITATIS MONALIUM NOBILIUM
HUJUS ILLMAE CIVITATE SURRENTI ET / HECTOR BULCANUS MILES
EJUS FRATER FILIUS JOANNIS GENERALIS / EXERCITO IN ANGLO FUN-DAVIT
SIMILITER IN PRAEDICTA CIVITATE / VEN. MONASTERIUM S. SPI-RITUS
TRANSLATUM IN MONASTERIUM / S. PAULI QUAE MONASTERIA
TENENTUR IN SINGULOS ANNOS ET IN PER / PETUUM REDDERE TRIBU-TA
PRAEDICTAE FAMILIAE VULCA. / QUORUM IN PRAESENTI ANNO
SUNT DOMINI D.D. / FRANCISCUS, CESAR, CAROLUS, HANNIBAL, URBA-NUS
ET JO. JACOBUS DE / VULC. / PUBBLICIS MEDIANTIBUS INSTRU-MENTIS
MANU NOTARIORUM DE SURRENTO / FRANCISCI ANTONII
MAYRANNO 1646 ET 47 ET JO. GUARRACINI / 1645 ET VINCENTII ANDRE-AE
MIGLIACCIO CURRENTI MARINUS / VULCANUS S.R.E. CARDINALIS
TIT. S. MARIAE / NOVAE 1376 CUI NOMINI RESPONDES STEMMA RETIS
MUTA / VIT IN MARE, ET JO. ANTONIUS VULCANUS ULTIMUS MILETI
DOMINUS / SUPA RETE ADDIDIT CONCHYLIA“.
Lo scrupolo dello storico e la nota meticolosità dei suoi riscontri – unanimemente riconosciuti –sono sufficienti ad attestare la sua reale esistenza.
Eppure è altrettanto reale il fatto che di questa lapide si sono perse le tracce.
E’ amaro dover constatare, inoltre, che ogni tentativo volto ad accertare l’epoca, le circostanze o i motivi della sparizione è rimasto privo di esito.
Come senza risposte sono le domande da porsi in merito alla sparizione di tutti gli altri stemmi recanti le insegne della famiglia Vulcano, di cui pure era certa l’esistenza nella Chiesa di San Francesco.
In un documento del 1732, richiamato da Annunziata Berrino (in “Il complesso conventuale di San Francesco a Sorrento”), si dichiara che il sepolcro dei Vulcano era sull’altare maggiore. Ma anche in questo caso, di stemmi della nobile famiglia, non c’è traccia. Né si sa molto di più delle insegne dei Vulcano che avrebbero dovuto essere (e che, invece, non ci sono) alla base della statua di San Francesco che abbraccia il Crocefisso, oggi sistemata sul primo altare posto alla destra dell’ingresso.
Al riguardo, in un altro documento sempre citato dalla Berrino e risalente ad un’epoca compresa tra il 1680 ed il 1700, tra l’altro si legge: “Nel piedistallo, su del quale inginocchiata si mira la statua del nostro S. Padre, vi pose l’imprese della religione: e vi restarono per due o tre anni. Poscia furono levate via, e vi si posero quelle dei signori Vulcani padroni della statua, e veramente gran benefattori del convento e della chiesa, come dalle loro imprese in vari luoghi affisse s’argomenta. Era guardiano il P. Alberto Fontana di Napoli quando si fè questa mutazione”.
Il giallo, in effetti si infittisce soprattutto perché proprio in questo documento viene sottolineato l’ esistenza delle Armi dei discendenti di Landulfo e Marino Vulcano che furono sicuramente grandi benefattori del convento e della chiesa “come dalle loro imprese in vari luoghi affisse s’argomenta”.
Viceversa non uno stemma della nobile famiglia è oggi visibile, né basta citare le formelle di due loro parenti (Giovannella Sersale, moglie di Iacopo Vulcano e sua suocera, Diana Donnorso) perché in entrambe i casi non ci sono tracce dello stemma dei Vulcano.
Tuttavia un caso ancora più misterioso vede interessato un quadro raffigurante una Maddalena incinta ai piedi del Crocefisso.
L’opera dipinta sul muro della prima Cappella che – spalle all’altare maggiore – si trova sulla destra, è ritornata alla luce in seguito ai lavori di restauro che si resero necessari in seguito alle lesioni provocate alla Chiesa dal terremoto del 1980.
Precedentemente essa era stata coperta con un altro dipinto su tela ed era stata sguarnita del crocefisso ligneo posta al suo centro (e che prima del 1980 era sistemato inspiegabilmente lungo uno scalone interno al Convento).
La stessa opera risultò marchianamente alterata con interventi grafici di pessima fattura tendenti a coprire la figura della Maddalena con una infantile raffigurazione di una luna che piange e con altri disegni.
La sua “recente” scoperta, il suo precedente plagio ed il fatto che fosse stata occultata per lungo tempo, offrono sicuramente spunti di riflessione.
Sebbene il dipinto sia stata realizzato – secondo gli esperti – nel 1750, viene spontaneo creare accostamenti con la valenza attribuita proprio alla Maddalena dai Vangeli gnostici e, sembra, anche dai Templari.
Specie perché incinta.
Nella fattispecie, però, l’altare parzialmente “nascosto” non riguarda la famiglia dei Vulcano, ma quella degli Spasiano.
In ogni caso anche altri elementi individuabili nella stessa Chiesa si prestano a qualche approfondimento.
Sulla facciata esterna dell’edificio di culto, infatti, nella parte alta, tanto a destra quanto a sinistra dell’ingresso, figurano in bella evidenza due riproduzioni del cosiddetto “Sigillo di Salomone”. Così come la proiezione ortogonale degli stucchi che adornano il soffitto del presbiterio raffigurano quasi perfettamente lo stesso simbolo all’altezza dell’altare maggiore.
La singolarità, anche in questo caso, è solo parzialmente attenuata dall’epoca di realizzazione dei detta-gli architettonici sembrando, invece, lecito alimentare qualche ulteriore interrogativo sempre a proposito del simbolismo templare o a quello massonico.
Volendo spingersi oltre c’è da ricordare che il vestiario dei francescani è simile a quello che fu dei novizi che si preparavano a schierarsi sotto il simbolo della croce patente; che non sono pochi coloro che ritengono che l’arrivo a Sorrento dei seguaci del Santo patrono d’Italia risalga ai primi anni del XIV secolo (epoca in cui Jacques de Molay fu messo al rogo ed i templari divennero oggetto di un’autentica persecuzione) e che alcuni esperti della materia sostengono che i casi di avvicendamento tra templari e francescani (miranti a far perdere le tracce dei primi) sono stati tutt’ altro che infrequenti.
Ad ogni buon conto, al di là degli accostamenti sicuramente arditi creati a proposito del complesso conventuale sorrentino con gli appartenenti all’ordine monastico-cavalleresco che individuava in San Bernardo di Chiaravalle un autentico punto di riferimento, resta indiscusso il fatto che mani pazienti e sapienti, nel tempo, hanno provveduto a cancellare tutti gli stemmi dei Vulcano dalla Chiesa di San Francesco a Sorrento, hanno fatto scomparire una lapide loro appartenuta e si sono industriate ad imbrattare e ad occultare il quadro della Maddalena incinta.

Il Chiostro
Non meno interessante della Chiesa di San Francesco è l’annesso Chiostro.
Così come nel caso del Sedil Dominova, molti, di fronte alle carenze documentali, sono caduti nella tentazione di stabilirne l’epoca della costruzione in virtù di particolari architettonici e dando per attendibili considerazioni non riscontrabili.
Non intendiamo commettere lo stesso errore.
Tuttavia ci preme sottolineare che quasi unanimi sono i giudizi espressi nel giudicare “romanico” il suo stile e fortemente influenzati da elementi bizantineggianti alcuni suoi particolari architettonici. Tra questi i numerosi capitelli.
Al riguardo è bene rilevare una serie di particolari di non poco conto.
I capitelli in questione meriterebbero studi individuali. Quelli che sovrastano il colonnato posto a sinistra di chi entra nel Chiostro sono stati realizzati sicuramente in un’ epoca più recente rispetto a qualunque altro. Essi, infatti, sono tutti della medesima fattura, riportano gli stessi fregi e (fatta eccezione per uno) sono disposti nello stesso senso: con lo stemma dei Sersale rivolto verso la parte esterna del cortile.
Quelli posti sul lato opposto, invece, sono tutti diversi tra loro e rispetto a qualunque altro, ma hanno San Baccolo, San Valerio, Sant’Attanasio e San Renato).
Da ultimo – non certo per ordine di importanza – è bene soffermarsi sull’unico capitello che riporta delle iscrizioni: quello posto quasi di fronte all’ingresso e sul quale si legge: “Ego Ioh(annes) Cerconi fieri feci hoc hopus J(e)H(su)s” Al riguardo è bene sottolineare che sarebbe opportuno qualche valutazione più accurata. Il voler identificare lo stemma su di esso effigiato come quello della famiglia Falangola (contenente l’immagine di un leone) solo in ragione del fatto che il Chiostro fu restaurato al tempo dell’Arcivescovo Domizio Falangola (tra il 1453 ed il 1470) non ci sembra sufficiente. Né ci sentiamo di condividere la tesi secondo la quale lo stemma raffigurato sulla formella che riporta il nome di Giovannella Vulcano (nata Sersale-Caracciolo) è da leggersi come modificato per rendere omaggio al già citato Arcivescovo Falangola. Risulta chiaro, infatti, che l’arma in questione ha un significato tanto esplicito quanto ovvio. Visto che l’uso della figura del leone non era esclusivo della famiglia sorrentina, ma anche di quella dei Caracciolo. Infatti, c’è da ritenere che lo stemma della nobildonna non raffigurasse altro che le insegne dei Sersale e quelle, per l’appunto, dei Caracciolo dalla quali discendeva. Tornando al colonnato del Chiostro c’è da interrogarsi sul alcune singolarità riscontrate: La frase riportata sul capitello copre solo due lati dello stesso ed è priva di un significato compiuto. Se è vero che grazie ad essa è possibile stabilire che un non meglio identificato Giovanni Cercone fece il lavoro, è altrettanto vero che alla citazione di Gesù non segue nulla. Il lato opposto a quello su cui è scolpito lo stemma raffigurante il leone, risulta evidente la presenza di un altro stemma. Quest’ultimo, però, misteriosamente non riporta più le insegne di nessuno. Tuttavia tassi di maggiore o minore umidità consentono ancora di intravedere l’ombra di quattro fusi!!! Il capitello in questione potrebbe fare coppia con un altro posto lungo lo stesso colonnato ed anch’esso riportante stemmi privi di armi. Anche questo capitello è stato oggetto di un intervento abrasivo che (come è accaduto nella vicina Chiesa) ha sortito l’effetto sperato da quanti hanno compiuto lo scempio e finendo con il cancellare gli “stemmi indesiderati”. Fotografie ritoccate con programmi grafici ci hanno permesso di mettere in risalto che la possibilità dell’ esistenza di uno stemma a quattro fusi non sia completamente infondata e che anzi sarebbe auspicabile un qualche rilievo scientifico per accertare se si tratti di una suggestione
ottica, di effetti provocati da vari agenti chimici, biologici ed atmosferici o se, viceversa, l’ipotesi da noi considerata sia da considerare alla stregua di una certezza. Il che avvalorerebbe la possibilità che il più primitivo degli stemmi di Sorrento (probabilmente risalente ad un periodo compreso tra la fine del XII e l’ inizio del XIII secolo) non aveva cinque fusi e nemmeno sei (come riscontrabile presso il Sedil Dominova), ma quattro. Ciò giustificherebbe il richiamo ai soli quattro Santi Vescovi locali di cui si voleva esaltare l’ origine sorrentina e la presenza di due capitelli (sempre nello stesso Chiostro) con quattro mitrie.

© Testo integralmente tratto da “Lo stemma della Città di Sorrento, origine e significato, certezze ed ipotesi, note araldiche e cavalleresche” di Fabrizio Guastafierro, pubblicato a Sorrento nel 2005 da Edizioni Gutenberg ’72 Sorrento